
NAZA, la guerra di Israele contro i testimoni e la complicità dei media
A Washington, la violazione dell’accesso alla stampa americana da parte di Donald Trump ha suscitato indignazione e sfida; a Tel Aviv, il divieto generalizzato imposto da Benjamin Netanyahu agli stessi media, con pretesti falsi, ottiene solo obbedienza e silenzio.
Di Jamal Kanj – 24 settembre 2026 da Invicta Palestina
Quando Israele ha vietato l’accesso a Gaza ai giornalisti internazionali nell’ottobre 2023, la motivazione addotta era la loro “sicurezza”, sostenendo che i corrispondenti non potevano essere protetti in una zona di guerra attiva. Un anno dopo il cessate il fuoco unilaterale, la giustificazione di Israele è stata invalidata, eppure il divieto rimane. Lasciandosi alle spalle, incontrollato, il più grande cimitero del mondo, e un esercito occupante che continua a rifiutarsi di permettere alla stampa internazionale di vedere cosa vi è sepolto.
Nell’aprile del 2026, l’Associazione della Stampa Estera, insieme al Comitato per la Protezione dei Giornalisti, a Giornalisti Senza Frontiere e all’Unione dei Giornalisti in Israele, presentò una petizione alla Corte Suprema israeliana per porre fine al divieto militare di ingresso a Gaza per i giornalisti stranieri, sostenendo che era in vigore un “cessate il fuoco”, che tutti i prigionieri erano stati rilasciati e che non vi era alcuna minaccia concreta per i giornalisti. Il governo si oppose alla petizione, invocando questa volta la guerra con l’Iran come nuova giustificazione. Le scuse continuavano a cambiare. Il divieto no.
Ciò che non è cambiato è il prezzo pagato dai giornalisti palestinesi per svolgere il lavoro che Israele non permette a nessun altro di fare. Centinaia di giornalisti locali sono stati uccisi, più che in tutte le guerre messe insieme dalla guerra del Vietnam. Tre di loro sono morti insieme nel gennaio del 2026, dopo il “cessate il fuoco”, documentando un Genocidio. Il messaggio era chiaro: con i corrispondenti stranieri fuori, assassinate i giornalisti palestinesi e seppellite i Crimini di Guerra insieme ai bambini sotto le macerie.
Lo stesso copione israeliano si ripete in Cisgiordania, dove la minaccia è rappresentata dalle folle ebraiche, che lo Stato rafforza. Quando i giornalisti hanno denunciato le violenze dei giovani Sionisti a Jannatah, vicino a Betlemme, nell’agosto del 2026, i soldati hanno dichiarato l’area “zona militare chiusa” e hanno ordinato ai media di andarsene, mentre le folle di giovani che li avevano attaccati continuavano la loro furia. A Hebron, l’esercito ha designato la casa di un difensore dei diritti umani palestinese come zona militare chiusa dopo che questi aveva denunciato molestie da parte di coloni ebrei illegali, isolando l’area e impedendo ai giornalisti di documentare le prove delle attività criminali. Israele non chiude queste zone per fermare i linciaggi da parte di folle ebraiche; le dichiara “zone militari” non appena arrivano le telecamere, trasformando il potere dell’esercito in una cortina per nascondere i crimini dei giovani ebrei.
Questo era il piano fin dall’inizio. Controllare il discorso richiedeva il controllo dei testimoni: tenere fuori la stampa, uccidere i giornalisti che portavano quelle telecamere “minacciose” e lasciare che il Goebbels Sionista diffondesse la sua Hasbara (Propaganda Sionista) per offuscare la verità. Tra i principali argomenti del discorso “Israele prima di tutto” c’era l’affermazione che il rapporto tra civili e combattenti uccisi a Gaza fosse migliore di quello americano in Iraq o in Afghanistan. Era una statistica fatta su misura per le emittenti televisive via cavo, precisa, autorevole e impossibile da verificare in modo indipendente, perché coloro che avrebbero potuto controllarla erano stati esclusi dalle stesse testate giornalistiche dal contestare l’affermazione, banditi dall’ingresso a Gaza o già uccisi.
Ecco perché il documentario israeliano NAZA ha ricevuto l’attenzione che ha ricevuto. Il suo titolo deriva dall’acronimo militare ebraico Nezek Agavi, un termine agghiacciante che indica il numero di civili che si prevede vengano uccisi e che viene preso in considerazione dalle valutazioni dei servizi segreti israeliani quando si prendono decisioni sugli obiettivi a Gaza. Il film è stato realizzato dai registi israeliani premio Oscar Yuval Abraham e Rachel Szor.
Il film si basa sulle testimonianze di ventiquattro ufficiali militari e dei servizi segreti israeliani che hanno parlato davanti alla telecamera in forma anonima. “Una volta ci fu l’autorizzazione a uccidere 500 persone per un singolo bersaglio umano”, afferma un ex soldato israeliano nel film. Nel frattempo, l’esercito israeliano non è rimasto in silenzio e, invece di contestare, non solo negare, ha scatenato una vera e propria caccia alle streghe per identificare i 24 soldati e ufficiali israeliani, la maggior parte dei quali appartenenti a unità dei servizi segreti militari, intervistati nel film con il volto coperto.
Ho scritto ampiamente, già tre anni fa, sulla “Fabbrica di Assassinii di Massa” basata sull’Intelligenza Artificiale di Israele, incluso un sistema chiamato “Dov’è papà?” che traccia le persone fino al loro ritorno a casa, per poi prenderle di mira e uccidere anche i loro familiari. Gli stessi resoconti riportati da NAZA sono stati ripetuti più e più volte da giornalisti palestinesi durante i tre anni di Genocidio israeliano, senza però essere ascoltati. È sconfortante che siano serviti due israeliani per rompere il silenzio e, ormai troppo tardi, costringere il mondo a riconoscere ciò che i palestinesi dicevano da sempre.
Il divieto imposto da Israele non riguardava la vita dei giornalisti internazionali; si trattava di controllare la narrazione che ora NAZA minaccia di svelare dall’interno. Se il rapporto tra civili e combattenti, così come affermato dagli opinionisti Sionisti e filo-israeliani americani, fosse stato vero, perché non aprire le porte di Gaza per smentire questa versione dei fatti e lasciare che fosse il mondo a fare i conti? Invece, le porte sono state chiuse e i testimoni interni assassinati. Ma la verità non poteva essere negata, ed è giunta proprio da coloro che hanno perpetrato il Pogrom.
L’accusa più grave, tuttavia, riguarda i media internazionali stessi. Le principali testate hanno trascorso gli ultimi tre anni a coprire Gaza da lontano, modificando e diluendo il lavoro dei giornalisti indipendenti palestinesi, trattando il divieto israeliano ai giornalisti internazionali come una questione legale da risolvere in tribunale, il tutto continuando a lavorare comodamente da alberghi a cinque stelle a Tel Aviv.
Proprio domenica scorsa, Trump ha annunciato che CNN, MS NOW e Politico sarebbero stati banditi dalla Casa Bianca. Le redazioni americane sono esplose, descrivendo giustamente la decisione come un attacco alla libertà di stampa. La reazione fu immediata: ABC, CBS, NBC e Fox News sospesero il gruppo stampa accreditati presso la Casa Bianca, rifiutandosi di fornire una copertura sostitutiva in segno di solidarietà con le emittenti bandite. Eppure, quelle stesse testate avevano assistito per tre anni consecutivi al divieto totale imposto da un governo straniero di accesso a un Genocidio in corso, non solo a una sala stampa, e lo avevano trattato come normale prassi. Quattro testate giornalistiche respinte all’ingresso della Casa Bianca invocarono una rivolta. Un confine chiuso, negato a un’intera categoria professionale, e 260 colleghi giornalisti assassinati, passarono quasi inosservati.
Non si trattava solo del “divieto di stampa imposto da Israele”. Si trattava dell’esercito più documentato al mondo che dettava le condizioni alle quali i media potevano coprire la guerra: integrarsi con l’esercito israeliano o restare fuori. Lo stesso settore dei media che avrebbe dato ampio risalto a tali condizioni con titoli a caratteri cubitali, condannando Mosca o Pechino, o persino Washington, come attacchi antidemocratici alla libertà di stampa, in gran parte insabbiarono il divieto imposto da Israele, relegandolo alle ultime pagine, se non addirittura ignorandolo del tutto.
La cruda ironia sta nel fatto che a Washington, la violazione dell’accesso alla stampa americana da parte di Donald Trump ha suscitato indignazione e sfida; a Tel Aviv, il divieto generalizzato imposto da Benjamin Netanyahu agli stessi media, con pretesti falsi, ottiene solo obbedienza e silenzio.
Jamal Kanj è l’autore di “Children of Catastrophe: Journey from a Palestinian Refugee Camp to America” (Bambini della Catastrofe: Viaggio da un Campo Profughi Palestinese all’America) e di altri libri. Scrive frequentemente di questioni relative alla Palestina e al mondo arabo per diverse pubblicazioni nazionali e internazionali.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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