
Danimarca: “Mosca prepara sabotaggi contro le nostre aziende della difesa”. La guerra ibrida si avvicina
Che la filiera bellica si espanda in Europa e che questo porti inevitabilmente a un aumento del rischio anche per il nostro territorio è chiaro, la vicenda di Colleferro è uno degli esempi più lampanti. Come viene sottolineato in un passaggio di questo contributo “la filiera bellica che attraversa il nostro territorio è parte della stessa “fabbrica della guerra” europea, e quindi dello stesso terreno di scontro” non è soltanto questione di da dove possano arrivare attacchi mirati, sabotaggi o altre azioni di guerra, il punto è quanta responsabilità abbia il nostro governo – così come gli altri governi europei – nel portarci in guerra. Inoltre la propaganda si innesta in un quadro in cui la guerra è già qui alimentando, insieme alla moltiplicazione degli obiettivi, la potenzialità di essere coinvolti in maniera sempre più concreta.
Il 3 settembre il controspionaggio danese (PET) ha messo nero su bianco quello che da mesi accade a macchia di leopardo in giro per l’Europa: la Russia starebbe preparando piani “concreti” di sabotaggio contro le aziende della difesa in Danimarca, quelle che riforniscono l’esercito ucraino. Emil Græsholm, capo del controspionaggio, parla di reclutamento di cittadini comuni via social, spesso ingannati sul chi stiano davvero servendo, mandati a fotografare strutture militari e a raccogliere dati utili per pianificare attacchi. Alcune aziende sono già state avvertite del livello di minaccia.
Non è una notizia isolata, è l’ultimo tassello di un mosaico che si allarga di settimana in settimana. A fine agosto un incendio doloso ha colpito la WB Electronics in Polonia, fabbrica di componenti per droni destinati anche all’Ucraina: Tusk parla apertamente di sabotaggio finanziato in criptovalute, la procura indaga per terrorismo. A Monaco due persone sono state arrestate per un attacco incendiario alla Rohde & Schwarz. In Romania i droni russi entrano nello spazio aereo NATO e vengono abbattuti dai caccia, uno è finito su un edificio residenziale.
In Estonia un drone ha colpito una centrale elettrica.
Un rapporto olandese conta almeno 151 di questi episodi in Europa dal 2022.
Tre anni dopo il Nord Stream, enormi quantitativi di gas naturale dispersi in mare, il raddoppio delle bollette per tutti i cittadini europei, e ancora oggi nessuna verità condivisa su chi abbia agito, se Mosca o pezzi degli apparati ucraini o altro ancora.
La lezione di quell’episodio è stata significativa: nessuno scrupolo nel colpire le infrastrutture energetiche, indipendentemente dalle conseguenze economiche, ambientali e sociali di un’azione di questo tipo, anzi “operazioni” non conformi entrano stabilmente nel repertorio di questa guerra, e il conto lo paga sempre chi sta sotto.
Questo mosaico ovviamente non si ferma alle Alpi. Le stesse reti di reclutamento scoperte in Danimarca, in Germania, nei Baltici non hanno alcuna ragione strutturale per fermarsi al confine italiano: la filiera bellica che attraversa il nostro territorio è parte della stessa “fabbrica della guerra” europea, e quindi dello stesso terreno di scontro.
Il 13 agosto è saltata in aria la fabbrica di munizioni ex Simmel Difesa, oggi KNDS Ammo Italy, a Colleferro: uno dei principali produttori di munizionamento anche di grosso calibro per le forze NATO. La Procura di Velletri ha aperto un fascicolo per disastro colposo a carico di ignoti, si procede per incendio. Nessuna pista di sabotaggio è stata indicata ufficialmente, non abbiamo elementi per affermare che lo sia stato. Ma è legittimo chiedersi perché lo stesso tipo di incendio in una fabbrica d’armi diventi in poche ore “sabotaggio di un servizio segreto straniero” quando accade in Polonia, e resti per settimane “incidente”, “sfortuna”, “disastro colposo” quando accade in Valle del Sacco.
Non è questa la domanda che ci interessa risolvere per prima.
Ci interessa la logica che tiene insieme tutti questi episodi, sabotaggi accertati o incidenti industriali che siano: ogni fabbrica di munizioni, ogni stabilimento della filiera militare, è già un bersaglio – dichiarato o meno – in una guerra che si combatte anche fuori dai fronti ufficiali. Pochi giorni fa, la stessa Avvocatura dello Stato, rifiutando di fornire informazioni sulla movimentazione di materiale bellico dal porto di Ravenna, ha affermato che “è in corso una guerra mondiale ‘a pezzi’ e ‘ibrida’ che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia”. La risposta che gli Stati danno a questa spirale è sempre la stessa: più industria della difesa, più stabilimenti, più export, più sorveglianza sui “cluster” di presunti agenti stranieri.
Nessuna di queste risposte riduce i bersagli, li moltiplica.
Che siano incidenti o che siano sabotaggi, il problema resta lo stesso: sono le fabbriche di armi in sé, ovunque sorgano, a mettere a rischio chi ci vive intorno nella salute, nel lavoro, nell’aria che respira. Il punto non è chi le fa saltare in aria, è smettere di costruirle.
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