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La Fabbrica della guerra a Modena. Una prima mappatura.

Come la guerra entra sul nostro territorio trasformandolo in fabbrica della guerra?

Dove e come si produce per la guerra – in forma materiale e immateriale – producendo quindi la guerra stessa? 

Capire la profondità e la direzione della conversione bellica dei nostri territori vuol dire innanzitutto mappare i luoghi dove la forza lavoro, la nostra capacità umana vivente, ma anche le risorse pubbliche vengono messe al servizio della produzione e della pianificazione di guerra, di genocidi, di aggressioni imperialiste degli Stati Uniti, di Israele, della Nato. Di cui il governo italiano Meloni (ma non meno l’inutile opposizione di sinistra) è complice ed esecutore come protagonista.

Dietro questo processo complessivo di ristrutturazione capitalistica c’è la necessità di intercettare ingenti finanziamenti internazionali (Nato, ReArm Europe), commesse dell’industria bellica come  Leonardo, Rheinmetall, Thales, Airbus, appalti della Difesa per il riarmo, entrare in nuove filiere o integrare quelle già esistenti come risposta alla crisi industriale italiana ed europea (soprattutto legata all’automotive tedesca), energetica, di sistema – quello globale.

A Modena protagoniste di questa riconversione sono le piccole-medie imprese meccaniche, metalmeccaniche, di componentistica oleodinamica e dell’indotto dell’automotive – sempre alla ricerca di ingegneri, tecnici formati, operai specializzati spesso non a conoscenza degli usi bellici e della destinazione di ciò che andranno a produrre.

Baricentrale il ruolo di scuola-università,

formazione e ricerca.

Infatti, laboratori e startup legati all’UNIMORE – e quindi alla ricerca pubblica – sono indirizzati dal nuovo corso della rettrice Cucchiara più decisamente nello sviluppo di software e tecnologie AI per scopi dual use o prettamente bellici, da integrare nell’industria, non solo modenese. 

AIIS, AImageLab, AIRI sono solo alcuni dei progetti UNIMORE basati sull’AI che vanno dai sistemi di riconoscimento facciale, videosorveglianza, ai sistemi di puntamento automatico e di guida autonoma dei droni – che l’industria bellica vorrebbe costruire a Modena e in Emilia, da convertire in Drone Valley e riempire di nocivi e impattanti Data Center.

Inchiestare, mappare e conoscere le articolazioni di questo processo di ristrutturazione e riarmo significa anticipare trasformazioni e ambivalenze che stanno già coinvolgendo direttamente il nostro territorio, il nostro lavoro e le nostre vite, dandosi strumenti e saperi per decidere come stare dentro e contro la fabbrica della guerra.

Ad oggi abbiamo rilevato almeno 68 siti di produzione, progettazione, collaborazione in attività nella filiera bellica (aerospaziale, cybersicurezza, sistemi terrestri e navali), anche nel contesto dual use civile-militare. Le fonti utilizzate per la ricerca sono pubbliche e verificabili: database Confindustria Emilia, progetti Unimore, fiere settore Difesa, bandi ministeriali, circolazione dello standard UNI EN 9100 o delle lamiere a uso balistico, conversazioni con lavoratori.

La mappatura vuole rendere visibile la struttura sistemica, stratificata e diffusa della conversione bellica, che trasforma il territorio complessivo – mettendo al lavoro la sua composizione di classe – in «fabbrica della guerra». È concepita come uno strumento aperto, non definitivo e in continua evoluzione: c’è anche bisogno di te che ci lavori, fai ricerca, la studi o ci vivi a fianco!

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pubblicato il in La Fabbrica della Guerradi redazioneTag correlati:

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