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Italy-Europa e ritorno

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Su cosa si è votato domenica scorsa? Non sull’Europa che vogliamo. L’elettore medio europeo non da ora si è dovuto convincere, con buona dose di realismo, che l’obiettivo è più modestamente quello di ridefinire, per quanto ciò è possibile con il voto, i rapporti tra il proprio stato e questa strana entità sovranazionale che non è né una federazione né una confederazione, ma piuttosto un comitato di contrattazione permanente tra componenti statuali e potentati economici. Dagli interessi visibilmente divergenti e però tali da pesare, eccome, sulla vita del cittadino/cliente europeo. Piano dunque oramai inaggirabile anche se – secondo una percezione oramai diffusa – a rischio di implosione a misura che il gioco geopolitico e geoeconomico globale va facendosi sempre più duro. Su questo criterio di fondo si è andati a testare l’offerta politica nazionale cogliendo altresì l’occasione, soprattutto in alcuni scenari nazionali, di fare una verifica dei poteri. Il che, al di là del velo mistificante di una comunicazione politica continuamente on, è nei fatti operazione sempre più rara e difficoltosa.

Sotto questo aspetto, in Italia il voto ha sostanzialmente registrato la tenuta del governo nel suo atteggiamento di fronte alla UE. Premiando, ovviamente, chi si è mostrato più battagliero e coerente, quindi indubbiamente Salvini, nel recupero di sovranità senza rimessa in discussione dell’euro, sul doppio terreno dell’allentamento dei vincoli economici posti da Bruxelles e della richiesta di regolamentazione condivisa dell’immigrazione extra-europea. I due temi, attenzione, strettamente intrecciati nella percezione – che per quell’animale simbolico che è l’essere umano è parte essenziale della realtà – dei ceti popolari medio-bassi. Questi vivono sulla propria pelle il quadro di crisi profonda del paese e sanno che la questione immigrazione è già oggi questione di distribuzione del welfare e, domani, anche del (cattivo) lavoro che resterà. Buon senso materialistico, che può non piacere, ma sarebbe disonesto liquidare come razzismo. Così, molti elettori hanno ritenuto che solo un atteggiamento a là Salvini possa rappresentare un qualche argine alle tempeste in arrivo: le differenze con la delega a Renzi nel voto di cinque anni fa, improntata anche allora alla richiesta di contrattazione con i poteri europei, la dice lunga su quanto sia cambiato il contesto complessivo della resistenza elettorale.

Il voto ha registrato, al contempo, lo spostamento abbastanza netto dal cittadinismo pentastellato, solo un anno fa elettoralmente maggioritario, al sovranismo della nuova Lega salviniana. Il primo palesatosi ondivago e debole, privo di una solida e praticabile prospettiva, alla fine troppo morbido verso Bruxelles, quasi di “sinistra” nel suo voler tenere insieme ecumenicamente tutto. La delusione ha determinato una perdita secca di voti finiti nell’astensione (massiccia al sud) o, in minor misura, passati direttamente alla Lega (al nord), mostratasi più indipendente dai “poteri forti”, senza peraltro ritornare a quel Pd dal quale in parte consistente erano arrivati nelle tornate precedenti. La stessa campagna anti-Salvini scatenata nelle ultime settimane dal partito del Pil ha sortito, forse involontariamente, un ulteriore calo nei consensi ai 5S quanto più questi hanno aperto alla dorotea a imprese, Vaticano, Ue, anti-fascismo, ecc.

Che per i 5S buttava male non era un segreto per nessuno data la quasi nullità che hanno dimostrato di essere in questo anno al governo, data l’assenza di un vero partito organizzato, data la funzione difficilmente replicabile di “pigliatutto” alle ultime elezioni. Ma l’impasse paralizzante in realtà rimanda a ragioni di fondo: l’estrema difficoltà a tenere insieme esigenze del Nord e del Mezzogiorno, delle imprese e del lavoro, dei giovani e dei meno giovani, dei territori e delle rendite. Istanze eterogenee mal amalgamate tra impostazione meritocratica e domande sociali effettive, oltretutto tenute sempre a debita distanza da quel banco di prova e, insieme, collante che può essere la mobilitazione di piazza. Micidiale, su tutto, l’illusione neoriformista di far coincidere gli interessi del popolo con quelli delle aziende facendo leva sul presunto ruolo mediatore della piccola impresa. Di qui provvedimenti, per lo più annacquati o addirittura rinviati, che hanno scatenato il fuoco di sbarramento dei nostrani prenditori e delle mafie trasversali delle grandi opere inutili senza però entusiasmare o mobilitare il fronte potenzialmente avverso. E scontando un deficit di sovranismo effettivo in politica estera, solo appena accennato, ma con quale debolezza, sui rapporti con la Cina che hanno scatenato le ire yankee, sul Venezuela, sul contrasto con la Francia a riguardo della manomissione dell’Africa del Nord concausa dei flussi migratori convogliati sull’Italietta. In questo modo i 5S, avendo disperso voti e simpatie popolari al nord, sono diventati loro malgrado il partito virtuale del Meridione, ma anche qui a rischio. È tutto da vedere se terranno o si dissolveranno. Al momento la loro parabola ricorda un po’ quella dell’indebolimento irreversibile di Podemos in Spagna che, al di là delle opposte strategie di alleanze, palesa una matrice non del tutto differente.

Con ciò l’anomalia neopopulista non è affatto scomparsa né può scomparire radicata com’è negli smottamenti in atto negli equilibri globali e nei rapporti di classe. Ma può essere cavalcata con maggior spregiudicatezza dalla Lega. Non è inutile ricordarne sinteticamente la traiettoria.

La Lega salviniana è un’ulteriore mutazione, la seconda, della Lega Nord di bossiana memoria. Rispetto al partito costola territorializzata del movimento operaio del primo Bossi, fermamente schierato contro parassitismo e statalismo romani e diffidente verso il Berlusca, il leghista del nuovo millennio – prima mutazione – è lui stesso in corsa per speculare sugli investimenti finanziari e, soprattutto, per mungere risorse allo stato, ben oltre il collaudato meccanismo dell’evasione fiscale, grazie a grandi opere, aiuti alle aziende, privatizzazione strisciante della sanità (modello lombardo), cui fa da sponda sul piano nazionale l’alleanza col Cavaliere. La trasformazione è altrettanto profonda nell’organizzazione del partito, che prima dipendeva dalla militanza popolare, in seguito cambia il suo target verso gli imprenditori. Il tema parassitismo viene declinato solo più contro rom e clandestini, quello sicurezza contro l’immigrazione a combinare gli interessi delle imprese alla disponibilità di forza-lavoro inferiorizzata con le paure dei proletari di essere sommersi dalla concorrenza di altri proletari. Nonostante ciò non si riesce a evitare la fuoriuscita, nel 2006, di buona parte del voto operaio. Ma con la crisi globale abbiamo la seconda mutazione, quella che porta al sovranismo, che si sbaglierebbe a ridurre a quei soli temi senza vedere le aperture salviniane a determinati settori su istanze sociali (v. pensioni). Con le elezioni del 2018 ritorna così il voto operaio al nord e c’è l’adesione massiccia del voto piccolo-medio borghese, in particolare di piccoli imprenditori e lavoratori autonomi. Il vecchio personale politico, gli Zaia, i Fontana, i Maroni, non è però mutato e resiste con i suoi temi tradizionali, in primis il federalismo, mostrando insofferenza verso l’alleanza coi 5S, mentre il reddito di cittadinanza, visto come elargizione assistenzialista al Meridione, e le aperture sociali salviniane stanno strette all’imprenditoria padana (ma c’è da dire che al nord gran parte degli stessi operai ancora relativamente “garantiti” guardano in cagnesco al reddito come misura assistenziale che pesa sulle loro tasche). È il medesimo fronte che oggi, all’indomani del voto europeo, affosserebbe di buon grado l’esperienza di governo coi grillini.

La scommessa di governo è comunque risultata fin qui premiante. Con il voto europeo Salvini ha così ampliato il blocco elettorale al nord, rafforzandosi sul versante operaio e proletario nel nord-ovest e compattando ancor più il blocco interclassista nel nord-est, proiettandosi al contempo su scala nazionale. Più realistico e “affidabile” degli alleati di governo, ha preso voti un po’ da tutti, anche se meno nelle grandi città, tenendo insieme temi sociali e contrattazione con la UE. Al sud ha raccolto il voto già berlusconiano di settori medio-alti, da sempre pronti a saltare sul carro del vincitore, ma non è escluso che a fronte delle grosse difficoltà dei 5S possa fare ancora meglio. Insomma, la cartografia elettorale della nuova Lega risulta alquanto trumpiana: altro che fascismo!

Ciò è stato possibile avendo fatto sponda non solo su alleati di governo via via più inconsistenti, ma anche sull’assenza di una vera opposizione. Il Pd stile Montalbano non ha infatti recuperato voti, in termini assoluti, rispetto alle politiche di un anno fa, restando limitato ai quartieri non proletari delle città medio-grandi, mentre le regioni rosse sono quasi del tutto sbiancate. Renzizzato oramai in maniera irreversibile – i suoi candidati più votati sono stati Calenda e Pisapia – non ha alcuna prospettiva di ripresa effettiva tra i ceti popolari mentre la macronizzazione auspicata da chi guarda al centro deve bellamente sorvolare sul fallimento del modello originale.

Insomma, finora, Salvini ha vinto facile. E ora? L’interesse all’immediato è di continuare fin dove possibile sulla linea già tracciata imponendo ancor più la propria agenda, a partire da flat tax e devolution delle regioni ricche, a un alleato stordito come un pugile suonato ma evitando, per ora, di stenderlo. Ciò eviterebbe non solo di impantanarsi in un rinnovato centro-destra, che tra l’altro non corrisponderebbe all’indicazione del voto più popolare, aspettando la definitiva consunzione (politica) del Cavaliere. Ma anche di tenere a freno le pulsioni “leghiste” della base lombardo-veneta (forse, a questo scopo, a Salvini sarebbe addirittura convenuto un risultato elettorale meno demoralizzante per i 5S). Fin quando sarà possibile, appunto.

I nodi grossi infatti sono tutti lì, e non di facile scioglimento, all’interno e con l’esterno. Il successo elettorale ha ringalluzzito le spinte propriamente leghiste alle autonomie regionali, il che però creerà non pochi problemi alla prospettiva sovranista nazionale salviniana andando a riaprire sia il fronte Nord verso Sud sia la questione del ridimensionamento, via regionalizzazione, del welfare che potrebbe scontentare molti (pur non potendosi escludere una corporativizzazione territorializzata accettata da settori di proletariato come protezione di ultima istanza). In secondo luogo, il partito del Pil – che alla vigilia elettorale si è fatto rumorosamente sentire sulle questioni del deficit e del debito – è pronto all’incasso, le imprese si aspettano la revoca del reddito di cittadinanza, altri tagli alle spese inutili, misure di liberalizzazione del mercato del lavoro, non proprio un viatico alla costituzione di un solido blocco sociale interclassista. Infine, ma decisiva, la questione dei vincoli europei: Salvini ha un bel dire che i “sovranisti” costringeranno Bruxelles a rivederli, ma in realtà ognuno va per conto suo, i “nordici”, di qualunque colore politico, sono sempre meno disposti a fare sconti all’Italietta, mentre una Le Pen, da nazionalista verace, mai e poi mai sarebbe disposta a fare concessioni a un concorrente dell’imperialismo francese. Senza contare che la base imprenditoriale e proprietaria della Lega al nord è legata a doppia mandata all’euro e alla filiera produttiva che fa perno sulla Germania.

Quanto solido, dunque, possa essere un ciclo salviniano, o se addirittura possa darsi qualcosa di simile, dipenderà fondamentalmente – a meno di gilets nostrani che però proprio il governo gialloverde contribuisce a esorcizzare – da come procederà la ricontrattazione con la UE. Ovvero, se lo scontro riprenderà in forme più dure e se, parallelamente, gli Stati Uniti di Trump vorranno concedere a Salvini qualcosa in cambio del suo ruolo di guastatore interno all’Europa o, come oramai sono abituati a fare con gli utili idioti, lo pretenderanno a gratis. La sponda Stati Uniti-Israele nelle intenzioni del leader leghista – che si è involato in quel di Tel Aviv a dicembre 2018… – dovrebbe servirgli da protezione nei confronti di Berlino e di possibili attacchi speculativi, magari lasciando margini di autonomia alle imprese padane per fare affari con la Russia. A proposito di sovranismo… Comunque sia, non è certo solo agitando i temi dell’immigrazione e della sicurezza che la Lega potrà mantenere consensi popolari ampi, ma dovrà provare a dar corso alle sue promesse proprio mentre la crisi globale approssima, probabilmente, un nuovo tornante.

Il gioco si sposta in alto, dunque. Ora, il quadro europeo in effetti è tutt’altro che stabile. Se gli equilibri politici generali emersi dal voto sembrano solo aggiungere la componente liberale alla coalizione esistente popolari-socialisti, in realtà devono fare i conti con l’indebolimento di Macron e il successo della Lega in Italia oltre che con uno sfarinamento ulteriore dei partiti popolari, financo in Germania. Si acuiscono le linee di faglia inter-statuali, mentre si nazionalizzano le politiche da parte di tutti i soggetti in campo. Ricreare solidi poli europeisti in Francia e Italia non sarà possibile senza compromessi con gli elettorati sovranisti che, in questi due paesi, danno segni di consolidamento (e Macron già dà mostra di voler usare questa carta sui tavoli di Bruxelles). Oppure devono risolversi in nuovi abbandoni dopo quello della GB, che però già sta provocando grossi problemi proprio all’imprenditoria tedesca. In Germania, è vero, i sovranisti non sfondano – la campagna Greta, qui come altrove, si è rivelata utile in funzione a-populista trattenendo molti giovani, soprattutto di ceto medio, dal votare i populisti/sovranisti, almeno provvisoriamente – ma la bolla della stabilità oramai è scoppiata. La stessa affermazione dei Verdi, i quali raccolgono spinte reali sia ambientali che sociali, spinge in direzione di un capitalismo keynesista green che crei nuova occupazione via più debiti statali. Nuovo debito che non solo verrebbe scaricato in basso, Macron docet, ma finirebbe con l’assoggettare ancor più la UE alla finanza a stelle e strisce. I Verdi rappresentano dunque la manina democratico-sorosiana negli affari europei, non troppo simpatica a Trump, ma che tuttavia gli può fare buon gioco in funzione anti-tedesca e anti-euro (remember la crisi indotta da Washington dei debiti sovrani europei e dell’euro?).

Insomma, i risvolti geopolitici della situazione sono e saranno pesanti. Sempre più l’Europa diviene terreno di battaglia, in particolare per le manovre Usa – si consulti al riguardo l’ultimo numero Antieuropa. L’Impero europeo dell’America del sempre più sfacciatamente filoatlantico Limes. A differenza del secondo dopoguerra Washington lavora oramai apertamente alla frammentazione del quadro europeo, disposta a fermarsi sul limite della sua rottura ma solo a patto di una resa europea in funzione anti-cinese e anti-russa. Berlino è al centro di questa offensiva. Ora, un approfondirsi dello scontro Usa/Germania, con l’acuirsi dei fronti anti-tedesco e filo-tedesco, metterebbe l’Italia nella condizione di dover fare scelte decise e drammatiche. Al tempo stesso è difficile che questo scontro si approfondisca senza un precipitare della crisi sociale negli States o in Europa o in entrambi. E l’Italia è tra le migliori candidate per questa precipitazione…

Le fragilità italiane dunque permangono tutte, i punti di caduta si approssimano. Quello che manca è un qualche segnale di attivizzazione sociale. I gilets gialli sembrano resistere e la loro lotta ha già prodotto risultati, compreso il fatto che Macron ha dovuto prendere le distanze dalle riforme alla tedesca che si era ripromesso di far passare. Ma la loro mobilitazione non si è generalizzata. Le pulsioni neopopuliste dal basso che lì sono state agite in una forma nuova di lotta di classe, qui da noi rischiano seriamente di incagliarsi tra passività e delega ai soggetti politici che sappiamo. Certo, anche in Francia Le Pen, grazie al suo cauto appoggio ai gilets, ne ha ricavato voti ma la sua presa di distanza dalle violenze pro fermezza dello stato è indice di una contraddizione che potenzialmente conduce quelle spinte oltre i contenitori sovranisti attuali. Qui da noi invece si è ampiamente al di qua della dinamica francese proprio per l’assenza di quella variabile decisiva. Ciò non toglie che la spinta elettorale proletaria neanche in Italia rappresenta un mero assegno in bianco al leader di turno. L’esplodere delle contraddizioni è in gran parte davanti a noi e non è detto che esse debbano continuare a portare acqua al mulino degli attuali tristi figuri. Il passaggio in corso in Europa è il segnale che tendenzialmente i giochi si fanno duri e indietro non si torna. Il sentire che si sta generalizzando è che per ottenere o anche solo mantenere qualcosa bisogna toglierlo a qualcun altro: il punto è a chi lo si toglie e come, se ad altri proletari o ai ricchi, se con delega o attivandosi, se lottando contro i poteri forti europei senza cadere nella trappola yankee o riducendosi a pedine di questi ultimi. È all’orizzonte un secondo tempo, molto più duro, delle tendenze populiste/sovraniste nel quadro di scontri inter-capitalistici che andranno ad acuirsi (per ora guerre commerciali, domani…). Ma questo processo si darà in un intreccio stretto con la ripresa di temi e battaglie classiste di tipo nuovo dapprima con-fuse con esso. Nuove soggettività anticapitalistiche si daranno, senza crescite graduali ma per salti, solo se sapranno porsi all’altezza di questo inedito passaggio della lotta di classe.

Per intanto, inutile provare a farlo presente ai melanconici frequentatori della sinistra: tsipristi europeisti (finiti maluccio) alla ricerca di una socialdemocrazia che è morta ma sulla quale la sinistra alternativista è sempre vissuta come sua sponda critica; sovranisti alla ricerca di un fantomatico popolo (ma l’elettorato tra fotocopia e originale preferisce sempre l’originale); anti-salvinisti nostalgici dell’anti-berlusconismo, pronti a vedere ombre nere dietro ogni angolo e fare fronte anti-fascista con cani e porci; radical all’americana tutti Greta e green new deal. Manca l’aria…

Fine maggio ‘19

 

r.s.

 

 

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