
La Francia si prepara all’atto secondo
Un’esplosione in termini di numeri, di atti significativi e di convergenze inedite. Inediti anche gli arresti che il regime di Macron ha portato a termine con il 17 ottobre 2026: il maggior numero di arresti avvenuti dal 17 ottobre 1961.
Non una data casuale quella che vede la ricorrenza del massacro degli algerini nella Senna a Parigi. In merito saranno scritti dei libri in particolare quello di Jean Luc Einaudi divenne il punto di riferimento per testimoniare che lo Stato francese, nella figura del prefetto Maurice Papon, ha ordinato il massacro dei manifestanti scesi in piazza per rompere il coprifuoco nei confronti delle persone provenienti dal Nord Africa che risposero alla chiamata del Fronte di Liberazione Nazionale Algerino.
Oggi Macron applica il coprifuoco e nel cielo di Parigi si vedono elicotteri che illuminano le strade a caccia di giovani a cui fare la guerra. Uno Stato che crolla miseramente sotto il peso delle sue ceneri: nell’inconsistenza delle sue politiche per reprimere e chiudere spazi, nella strenua ricerca del nemico interno da colpire e da debellare. Dalla Francia storica coloniale alla Francia neocoloniale di oggi poco è cambiato: si sono ampliate le pratiche di piazza, dalle rotonde dei gilet gialli ai saccheggi nei negozi, i poteri e i mezzi dati alle forze di polizia sono aumentati progressivamente e in maniera direttamente proporzionale allo smantellamento del welfare, ci sono forze politiche capaci di raccogliere la domanda sul piano politico di affermazione della propria esistenza, come La France Insoumise, che provengono dalla dimensione istituzionale e non dalla lotta popolare di liberazione. Quel che rimane invariato è la tendenza dello Stato francese a voler inglobare tutto all’interno del proprio sistema: l’integrazione alla République come atto forzato.
Il tappo però sta saltando. E qui oggi non salta soltanto per chi ha subito decenni di politiche razziste e di violenza di Stato, ma salta per tutti. Ed è questo l’elemento che indica che siamo di fronte a un passaggio di portata storica. Come si può pensare che annunciando il coprifuoco e appellandosi al senso di appartenenza alla Repubblica si possa incidere sulla tensione sociale in corso che ha deciso di esprimersi e rappresentarsi? Sabato 17 ottobre non solo a Parigi ci sono state manifestazioni imponenti, lo stesso sindacato CGT a inizio giornata aveva dato dei numeri per poi doversi ricredere alla fine del pomeriggio, perché quei numeri erano raddoppiati: 800mila persone in tutta la Francia. Qual è dunque la strategia del governo a fronte di tutto questo?
Oltre ai numeri, occorre guardare a quanto è successo: non solo saccheggi dei negozi e vetrine di lusso, non solo la volontà di riprendere gli Champs Elysées, simbolo del capitale e della ricchezza da espropriare perché già espropriata alle classi popolari, ma anche obiettivi diversi, nuovi. I palazzi del potere territoriale come i Comuni, pensiamo a Limoges ma anche Lille, Marseille, oltre ai commissariati e alle prefetture. I luoghi del conflitto si sono disseminati per tutta la Francia e non solo nei centri cittadini delle città più grandi e la ricomposizione tra soggetti diversi è avvenuta nella pratica. Il movimento dei gilet jaunes è stato ritirato in causa per descrivere una chiamata che assumeva alcuni aspetti di riscatto propri del proletariato “bianco” per poi intrecciarsi con le rivendicazioni dei giovani studenti e studentesse che da settimane bloccavano le loro scuole. Un movimento partito dalle periferie, che ha rappresentato inizialmente una composizione maggiormente razzializzata ma che poi è andato ad allargarsi a tutta la gioventù, quella delle buone scuole parigine e a quella della provincia.
Gli espropri nei negozi sono iniziati molto prima che iniziassero le manifestazioni vere e proprie. Molto di più che in altri movimenti, durante i quali il Footlocker di turno non veniva sicuramente risparmiato, ma non assumeva un ruolo centrale per la partecipazione della piazza, una tendenza vista con il movimento dei Gilet Jaunes e poi ancor di più con le rivolte per Nahel, il ragazzo ucciso dalla polizia a Nanterre. C’è da dire che sabato 17 ottobre sin dalla mattina sono state messe in campo anche altre pratiche, mutuate da movimenti degli scorsi anni, come il blocco dei pedaggi o i picchetti davanti a snodi logistici. D’altro canto, bisognerà vedere se i sindacati convergeranno sulla data del 24, passaggio che non è da escludere totalmente in quanto alcune strutture intermedie della CGT e altri sindacati come SUD stanno lavorando in questa direzione, per ambire a un allargamento e a una continuità su tutti i settori sociali.
Il Ministro della Giustizia è costretto ad ammettere che “tra gli arrestati c’è di tutto”: intende dire persone razzializzate o con background migratorio, persone straniere e poi anche “persone perfettamente integrate, francesi”. Viene dichiarato quasi con sorpresa, come se non fosse pensabile che la maggioranza della popolazione, ebbene sì anche in Francia, è insoddisfatta delle proprie condizioni di vita. Anzi, sono chiare le conclusioni del governo francese: dal punto di vista della gestione dell’ordine pubblico è risultato un fiasco, occorre fare molto di più.
Certo non è stato chiamato l’État d’urgence come in occasione degli attentati del 2015 ma le misure del coprifuoco sono passate direttamente dal Ministero degli Interni. Si alza il livello dello scontro, e anche molto in fretta, coadiuvato dalla campagna dei media che su tutti i canali parlano solo di violenza dei giovani e di negozianti da non abbandonare. Questo può significare almeno due tendenze possibili: chi non era presente o chi lo era ma non ha l’abitudine di un certo livello di piazza o banalmente possiede ancora qualcosa da perdere diventerà l’obiettivo delle sirene di RN che potrà fare leva sul peso della paura? Al contempo, Bruno Retailleau dei Repubblicani, aveva già proposto la “dissoluzione” per La France Insoumise il 1 ottobre dopo le mobilitazioni studentesche. Questo sabato ha mostrato una strategia sistematica da parte dello Stato di criminalizzazione e accerchiamento nei confronti del partito di Mélenchon, un’inchiesta di MediaPart rivela che un commissario di polizia è stato contattato dai servizi di informazione della Prefettura per poter dichiarare che dietro agli scontri di sabato ci fosse la LFI.
Due persone sono morte, non è chiara la dinamica, ma ciò non toglie che sono morte sabato nel contesto delle manifestazioni. E nessun media ufficiale ne parla. Eppure la strategia statale è fare molto di più.
L’importanza della fase storica in cui si inserisce il movimento francese oggi, determina la possibilità che possa influire sul destino stesso della guerra che ci viene imposta dall’alto e su tutta la tenuta dell’Unione Europea. Come ben articolato in questo contributo scritto in vista del 17 ottobre, non deve stupire la capacità di contagio che l’enorme mobilitazione dell’ultimo weekend di lotta e il movimento degli studenti prima, hanno avuto. Le condizioni che vengono imposte dalle élites europee per gestire la crisi in cui si trovano, stanno rapidamente uniformando le condizioni di vita e le rivendicazioni di milioni di proletari che vivono in Europa. Per questo Parigi, Madrid, Tirana, Milano sono più che mai collegate fra loro dalla possibilità che divampi un movimento ampio e incisivo. Al di là della repressione che potrà essere messa in campo, a patto che non ci si accontenti di qualche piccola concessione, soddisfare le rivendicazioni del movimento oggi, vuol dire per chi comanda obbligarsi a demolire almeno una parte della propria architettura di potere che l’ha garantita negli ultimi 30 anni. Non siamo che all’inizio.
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