
La Gen Z tedesca si unisce alle danze?
La mobilitazione che come un fuoco di prateria sta incendiando l’Europa arriva anche in Germania: sabato 31 ottobre, il giorno dopo le gigantesche manifestazioni che in Italia hanno portato in piazza quasi 1 milione di persone, e mentre continuano gli scontri davanti ai palazzi del potere in Albania e le manifestazioni dell’«Atto III» in Francia, decine di migliaia di giovani hanno riempito le strade di tutto il paese.
All’origine della chiamata c’era il movimento “Gen Z regelt” («ci pensa la Gen Z»), una rete senza leader e autonoma dai partiti politici nata sull’onda delle proteste studentesche e generazionali che hanno acceso la miccia in Francia. “Gen Z regelt” organizzava direttamente solo cinque o sei piazze, tra cui Berlino e Francoforte, ma in tanti altri luoghi la gioventù tedesca si è semplicemente auto-convocata: a fine giornata risultavano manifestazioni in 34 città tedesche, con una partecipazione straordinaria quantificata dagli organizzatori in oltre centomila persone.
La giornata di sabato si inserisce in un trend di mobilitazioni europee da cui la Germania, il paese che per anni ha trascinato la UE con la sua potenza industriale e dettato le regole della partita a tutti gli altri paesi attraverso la propria spietata politica di rigore di bilancio, sembrava fino ad adesso totalmente assente. Eppure, anche e forse soprattutto in Germania, ci sono tutti gli ingredienti per far scoppiare il malcontento di una generazione: il modello economico tedesco è in crisi, schiacciato dalla concorrenza cinese sull’automotive e dal cinismo degli Stati Uniti, decisi ad abbandonare la ex potenza industriale europea al suo destino e a limitarsi a tenerne sotto ferreo controllo i mercati attraverso dazi e minacce. Impelagato da anni in una guerra contro la Russia combattuta per procura in Ucraina, alla cui necessità non crede più nessuno e della cui convenienza parecchi paesi UE stanno cominciando a dubitare, il governo di centrodestra di Friedrich Merz risponde alla crisi in cui è precipitato il suo paese con una massiccia politica di riarmo. I diciottenni maschi devono già passare la visita di leva obbligatoria, e nei mesi scorsi decine di migliaia di studenti hanno partecipato a quattro scioperi scolastici contro la leva, con occupazioni e blocchi. Intanto il governo taglia i fondi per la scuola e per il welfare, gli affitti continuano a salire e l’unica alternativa politica di massa sembra essere l’AfD (che si conquista il voto a valanga degli strati proletari e proletarizzati della ex-Germania Est). I servizi di sicurezza dello Stato, intanto, si attrezzano contro “il nemico interno” e “la guerra ibrida”, precipitando il paese in uno stato di paranoia permanente e criminalizzando di fatto chiunque lotti e si esprima contro la guerra, così come il movimento per la Palestina e l’antifascismo militante.
Le rivendicazioni del 31 riflettono tutto questo: no alla leva e al riarmo, affitti accessibili, scuole che non cadano a pezzi, stop ai tagli. Nei cortei si gridava «Merz muss weg» (“Merz deve andarsene”) insieme a slogan contro la guerra e contro il carovita, come in tante altre piazze d’Europa. E proprio come in altri paesi europei, la controparte si è mossa con largo anticipo: i servizi di intelligence interna (il Verfassungsschutz) avevano messo sotto osservazione la mobilitazione, mentre il sindacato di polizia GdP aveva bollato i manifestanti come “giovani immigrati pronti a fare casino”, annunciando che non avrebbero ricevuto «nessuna clemenza». La CDU ha chiesto di vietare le piazze in diverse città e il governo Merz, intuendo la pericolosità di un movimento auto-convocato con altissime possibilità di emulare le rivolte generazionali in corso nel resto d’Europa, aveva esortato i giornali a non dare spazio alle ragioni del movimento e aveva contribuito attivamente a diffondere il panico tra gli abitanti dei centri città.
Una scenografia ormai tristemente familiare sia in Italia che in Francia si è così ripetuta anche in Germania, con negozi barricati per proteggerne le vetrine, un dispiegamento di forze da stato d’assedio e migliaia di poliziotti in agguato con il chiaro mandato politico di terrorizzare i giovani e le giovani e spezzare le gambe alla mobilitazione. In alcune città la provocazione poliziesca ha dato i suoi frutti: a Colonia il corteo è stato vietato all’ultimo minuto e poi attaccato con gli idranti; a Lipsia decine di persone sono state chiuse per ore in un accerchiamento della polizia, e a Berlino si sono contati fino a 56 fermi. In generale, però, la giornata è stata un successo: 15.000 partecipanti a Francoforte sono riusciti a manifestare nel centro città e hanno resistito per tutta la sera alle cariche della polizia erigendo barricate fino a tarda notte, mentre qualche vetrina di lusso crollava (nonostante le misure di protezione), per la gioia di tanti giovani e lo shock dei principali giornali tedeschi. Grossi cortei pomeridiani hanno conquistato il centro città anche a Monaco e Dresda, mentre a Berlino, Amburgo, Hannover e Brema cortei spontanei e scontri sono andati avanti fino a notte e a Stoccarda la polizia ha bloccato il corteo a colpi di manganello e spray al peperoncino. Il ministro dell’Interno dell’Assia si è detto «scioccato» e la stampa si è subito lanciata in un elenco scandalistico delle violenze, un copione che a sua volta ricalca perfettamente quello che abbiamo visto in opera dopo i primi giorni di mobilitazioni in Francia e in Italia.
È troppo presto per dire se questo sabato di protesta in Germania rappresenterà l’inizio di un ciclo e si estenderà oltre le composizioni studentesche e giovanili. Un’analogia stretta con ciò che succede in Francia e in Italia non regge (ancora). In Francia le proteste della “Gen Z” sembrano essere la condensazione, per composizione e pratiche di lotta, di un decennio di lotte che avevano portato in piazza, anche se a turno, soggetti molto differenti: studenti medi, sindacalisti, pensionati, giovani di periferia, gilet gialli, lavoratori. In Italia i tre fine-settimana di manifestazioni del 2026 potrebbero aprire a un nuovo ciclo di mobilitazione di massa che trova radici e memoria nel “Blocchiamo Tutto” del 2025. In Germania, invece, le piazze erano addormentate e pacificate da tre o quattro anni. Le ultime mobilitazioni diffuse e di massa c’erano state negli anni a cavallo della pandemia, quando una certa effervescenza giovanile aveva agito come forza propulsiva per il movimento ecologista e per la lotta contro il cambiamento climatico e il fossile, raggiungendo picchi anche molto alti a livello di consenso e conflittualità (come le battaglie della foresta di Hambach e di Lützerath). Dal 2023, poi, le lotte ecologiste sono gradualmente rifluite, pur lasciandosi dietro una consapevolezza diffusa e una disponibilità generale alla lotta che questa volta hanno certamente fatto la differenza. Dal 7 ottobre 2023, inoltre, il movimento tedesco si è trovato incastrato nelle proprie contraddizioni mai risolte, dando il via a un’assurda spirale di scontri e divisioni che lo hanno reso completamente incapace di assumere una posizione unitaria e coraggiosa di fronte al genocidio del popolo palestinese. Una crisi che tutt’oggi assorbe la maggior parte delle energie delle realtà politiche organizzate in Germania, ma che, per molti, un proseguimento di questo nuovo movimento della Gen Z (che fa della solidarietà alla Palestina uno dei suoi punti fermi) potrebbe contribuire a far superare.
La forza del movimento giovanile che in Germania ha dato vita alla giornata del 31 ottobre sta nella sua spontaneità, come nel resto d’Europa, e nella genuinità delle ragioni di chi scende in piazza, quelle di una composizione stanca e impoverita dalle politiche dei governi europei e disgustata dall’orrore globale che si sviluppa da anni in diretta TV. Ma, come nel resto d’Europa, bisognerà valutare se la spontaneità sarà capace di reggere il contraccolpo di una risposta governativa decisa a spezzare sul nascere la potenziale voglia di riscatto di una generazione. Perché la mobilitazione duri servono anche in Germania le contro-istituzioni di movimento che da anni, embrionalmente, si costituiscono spontaneamente in Francia e che ultimamente abbiamo visto protagoniste anche delle mobilitazioni italiane: assemblee di massa e comitati nelle scuole, nelle università e nei quartieri, capaci di dare continuità e forza collettiva alla mobilitazione. Il prossimo appuntamento, in Germania, dovrebbe essere il 20 novembre, giornata di sciopero giovanile su scala europea. Anche in Germania, quindi, lo sciopero sembra essere lo strumento con cui dare continuità e rilanciare dopo una prima giornata di mobilitazione, e può essere una maniera per estendere la lotta a settori sociali che non si sentono (ancora) rappresentati da una rabbia marcatamente giovanile.
Se la mobilitazione avrà gambe per marciare, a fronte delle scommesse che le si parano davanti, il fatto che anche nel cuore dell’Europa possa svilupparsi un movimento contro guerra e carovita nel Paese motore da un lato della necessità della riconversione bellica e del riarmo e, dall’altro, l’emblema della crisi europea su tutti i livelli, rappresenta il possibile salto di qualità di un movimento transnazionale, eterogeneo e transgenerazionale ma ancorato a istanze di classe e potenzialmente in grado di invertire la direzione di una guerra in cui tutti e tutte saremo coinvolti in maniera attiva. Per la prima volta da molti anni l’Europa è attraversata da una scossa che mobilita molte persone e settori sociali differenti fuori da un’attitudine resistenziale, ma di attacco alle condizioni di vita imposte dall’alto.
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