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Siria del Nord: l’accordo che può colpire Erdogan

Clamorosi sviluppi hanno segnato l’ultima settimana di conflitto in Siria. E di quelli in grado, per l’ennesima volta, di mutare le sorti della prima vera guerra multipolare del XXI secolo.

Mentre il mainstream era indaffarato a strumentalizzare in chiave securitaria un presunto messaggio di Al Baghdadi che riconosceva le difficoltà in Iraq ed invitava i jihadisti a rivolgersi verso l’Occidente (per inciso preso da un’emittente locale e ridiffuso da Al Arabiya – network saudita non nuovo a simili uscite interessate) si compivano i sei mesi di Scudo dell’Eufrate, operazione con cui l’esercito turco è entrato in Siria lo scorso settembre.

Nonostante l’impiego di reparti scelti e mezzi meccanizzati del secondo esercito della NATO ed il fiancheggiamento di paramilitari e milizie “ribelli” fondamentaliste islamiche, la campagna ha impiegato appunto mesi nello strappare all’ISIS poche città siriane – tra cui quella di Al Bab – perfezionata a fine febbraio solo dopo innumerevoli proclami e smentite. Un pantano venduto in patria come una “vittoria”, avendo raggiunto il risultato di prevenire la connessione tra i cantoni dell’entità autonoma siriana di Kobane ed Afrin egemonizzata dalle forze curde; ma oneroso in termini militari e logistici, con quasi 600 morti tra soldati turchi e miliziani.

Per giustificare l’intervento sul territorio di un altro stato sovrano, in fase pre-Trump e con gli equilibri ad Aleppo ancora aperti, le motivazioni del governo turco erano state quelle di voler (unilateralmente) partecipare all’operazione per la liberazione di Raqqa, capitale siriana del sedicente Stato Islamico. L’occupazione di Al Bab (“La Porta”) sarebbe stato il primo passo verso quel traguardo, che doveva proseguire attraverso le città di Manbij e Tel Abyad sotto controllo curdo ed arabo delle Forze Siriane Democratiche (SDF).

Tuttavia dopo mesi di stallo la contemporanea avanzata dell’Esercito Arabo Siriano (SAA) governativo e delle SDF nella regione di Aleppo ne ha portato i fronti a congiungersi: separando il territorio controllato dalle milizie filo-Erdogan da quello dell’ISIS, e di fatto impedendo l’ulteriore espansione delle prime a sud.

Già questo aveva scatenato il nervosismo e le provocazioni di Scudo dell’Eufrate, con esibizioni muscolari ed incursioni nelle aree controllate dai partigiani del Confederalismo Democratico. Ma nella giornata di ieri l’agenzia stampa indipendente Kom News ha riportato la notizia di un accordo tra Russia e Consiglio Militare di Manbij (componente delle SDF); che consentirebbe alle SAA la permanenza in funzione di interposizione in una piccola fascia di territorio ad ovest della città di Manbij. Quanto basta per impedire l’avanzata dei miliziani di Ankara a meno di gravi conseguenze militari e diplomatiche.

Il clamoroso annuncio, che una volta implementato smentirebbe mesi di congetture “anti-imperialiste” che vedevano nelle SDF un burattino degli Stati Uniti (che pur avevano inviato proprie forze speciali nella zona per dissuadere l’intervento turco), ha attirato le critiche di parte dell’opposizione siriana in esilio. In realtà, seppure nessuno dimentichi le famigerate “barrel bombs” sganciate durante il conflitto dai jet del regime su tutte le principali città siriane e la sanguinaria repressione dei moti curdi di Qamishlo del 2004 come di quelli nazionali del 2011, resta innegabile la condizione di ostilità ed isolamento rivolti alla Siria del Nord da tutti i suoi vicini statali e non – con tutte le difficoltà del caso. Persino l’entità curdo-irachena del KRG, illegittimamente guidata dalla famiglia Barzani, mantiene tramite i suoi peshmerga l’embargo contro il Rojava oltreconfine; peshmerga che, dopo aver abbandonato al genocidio la popolazione di Sinjar nel 2014 hanno ora intenzione – sotto pressioni turche – di attaccarne le milizie autonome legate ai curdi siriani di YPG ed YPJ che li avevano difesi e liberati.

Così l’accordo sarebbe funzionale per entrambe le parti: al regime per continuare nella sua lotta alle milizie dell’ISIS e di Fatah Al Sham (l’ex-Al Qaida in Siria) ed alle SDF per proseguire la propria avanzata su Raqqa senza doversi guardare le spalle. Non solo l’autonomia della Siria del Nord resterebbe, almeno per il momento, garantita; ma la formazione che ha promosso l’accordo è composta in maggioranza da combattenti arabi in precedenza membri dell’opposizione; nonché espressione della comunità di Manbij e degli ideali di coesistenza polietnica promossi dal comandante locale Faisal Abu Layla, martirizzato la scorsa estate in battaglia.

Più in generale questi sviluppi possono dare un colpo fatale alle ambizioni di Erdogan di promuovere un conflitto nella regione per strumentalizzarlo nella stagione referendaria: ad Aprile si vota in Turchia su una cruciale riforma costituzionale, che in caso di vittoria del Si incrementerebbe a dismisura i poteri dell’attuale presidente della repubblica. Una strategia già adoperata in termini recentissimi all’interno della stessa nazione anatolica, con le operazioni militari condotte a ridosso delle elezioni dell’autunno 2015 nel sud-est del paese come deterrente alla crescita del partito progressista HDP.

Non sono mancati inquietanti segnali in tal senso. Come lo scambio in parlamento del segno dell’organizzazione fascista dei Lupi Grigi del premier Yildirim, uomo di fiducia di Erdogan – ricambiato dal gesto delle quattro dita di Rabia (utilizzato dai seguaci della Fratellanza Musulmana in ricordo del massacro ai loro danni nell’omonima piazza del Cairo nel 2013) da parte del segretario del partito di estrema destra MHP Bahceli.

Incalzato da una crisi economica strisciante e davanti al rischio di collasso del proprio disegno di potenza regionale – anche con la sordina ai negoziati di Astana – resta da vedere se e come il sultano di Ankara riproverà ad alzare la posta. I partigiani del Rojava si trovano davanti un nemico, il partito di governo turco AKP, che non ha mai esitato nel ricorrere al genocidio ed al terrorismo per risolvere le proprie difficoltà e consolidare il proprio potere – un monito minaccioso che si leva dalle rovine di Xerabe Bava, villaggio martire dell’ennesimo “coprifuoco” erdoganiano, proprio a pochi chilometri dalle terre autonome della Siria del Nord.

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