
Milano, la fabbrica degli arresti falsi: persone innocenti sacrificate per fare carriera
La Procura di Milano indaga su un sistema di arresti costruiti con false accuse e verbali manipolati. Tra le vittime un sedicenne. Nelle chat degli agenti: «Gli abbiamo rovinato la vita». Un’inchiesta che scuote la credibilità della Polizia locale e solleva interrogativi sui controlli e sull’impunità.
Un ragazzo di sedici anni viene fermato, accusato di detenzione di droga e resistenza a pubblico ufficiale. La versione ufficiale racconta un intervento antidroga e un arresto giustificato dai comportamenti del giovane. Ma nelle conversazioni tra gli stessi appartenenti alla Polizia locale di Milano emerge una storia radicalmente diversa. Una agente, che non risulta indagata, contesta ai colleghi le modalità dell’intervento: la droga non sarebbe appartenuta al ragazzo, la resistenza sarebbe stata attribuita a un adolescente trascinato giù dalla bicicletta e schiacciato sull’asfalto. Secondo la sua ricostruzione, gli sarebbe stato contestato un reato mai commesso. E in una delle conversazioni acquisite dagli investigatori compare la frase che restituisce tutta la gravità della vicenda: «Gli abbiamo rovinato la vita».
Non è una denuncia proveniente dall’esterno, né soltanto la versione di una persona arrestata che contesta l’operato degli agenti. Sono parole pronunciate da chi aveva partecipato all’intervento e che, confrontandosi con un collega, ne metteva in discussione la legittimità. È uno degli elementi più inquietanti dell’inchiesta della Procura di Milano, raccontata da Rosario Di Raimondo su la Repubblica il 9 ottobre e approfondita nei giorni successivi da altre testate. Un’indagine che ipotizza l’esistenza di un sistema di arresti illegali, costruiti attraverso informatori, cittadini utilizzati come esche e verbali contenenti circostanze che gli agenti avrebbero falsamente dichiarato di avere osservato.
Le contestazioni sono tuttora al vaglio dell’autorità giudiziaria e le responsabilità penali devono essere accertate. Ma la dimensione dell’inchiesta impedisce già di liquidarla come una semplice irregolarità procedurale. Secondo le ricostruzioni pubblicate, gli indagati sono arrivati a sedici, compresi due civili utilizzati come esche; sei agenti sono al centro della richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dai pubblici ministeri Giovanni Tarzia e Francesca Celle. Cinque erano già stati arrestati nell’agosto scorso, prima che la misura fosse attenuata. Tra i reati contestati a vario titolo figurano arresto illegale, falso, calunnia e peculato. L’inchiesta prende in esame numerosi episodi e oltre trenta contestazioni, anche se gli interventi direttamente al centro della ricostruzione del presunto sistema sono, allo stato delle notizie disponibili, dieci.
Una macchina per produrre arresti
Il meccanismo descritto dagli inquirenti non assomiglia a un errore occasionale commesso durante un intervento concitato. Secondo la Procura, sarebbe stato un metodo ripetuto, nel quale la selezione delle persone da colpire, la costruzione delle operazioni e la successiva redazione degli atti seguivano uno schema riconoscibile.
Al centro c’era un informatore con precedenti penali, inserito nell’ambiente dello spaccio, che indicava agli agenti le persone da arrestare e i luoghi nei quali cercare gli stupefacenti. Ma l’informatore non avrebbe agito per semplice collaborazione con le autorità. Secondo gli investigatori, aveva interessi propri nella gestione della piazza di spaccio e utilizzava il rapporto con gli agenti anche per colpire persone considerate concorrenti o nemiche. In una conversazione intercettata, uno degli indagati osservava che l’uomo voleva liberarsi dei propri avversari. Un altro descriveva il rapporto come reciprocamente vantaggioso.
Se questa ricostruzione verrà confermata, ci troveremmo davanti a un rovesciamento della funzione stessa dell’attività antidroga: non più l’apparato pubblico che utilizza informazioni per perseguire reati, ma un soggetto coinvolto nel mercato illegale che orienta l’azione degli agenti secondo i propri interessi. La forza coercitiva dello Stato sarebbe stata così messa, almeno in alcuni episodi, a disposizione delle rivalità interne a quel mercato.
La seconda parte del meccanismo prevedeva l’impiego di persone esterne alla Polizia locale, utilizzate come esche per avvicinare i bersagli e organizzare incontri finalizzati alla presunta cessione di stupefacenti. Non si trattava, secondo l’accusa, di normali attività investigative regolarmente autorizzate. La Procura contesta l’utilizzo di modalità sotto copertura non consentite agli agenti coinvolti e, soprattutto, la successiva rappresentazione falsificata di quanto avvenuto.
Il passaggio decisivo arrivava infatti con la compilazione dei verbali. Una volta fermata la persona, gli agenti avrebbero descritto operazioni differenti da quelle realmente compiute, arrivando a dichiarare di avere assistito direttamente a cessioni di droga che, secondo gli investigatori, non erano mai avvenute. In questo modo la ricostruzione destinata al magistrato avrebbe trasformato una situazione costruita artificialmente in un arresto apparentemente regolare.
Da Corsico a Milano, la flagranza costruita
Uno degli episodi più significativi riguarda un intervento del luglio scorso. Secondo la ricostruzione investigativa riferita da RaiNews, un uomo sarebbe stato attirato a un appuntamento con un’esca a Corsico, fuori dal territorio comunale milanese. Gli agenti lo avrebbero quindi caricato su un’automobile e trasportato nei pressi di un distributore di benzina a Milano, dove sarebbe stata simulata una situazione di arresto in flagranza.
La circostanza è particolarmente rilevante perché non riguarda soltanto un particolare inesatto inserito in un verbale. Riguarda il luogo stesso dell’intervento, la sequenza degli avvenimenti e la rappresentazione dei presupposti giuridici dell’arresto. Se confermata, significherebbe che gli agenti avrebbero modificato la scena dell’operazione per attribuirle una legittimità che non possedeva nelle condizioni reali in cui si era svolta.
È anche attraverso gli approfondimenti su queste operazioni e l’esame delle comunicazioni tra gli agenti che l’indagine ha assunto dimensioni più ampie. La documentazione digitale avrebbe consentito agli investigatori di confrontare ciò che veniva raccontato privatamente con ciò che era stato dichiarato negli atti ufficiali. Proprio questo confronto costituisce uno dei nuclei più importanti dell’accusa: le discrepanze non riguarderebbero soltanto valutazioni soggettive, ma fatti materiali, presenze, luoghi e comportamenti attribuiti alle persone arrestate.
«Siamo… stupefacenti»: le chat che smentiscono i verbali
Il gruppo WhatsApp utilizzato dagli agenti aveva un nome che oggi assume un significato particolarmente amaro: «Siamo… stupefacenti». Al suo interno, secondo l’inchiesta, venivano commentati gli interventi e gli arresti. Ma il contenuto di quelle conversazioni non coincideva sempre con le versioni riportate nei documenti ufficiali. È questa distanza tra il linguaggio privato degli operatori e gli atti destinati alla magistratura che ha permesso agli investigatori di ricostruire il presunto sistema.
Il caso del sedicenne è particolarmente grave proprio perché una collega avrebbe contestato apertamente ciò che era stato fatto. Il ragazzo, secondo la ricostruzione riferita nelle conversazioni, era stato fermato mentre si trovava in bicicletta, trascinato a terra e accusato di possedere droga rinvenuta altrove. La stessa agente avrebbe denunciato l’attribuzione di una resistenza che, a suo giudizio, non si era verificata. Non era quindi soltanto in discussione la provenienza dello stupefacente, ma l’intera costruzione delle accuse.
Un elemento merita di essere sottolineato: l’agente che espresse quelle contestazioni non risulta indagata. Le parole sulla vita rovinata appartengono a lei, non a una confessione collettiva dei sei agenti accusati. La distinzione è importante, ma non riduce la portata delle conversazioni: dimostra che, almeno in quell’occasione, all’interno dello stesso gruppo operativo esisteva una contestazione esplicita delle modalità dell’arresto.
L’indagine solleva quindi anche una questione relativa ai meccanismi di controllo interno. Se un’operatrice aveva riconosciuto e denunciato informalmente una condotta che considerava illegittima, quali strumenti aveva per segnalarla formalmente? Quali controlli venivano effettuati sulle relazioni di servizio? Chi verificava la corrispondenza tra le operazioni realmente svolte e i risultati comunicati ai superiori? Sono domande che non riguardano soltanto la responsabilità penale degli indagati, ma l’organizzazione del lavoro e le garanzie predisposte per impedire abusi.
Gli arresti come risultati da esibire
Un altro elemento emerso dall’inchiesta riguarda il rapporto tra numero degli arresti e avanzamento professionale. Secondo gli investigatori, alcune conversazioni tra gli agenti suggeriscono che l’elevato numero di operazioni potesse essere utilizzato per sostenere le ambizioni di carriera della commissaria Ilenja Sabato, indicata come responsabile della squadra. Nelle conversazioni riportate dalla stampa si fa riferimento alla possibilità di ottenere una posizione organizzativa, con il relativo riconoscimento economico.
Non è ancora dimostrato che questa fosse la motivazione effettiva delle condotte contestate. Ma il tema è rilevante perché mette in discussione un criterio frequentemente utilizzato per rappresentare l’efficienza delle politiche di sicurezza: il numero degli arresti.
Quando un’amministrazione misura i risultati prevalentemente attraverso quantità di controlli, denunce, sequestri e arresti, diventa indispensabile interrogarsi su come quei risultati vengano prodotti. Un numero elevato di persone fermate non dimostra, da solo, una maggiore tutela della collettività. Può documentare un’attività investigativa efficace, ma non dice nulla, se isolato dal resto, sulla legittimità delle procedure, sulla fondatezza delle accuse o sugli esiti giudiziari.
L’inchiesta milanese mostra il rischio più grave che può manifestarsi quando il risultato statistico diventa un obiettivo autonomo: la persona sottoposta a controllo rischia di trasformarsi in uno strumento attraverso il quale produrre un risultato professionale. Non più un individuo titolare di diritti, ma un arresto da registrare, un’operazione da comunicare, un numero da aggiungere al bilancio dell’attività repressiva.
Le accuse di appropriazione di beni e di utilità ricevute dall’informatore aggiungono un ulteriore livello alla vicenda. Secondo quanto riportato da Repubblica, tra gli episodi esaminati figurano la consegna di gioielli a una commissaria e l’appropriazione di una bicicletta elettrica del valore di circa mille euro da parte di un agente. Anche queste circostanze dovranno essere verificate giudiziariamente, ma indicano che l’indagine non si limita alla contestazione di procedure investigative irregolari.
Il potere di scrivere la verità ufficiale
La questione più importante che emerge da questa storia riguarda il valore attribuito alla parola di chi indossa una divisa. Un verbale di polizia non è una semplice opinione. È un atto pubblico che entra nel procedimento penale e contribuisce alla formazione delle decisioni giudiziarie. La sua funzione presuppone che chi lo redige descriva fedelmente ciò che ha visto e compiuto, senza inventare circostanze, alterare sequenze o attribuire a una persona comportamenti inesistenti.
È necessario ricordare che il giudice non è obbligato a credere automaticamente a ogni affermazione contenuta in un verbale: deve valutare gli elementi disponibili secondo le regole del procedimento. Ma è altrettanto evidente che gli atti redatti dagli operatori costituiscono spesso una parte essenziale della prima ricostruzione dei fatti, soprattutto quando l’arrestato non dispone immediatamente di immagini, testimoni o altri elementi per contestarli.
La disparità è concreta. Da una parte ci sono operatori pubblici dotati di poteri coercitivi, strumenti investigativi e capacità di produrre documentazione ufficiale. Dall’altra può esserci un sedicenne, una persona migrante, un lavoratore precario o qualcuno che non conosce sufficientemente il sistema giudiziario e non dispone delle risorse necessarie per difendersi efficacemente.
Se un verbale contiene fatti inventati, il problema non riguarda soltanto il falso documentale. Riguarda la possibilità che un’intera procedura giudiziaria venga orientata da una ricostruzione non corrispondente alla realtà. L’arrestato può perdere la libertà, subire conseguenze familiari, scolastiche e lavorative, affrontare spese legali e portare per anni le conseguenze di un’accusa infondata.
Non è stato possibile verificare, dalle fonti consultate, l’intero percorso giudiziario e la durata dell’eventuale privazione della libertà del sedicenne. Sarebbe quindi scorretto attribuirgli una specifica permanenza in carcere senza ulteriori riscontri. Resta il fatto che la Procura contesta la legittimità dell’intervento e che le conversazioni pubblicate descrivono un’accusa ritenuta falsa dalla stessa agente che vi aveva partecipato.
Non basta parlare di mele marce
La difesa degli agenti respinge la ricostruzione accusatoria. Secondo quanto riportato da RaiNews, i legali riconoscono la discutibilità di alcuni metodi ma sostengono che gli arresti fossero fondati. Sarà il giudice a valutare le richieste cautelari e, nelle successive fasi processuali, le responsabilità individuali.
Ma l’esistenza di un procedimento penale non esaurisce la questione istituzionale. Se venisse confermato che più operatori hanno partecipato ripetutamente alla costruzione di arresti illegali, non basterebbe spiegare tutto attraverso la condotta deviante di alcuni individui. Occorrerebbe comprendere come abbiano potuto operare, quali controlli siano mancati, perché le anomalie non siano state intercettate prima e quale cultura organizzativa abbia eventualmente favorito la ricerca di risultati a scapito della legalità.
È significativo che il caso di Corsico sia emerso anche grazie alle contestazioni dell’arrestato, alle verifiche sulle immagini e all’attività difensiva. Non è stato sufficiente il verbale a chiarire i fatti: è stato necessario sottoporlo a una verifica esterna. La documentazione prodotta dagli stessi agenti è diventata così oggetto dell’indagine, anziché essere considerata il suo punto di arrivo.
Questo è il nodo che attraversa molte vicende di abusi istituzionali. L’apparato che esercita la forza è spesso anche quello che produce la prima versione ufficiale del suo esercizio. Se mancano strumenti indipendenti di controllo, la possibilità di ricostruire quanto accaduto può dipendere dalla presenza casuale di una telecamera, dalla disponibilità di testimoni, dalla capacità di un difensore di individuare contraddizioni o, come in questa inchiesta, dall’esistenza di conversazioni digitali che raccontano una realtà differente.
La tutela della legalità richiede quindi verifiche indipendenti, tracciabilità delle operazioni, conservazione delle immagini, controlli sui verbali e procedure che consentano agli stessi operatori di segnalare condotte illegittime senza subire pressioni o ritorsioni. Non si tratta di presumere che ogni agente menta. Si tratta di costruire un sistema nel quale nessun agente possa sottrarsi al controllo soltanto perché rappresenta un’autorità pubblica.
La sicurezza non può essere costruita sulla privazione illegale della libertà
C’è infine un problema che riguarda il modello di sicurezza urbana. Milano, come molte altre città, conosce da anni un dibattito nel quale lo spaccio di strada, il degrado e la presenza di persone marginalizzate vengono frequentemente utilizzati per giustificare l’intensificazione dei controlli. Ma proprio in questo contesto il rispetto delle garanzie diventa essenziale.
La lotta allo spaccio non autorizza l’invenzione di reati, l’utilizzo illegale di operazioni sotto copertura o la manipolazione degli atti. La presenza di mercati illegali non sospende i diritti delle persone che vi sono coinvolte e non trasforma la polizia in un soggetto autorizzato a scegliere quali regole rispettare. Se lo facesse, la legalità che si dichiara di difendere diventerebbe il primo principio sacrificato.
Il caso del sedicenne rappresenta il punto più drammatico dell’inchiesta. Una persona ancora minorenne sarebbe stata coinvolta in un’operazione della quale una stessa agente contestava la fondatezza. La gravità non sta soltanto nell’eventuale falsificazione dell’accusa, ma nella sproporzione tra il potere esercitato e la condizione di chi lo ha subito. Per un operatore un arresto può diventare una voce nel resoconto dell’attività svolta. Per chi viene arrestato può rappresentare un evento destinato a segnare profondamente la propria esistenza.
È questa la distanza che le parole emerse dalle chat rendono impossibile ignorare.
L’inchiesta della Procura di Milano deve ora accertare le responsabilità dei singoli e verificare ogni episodio contestato. Ma l’amministrazione comunale e il comando della Polizia locale hanno una questione ulteriore da affrontare: capire se le procedure interne fossero adeguate, quali segnali siano stati ignorati e come impedire che risultati operativi apparentemente positivi nascondano violazioni dei diritti fondamentali.
La legalità non può essere misurata soltanto dal numero delle persone arrestate. Deve essere misurata anche dalla capacità delle istituzioni di impedire arresti illegali e di accertare le responsabilità di chi li compie.
Un sistema di sicurezza nel quale un verbale falso può trasformarsi in una privazione della libertà non ha soltanto un problema con alcuni operatori. Ha un problema con il controllo del potere che ha affidato loro.
E la domanda più urgente non è se sia ancora possibile fidarsi delle divise. È quali garanzie esistano affinché nessuna divisa possa sostituire i fatti con una versione conveniente.
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