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Rogoredo: l’albero marcio delle forze dell’ordine

Sulla vicenda di Rogoredo, come spesso succede quando si tratta di episodi che coinvolgono l’ordine pubblico o le forze di polizia, si è acceso un fortissimo dibattito mediatico.

Un agente spara a un ragazzo di 28 anni, Zak Mansouri, e lo uccide. Emergono dalle prime indagini circostanze che spiegherebbero l’accaduto con una legittima difesa e, immediatamente, si scatena il polverone. Opinionisti, giornalisti e politici ripubblicano compulsivamente la notizia, che rimbalza da una pagina all’altra. Cupi mormorii di appoggio da parte dei partiti di opposizione, proclami di sostegno incondizionato, quasi trionfali, dalla destra di governo, a cui non sembra vero di avere tra le mani una notizia “d’oro” di questo tipo. Dichiarazioni di solidarietà al poliziotto a destra e a manca – soprattutto da chi già da anni basa il suo programma politico su vicende del genere – escono per giorni, ininterrotte, da ogni bocca istituzionale. La Lega di Salvini lancia persino una campagna pubblica, “Io sto col poliziotto”, con banchetti e gazebo in tutte le città italiane.

Subito viene rilanciata una delle punte di diamante del nuovo decreto sicurezza, ancora in fase di preparazione: il cosiddetto “scudo penale”. Tecnicamente si tratta, in contesti come di quello di Rogoredo, di un registro separato in cui gli agenti di Polizia vengono inseriti al posto del normale registro degli indagati. Questo, solo se appare “evidente” una “giustificazione”, come ad esempio la legittima difesa. Insomma, una scorciatoia immediata per evitare l’iter processuale.

L’approvazione del decreto subisce dunque un’ulteriore accelerazione, prima di tutto propagandistica, come già avvenuto poco dopo il corteo del 31 gennaio per Askatasuna. Il clamore mediatico viene usato per legittimare il salto di passaggi “democratici” nella ratifica di decreti governativi. Nulla di nuovo. Nulla di nuovo neanche nella diatriba parlamentare scaturita dalle proteste indignate dell’opposizione, che attaccano con fervore la “deriva autoritaria” del governo Meloni, senza tuttavia mettere in discussione l’apparato complessivo su cui proprio la fantomatica “deriva” si regge. Il decreto rimane a decantare qualche settimana, a riprova del fatto che l’urgenza securitaria annunciata dal governo stia più nell’alveo delle parole che nei fatti. Grandi dichiarazioni di Meloni e Salvini hanno accompagnato i giorni successivi all’approvazione ma dal 5 febbraio, quando sembrava che sarebbe entrato in vigore a momenti, il decreto è rimasto bloccato per oltre tre settimane alla Ragioneria di Stato. Il problema? La mancanza di fondi. Piuttosto emblematico che il cavallo di battaglia su cui il governo ha impostato la sua campagna elettorale e la sua agenda manchi dell’elemento fondamentale per essere realizzato, ossia i soldi. Il decreto verrà poi bollinato ma con alcune modifiche sia di natura economica sia nella sostanza proprio dopo quanto accaduto a Rogoredo. 

Infatti, passano tre settimane ed escono nuove prove che ribaltano totalmente la tesi delle prime indagini. Il poliziotto, Carmelo Cinturrino, ha ucciso un uomo disarmato e, aiutato da un collega, gli ha messo in mano una pistola a salve. Ha poi aspettato più di venti minuti prima di chiamare l’ambulanza, lasciandolo morire. Si scopre anche che l’agente estorceva quotidianamente al ragazzo centinaia di euro e dosi di cocaina. Guadagnando dunque sulla pelle di una persona a cui poi ha sparato e che ha lasciato morire.

La notizia spiazza la scena e distrugge il teatrino politico tirato su le settimane prima. Chi ringrazia di non essersi esposto più di tanto a favore del poliziotto, chi opta per il silenzio, chi addirittura decide di cancellare i contenuti pubblicati sui social, rendendo ancora più evidente la precedente presa di posizione. Chi non si tira indietro, dopo aver difeso a spada tratta l’agente, invoca pene ancora più severe e giustizia raddoppiata se i reati sono commessi dalle forze dell’ordine. Si parla ancora una volta delle “mele marce”, in maniera trasversale e condivisa. Cinturrino sarebbe quindi un poliziotto cattivo che ha corrotto, con brutalità e nessun senso della morale, il buon nome della divisa, della Polizia, delle forze dell’ordine. Un malvivente che ha sfruttato la sua posizione di potere non per gli alti e nobili fini che perseguono i suoi colleghi, ma per arricchirsi e delinquere.

Eppure, ancora una volta, vengono smentiti. Intorno all’agente ci sarebbe stata una rete di complicità più o meno strutturata, composta sì dagli altri 4 agenti già coinvolti nelle indagini, ma anche dalle varie sfere del commissariato “Mecenate”. Una catena di responsabilità, dirette e indirette, che avrebbe nei fatti sostenuto, protetto, facilitato l’operato di Cinturrino. A partire anche dai frequenti pestaggi ai danni di spacciatori, non riportati negli atti ufficiali. 

C’è forse da stupirsi? Se si leggono le notizie dell’ultima settimana, evidentemente no. Più o meno contemporaneamente all’arresto di Cinturrino, altri tre poliziotti vengono arrestati, questa volta nella capitale. Verbali falsi, perquisizioni inventate e di nuovo accordi con la criminalità organizzata: scambiavano soffiate in cambio di chili di cocaina, che poi spacciavano. Pure in questo caso si ipotizza una connivenza, più o meno esplicita, con altri colleghi della Polizia. Ma ancora non è finita. Sempre lo stesso giorno, vengono denunciati 21 tra poliziotti e carabinieri, accusati di furto e truffa. Con la complicità di una cassiera, avrebbero rubato prodotti alla Coin della stazione di Roma Termini per 184 mila euro. Se guardiamo a un caso di qualche anno fa, diventa ancora più improbabile che si tratti di “mele marce”. In questi giorni si è infatti concluso il processo con una condanna nei confronti di Massimo Adriatici, ex assessore alla sicurezza a Voghera ed ex poliziotto. La sua vicenda è per certi versi simile a quella di Rogoredo. Una presunta legittima difesa è diventata, man mano che il processo andava avanti ed emergevano nuovi dettagli, un omicidio volontario. Massimo Adriatici, il 20 luglio 2021, ha ucciso con un colpo di pistola Younes El Boussettaoui, durante una vera e propria ronda notturna, solitaria e armata. Un altro evento su cui, ovviamente, le solite parti politiche avevano mangiato in abbondanza, sperticandosi in difesa di Adriatici e costruendo campagne di solidarietà. Ancora una volta, però, venendo smentiti dalla verità.

Non volendo continuare una lista che diventerebbe infinita, si possono fare alcune considerazioni. Vi è infatti una vera e propria tradizione di casi giudiziari in cui sono implicati agenti delle forze dell’ordine accusati di delinquere, in maniera più o meno organizzata, forti della loro posizione di potere. Una tradizione che ha come capofila la quasi rocambolesca vicenda della “Uno Bianca”, una banda armata, composta anche da 4 poliziotti, che a fine anni ‘80, durante decine di rapine, uccise 23 persone. Sono quindi numerosi i casi di questo tipo e nella maggior parte di questi vi è un’evidente complicità da parte di colleghi apparentemente non coinvolti, ma comunque conniventi.

È complesso spiegare questo fenomeno in maniera netta e definita. Una prima constatazione è che gli agenti di polizia non siano avulsi dalle condizioni materiali e dal contesto sociale in cui operano. In Italia oggi i corpi di polizia e dell’esercito vengono offerti come una sorta di ammortizzatore sociale e, in un momento di crisi e recessione, all’offerta corrisponde la soddisfazione di un bisogno e quindi una risposta affermativa. L’ingresso nelle FdO è una garanzia, un assicurarsi un salario dignitoso e un lavoro meno rischioso e faticoso di altri, soprattutto per i giovani in quei territori in cui non viene fatto alcun tipo di investimento nel tessuto economico e produttivo. Il salario da dipendente dello Stato si sa, necessita però di essere arrotondato, sia in termini economici sia in termini di status. E dunque, il sistema stesso per come funziona si basa e costruisce in maniera strutturale spazi di opacità, ambiguità, abuso. Praticarli non può essere spiegato come mera eccezione soggettiva di qualcuno (per quanto rimanga valida la regola “c’è lavoro e lavoro”) ma come forma obbligata di adesione a un’etica ribaltata del lavoro. Ancora più allettante dal momento in cui è chiara la garanzia di impunità giuridica data dal proprio ruolo. Questo sistema di messa a disposizione di possibilità di ascesa sociale e di potere è funzionale a garantire parallelamente fedeltà al corpo dello Stato e crea il meccanismo per cui l’abuso, la prevaricazione, la molestia – interna ed esterna – siano normalizzate e sistematizzate, in una potenziale escalation che permette anche di arrivare a situazioni in cui gli agenti uccidono, ricattano, proteggono e riproducono forme di sfruttamento e oppressione. In questo senso, il codice cameratesco che si sviluppa tra le file delle FdO assume un ruolo rilevante. Il senso di appartenenza, la dinamica gruppale e le gerarchie strette portano alla saldatura di una struttura sociale chiusa, coesa, che trova la sua legittimazione nell’intrinseca “vera giustizia” dello Stato che rappresenta. 

Questa dinamica genera poi un cortocircuito istituzionale nel momento in cui il potere giudiziario, o finanche quello mediatico, evidenzia o accusa le forze di polizia di atti delinquenziali o collusione con la criminalità organizzata. A quel punto, l’unico rimedio per mantenere salda la struttura rimane l’epurazione dei soggetti interessati, tacciati dunque di essere “mele marce”. A questo genere di episodi, che vedono le FdO protagoniste di atti generalmente legati ad un proprio profitto o tornaconto, si aggiungono poi i giornalieri “abusi di potere”, nelle modalità più disparate, in tutti i contesti in cui agisce la forza pubblica.

Nell’ultimo mese sono arrivate 16 condanne per torture attuate nelle carceri di Torino e Firenze. Casi che allungano una lista decennale di abusi della Polizia Penitenziaria nelle patrie galere. Tanto nelle Case Circondariali, quanto negli IPM, i maltrattamenti fisici, i pestaggi e i soprusi sono costanti, senza contare le storture del sistema penale e detentivo – che passa anche dagli orrori strutturali dei CPR – che costituiscono forme di abuso non già immediatamente e direttamente fisiche, ma di logoramento psicologico sul lungo periodo. Violenze che non si limitano agli istituti “totali”, ma che si riproducono anche nei contesti urbani, nelle periferie marginalizzate, nella repressione di manifestazioni e mobilitazioni. Le chat dei carabinieri responsabili della morte di Ramy Elgaml, pubblicate nei giorni scorsi, sono un esempio lampante di come non esistano casi fortuiti o eccezionali: la violenza eccedente si costruisce su precise condizioni di potere e anche, come dimostra questo caso, su un humus culturale razzista, sessista e classista che permea le forze dell’ordine. 

Si capisce quindi anche che il limite della violenza che la Polizia può esercitare è totalmente arbitrario e, come se non bastasse, assolutamente non vincolante. Questo perché il monopolio legittimo dell’uso della forza rimane necessariamente intestato allo Stato (non potrebbe essere altrimenti, pena la sua estinzione), anche se vengono posti dei limiti morali o, come nella maggior parte dei casi, tecnici. Non è un caso infatti che le forme di disciplinamento passino sempre di più da dispositivi di controllo virtuali o spaziali, come le zone rosse o i daspi urbani. Strumenti che vengono sviluppati di pari passo con l’implementazione di altri sistemi di disciplinamento e controllo. Si tratta delle nuove tecnologie legate alla sorveglianza, all’intelligenza artificiale e al riconoscimento biometrico. Tecnologie sviluppate in ambito bellico che affinano le modalità di controllo e progressivamente cominciano anche a sostituire quelle vecchie, meccaniche-tecnologiche o umane che siano.

Infine, per collocare e comprendere meglio questo aspetto, è necessario definire il ruolo sociale delle forze dell’ordine, anche in una dimensione storica. La polizia, come organo costitutivo di uno Stato, si occupa della garanzia dell’ordine pubblico, del controllo degli episodi “criminali” e dell’integrità e stabilità delle istituzioni. In Europa comincia ad emergere, in maniera strutturata, tra il XVIII e XIX secolo, in un periodo di importanti cambiamenti politici, sociali ed economici. Una fase in cui la progressione verso modi capitalistici di produzione comporta un mutamento delle forme di illegalità e delle necessità di protezione delle nuove classi dominanti. L’illegalità, che si sposta progressivamente sul piano della lesione della proprietà, da un lato; l’emersione di forze sociali capaci di mettere in discussione l’ordine costituito, dall’altro.

La polizia si sviluppa quindi come strumento di controllo territoriale capillare sulle persone, evolvendosi di pari passo con le scienze sociali e con la tecnologia. Progredisce infatti grazie a una codificazione sistematica e in continua estensione dei comportamenti “devianti”, dei reati e delle pene ad essi correlate, delle condizioni psicologiche, sociali e politiche – di classe – della popolazione. Un organo indispensabile per le moderne macchine burocratiche statali, ma con l’obiettivo preciso e manifesto di controllare e disciplinare la società. Un obiettivo intrinseco che per forza di cose necessita dell’uso della forza e, talvolta, della violenza.

Rebus sic stantibus, il tentativo di giustificare tali comportamenti attraverso la retorica delle “mele marce” regge in maniera piuttosto traballante. Queste non costituiscono un’anomalia negativa se non utilizzando il prisma interpretativo degli stessi corpi di polizia. Si tratta piuttosto di eccessi più visibili di violenza che emergono dalla naturale funzione della forza pubblica, almeno così come è strutturata in un sistema di potere Stato-Capitale. La regola, non l’eccezione.

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