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Minorenni in carcere da 6 mesi per i cortei per la Palestina. Una giustizia educativa

Ripubblichiamo le riflessioni del coordinamento cittadino Torino per Gaza in vista del nuovo presidio che si terrà oggi a Torino in solidarietà ai giovani reclusi per aver manifestato in solidarietà alla Palestina.

Vorremmo fare luce su un fatto preoccupante passato sotto il radar. Da 6 mesi infatti sono detenuti giovanissimi dai 16 ai 18 anni a seguito dei disordini dello sciopero del 3 ottobre.

La legge italiana dovrebbe basarsi sul principio di imparzialità, proporzionalità della pena e funzione rieducativa di questa, tutta via questi ragazzi (alcuni dei quali senza precedenti e con le sole accuse di resistenza e danneggiamento) sono stati allontanati dalle loro famiglie, dalla scuola e abbandonati in carceri minorili e comunità a chilometri dalla loro vita, dopo un operazione in grande stile a pochi giorni dai fatti. In uno Stato in cui la burocrazia procede lenta, ci sono stupratori e mafiosi a piede libero ci sembra perlomeno sospetta la repentinità e la forza impiegata contro questi ragazzi. Gli stessi esponenti del governo che dichiarano: “se viene Netanyahu in Italia non lo arrestiamo”, si sono rivendicati l’operazione. Tutta questa insensatezza però si risolve quando consideriamo il fattore politico: quest’operazione si configura come vendetta del governo contro il movimento per la Palestina. Dipingono dei ragazzi come mostri e li usano da capro espiatorio: i violenti propal (anche se in quella piazza a scatenare gli scontri era stata la polizia), spaventando allo stesso momento i giovani che si mobilitano e creando divisioni nel movimento. A pagarne il prezzo? Dei ragazzini. Non accettiamo il divide et impera di un governo con le mani sporche di sangue che è debole coi forti e forte coi deboli, che con una mano firma decreti sicurezza contro chi manifesta e con l’altra depenalizza i reati con cui i politici rubano, non abbandoniamo questi ragazzi da soli a pagare il prezzo di una piazza in cui eravamo 100.000.

Una giustizia educativa

«Di che nazionalità era quello che ti passava le bottiglie da lanciare?»

Una delle numerose domande, questa, che ha costellato l’interrogatorio svoltosi ieri presso il Tribunale minorile di Torino ai danni di 2 dei 6 imputati, arrestati lo scorso gennaio con l’accusa di resistenza e danneggiamento per aver partecipato alle mobilitazioni serali del 3 ottobre, durante il movimento Blocchiamo Tutto.

Salta agli occhi da un quesito simile tutto l’indegno razzismo che ha coronato l’intera udienza. L’interrogazione procede ansiogena richiedendo se gli imputati fossero a conoscenza dei fondamenti di Hamas e se ne condividessero i valori, e ancora opinioni richieste riguardo il 7 ottobre, e addirittura insinuazioni riguardo ipotetici sensi di colpa che chi aderisce alle manifestazioni per la Palestina, come i ragazzi sotto processo, dovrebbero provare nei confronti dei “bambini israeliani”. II sionismo istituzionale non cerca nemmeno di celarsi dietro una presunta deontologia della professione di giudice. Un interrogatorio pressante che ha spesso esulato dall’oggetto del processo. Un interrogatorio strutturato per far dire ciò che il giudice voleva sentire nelle vesti di una confessione e con modalità volutamente provocatorie con il fine di indurre a reazioni che giustificassero il profilo aggressivo delineato dall’accusa e sotteso dalla corte giudicante.

Ecco la portata educativa veicolata dal sistema penale minorile, che cerca di infondere nei ragazzi che disgraziatamente si trovano a rapportarsi con questa istituzione, il senso di colpa, la vergogna, l’impotenza, un sistema che in via cautelare allontana dalla propria famiglia rinchiudendo persone senza processo in un carcere minorile o in una comunità a kilometri da casa, impedendo di andare a scuola o di frequentare sport o attività essenziali alla crescita personale, che impedisce la socialità e l’appagamento di una vita significativa.

Vogliono, in sostanza che quel marchio del “criminale” ti rimanga inciso sulla fronte per tutta la vita, perchè una persona, nonostante la propria giovane età, ha osato sfidare il potere costituito che poi, senza scrupoli, si vendica del fatto che milioni di persone abbiano bloccato il Paese intero mossi da un ideale di giustizia arrivato fino a noi grazie alla voce irriducibile della resistenza palestinese. Educazione equivale a sottomissione.

Non servivano, per altro, le 2 ore di ritardo con cui è cominciata l’udienza, per ricordare ai giovani imputati che del loro tempo le istituzioni se ne fregano con assoluta convinzione.

Sarebbero bastati i 6 mesi di detenzione, i mesi di attesa per avere un permesso per frequentare la scuola (quasi fosse una gentile concessione!). Tempo che è stato sottratto all’autodeterminazione, alla crescita, alle aspirazioni di queste persone, un tempo che nessuno avrà mai il potere di restituire.

L’esito dell’udienza è stato 1 anno di messa alla prova, ci sarebbe da chiedere a chi bisognerebbe dare prova di cosa. Dopo 6 mesi di detenzione, non si è contenti del risultato e si vuole continuare a tenere nelle maglie strette della cosiddetta giustizia la vita di questi prigionieri politici.

Giovedì 16 luglio verranno sottoposti a processo anche il resto dei minorenni arrestati a gennaio, e ancora una volta saremo lì. Perchè nessuno dovrebbe subire una violenza simile da solo e perchè liberare i nostri prigionieri è un dovere che rientra tra i compiti di chi si pone l’obiettivo di liberare questo mondo dal fascismo sionista che sta avvelenando le vite dei popoli di tutta la terra. Ce lo insegna la Palestina che indietro non si lascia nessuno e così continueremo a fare. La libertà è una lotta costante!

LIBERTÀ PER I NOSTRI PRIGIONIERI POLITICI

LIBERTÀ PER LA PALESTINA E PER I POPOLI DI TUTTA LA TERRA

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