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Torino città partigiana: Que viva Askatasuna! 

Ripubblichiamo il comunicato uscito dal centro sociale Askatasuna in merito alla giornata di lotta di ieri. Alleghiamo anche un video racconto della giornata.

credits to danisol74

L’attacco da parte del governo Meloni è duplice: un attacco alla città di Torino in quanto anomalia, esempio di resistenza e di lotta e un attacco alle lotte sociali e al movimento in solidarietà alla Palestina. 

Il governo, a seguito di due mesi di mobilitazioni in tutta Italia che hanno avuto la capacità di bloccare il Paese, si è intimorito perché ha avuto la consapevolezza che l’Italia avesse scelto da che parte stare. 

Pensiamo che in questi giorni, la “medaglia d’oro per la Resistenza assegnata alla città, stia venendo difesa da un attacco pesante da parte del Governo. Prosperina Vallet, nome di battaglia “Lisetta”, è il volto che ha accompagnato il corteo. Gigantografia sottratta alla bieca servitù delle forze di polizia e operai che lavorano da giorni per rendere completamente inagibile il palazzo di corso Regina Margherita 47 e che hanno strappato la targa di Giovanni Accomasso, partigiano torinese unitosi alla resistenza nel ’44. 

Ieri in piazza c’era la Torino partigiana: c’erano i giovani e giovanissimi che stanno crescendo nelle lotte di ora, c’erano le famiglie e i bambini e le bambine che hanno vissuto sulla propria pelle la privazione del diritto all’educazione per permettere lo sgombero di un loro spazio di incontro, c’erano gli abitanti e le abitanti di Vanchiglia, ancora increduli a fronte dell’istituzione di un nuovo cantiere nel cuore del quartiere protetto da jersey e mezzi di polizia, c’erano i comitati cittadini, associazioni, anziani, compagni e compagne da territori vicini che hanno voluto portare la loro solidarietà sapendo che lo sgombero dell’Aska riguarda tutti e tutte. 

Questa è la città che vogliamo ed è con tutti e tutte coloro che in questi giorni sono stati al fianco dell’Askatasuna che vogliamo immaginare il futuro. 

10 mila persone unite da un sentimento comune: c’è la necessità che lo spazio di corso Regina Margherita 47 venga riconsegnato alla città e al quartiere e c’è la volontà di guardare avanti riallargando collettivamente gli spazi di agibilità, aprendo dimensioni di scambio e di ragionamento collettivo con la Torino che quotidianamente sceglie come vivere il proprio territorio, che vuole organizzarsi per un presente diverso, che vuole rappresentare una forza con cui doversi confrontare perché autonoma. Costruire istituzioni collettive, spazi di discussione, di socialità, di possibilità è un percorso che va continuato, sedimentato, insieme. 

Insieme come ci si è avvicinati alle mura circondate da jersey e mezzi della polizia, tra idranti e lacrimogeni, per indicare un’esigenza comune, praticando il terreno del conflitto. Molte le parole spese sulle pagine dei quotidiani oggi per riproporre il trito e ritrito ritornello: i violenti, gli incappucciati che scavalcano i bambini per cercare lo scontro. Piacerebbe a Marrone, Tajani, Piantedosi – che oggi si congratula con la gestione del questore Sirna da poco silurato – che questa narrazione corrispondesse alla realtà eppure, spiace dover ribadire l’ovvio, a Torino non funziona così. Ognuno e ognuna, secondo le proprie possibilità, dà il suo contributo in una sinergia che solo la Val Susa ci ha insegnato. Chi non ha le scarpe buone è pronto a sostenere dove l’aria è un po’ più respirabile, chi non ha abbastanza fiato è presente con sguardo attento per capire insieme dove occorre esserci. 

Non funziona così in nessuno di quei territori in cui esistono esperienze di organizzazione autonoma della società, non funziona così nei quartieri popolari a Roma, nelle periferie di Milano, non funziona così nei porti dove in questi mesi “non è passato nemmeno un chiodo per la guerra”, non funziona così, cari Piantedosi, Salvini e Meloni, nessuna ruspa potrà distruggere il sogno collettivo. E’ il sogno che sta in fondo agli occhi di chi ha fatto esperienza dei blocchi nelle stazioni, di chi ha bloccato il porto di Genova e di Livorno, di chi ha occupato le scuole e le università per la Palestina libera, di chi ha camminato fianco a fianco con la consapevolezza di poter rompere la complicità con il genocidio in Palestina. Ed è da lì che si va avanti, con immaginazione e con la potenza che solo la percezione di stare costruendo la liberazione collettiva può permettere.

Sono passati solo tre giorni e la strada è ancora lunga, verrà inaugurato un nuovo anno di lotta con il Capodanno, ci si incontrerà in una grande assemblea cittadina il 17 gennaio e si riattraverseranno le strade della città di Torino il 31 gennaio per il corteo nazionale. E’ una prospettiva da costruire insieme: oggi il governo ci vuole disciplinati per poterci armare, parla di leva obbligatoria, finanzia il genocidio in Palestina e manda al collasso la sanità pubblica, la scuola e i servizi essenziali. Il governo coltiva l’illusione che basterà continuare così per mandarci in guerra ma questo percorso sarà un’ulteriore occasione per dimostrare che si sbaglia di grosso. 

Intanto, qui da queste parti, noi abbiamo da fare e c’è poco tempo da perdere: continuare a monitorare quanto accade in Vanchiglia è una delle priorità, ci uniamo alla voce del quartiere che pretendono che cessi la militarizzazione, perchè sta colpendo non solo la sua riproduzione economica ma la stessa vivibilità. Continueremo la lotta condividendo spazi di incontro e socialità durante queste settimane, perché Natale, si sa, è il momento di andare a trovare la famiglia, e anche in queste feste saranno in giro i ragazzi di Vanchiglia. 

Qui un video racconto della giornata

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