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L’ultimo “paziente” di Giorgio Coda

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Il 2 dicembre 1977, un nucleo di Prima Linea ferisce alle gambe lo psichiatra Giorgio Coda, a lungo a capo dei manicomi di Collegno e Villa Azzurra.

Nel processo di primo grado che lo vede protagonista per le sevizie contro i piccoli pazienti del manicomio di Collegno, Coda viene condannato a cinque anni di reclusione: tre gli vengono amnistiati, in una sentenza che appare storica non tanto per la esiguità della pena quanto per la partecipazione attiva nel dibattimento delle vittime di Coda e in definitiva del sistema degli ospedali psichiatrici in Italia.

«Pare al tribunale che nell’imputato ricorra in pieno e integro il dolo», si legge nella sentenza di primo grado, «quando sottoponeva a punizione elettrica le parti offese egli aveva perfetta consapevolezza della illegittimità di tali punizioni, del loro carattere vessatorio, della loro identità a creare nei soggetti passivi una totale soggezione ai voleri del Coda». Un medico che lo stesso giudice Venditti definirà «chiuso in una torre d’avorio, protetto da chi doveva controllare quanto succedeva all’interno dell’ospedale, insensibile alle sofferenze dei malati».

Era stata Maria Repaci – una assistente sociale del Centro tutela minorile di Torino – a inviare nel 1968 al presidente del Tribunale dei minori un rapporto di cinque pagine. Nello scritto si raccontava la vicenda di un bambino di dieci anni, Alberto Bonvicini, ricoverato nell’ospedale di Collegno per avere ingoiato una biglia di vetro. Da qui il trasferimento a Villa Azzurra, diretta da Coda, nella quale il bambino viene legato al letto per settimane. Quando il presidente del tribunale trasmette a sua volta un rapporto alla Procura della Repubblica, dopo un anno l’inchiesta finisce nelle mani di un giudice istruttore. Dagli interrogatori viene fuori l’esistenza di un sistema fatto di vere e proprie torture ai danni delle persone ospitate nelle strutture dirette da Coda. Emergono particolari raccapriccianti: alcuni ex degenti risultano non avere più denti, spezzatisi a seguito delle sedute di elettroshock. La macchina per il cosiddetto «elettromassaggio» veniva portata in processione nei reparti, a mo’ di ammonimento, e regolarmente usata: una volta posizionata nelle vicinanze dei letti dei ricoverati, gli infermieri tenevano fermo il malato, il medico applicava gli elettrodi e il circuito veniva chiuso. A partire da quel momento, il paziente si contorceva per le scariche elettriche: urla, perdita di feci e urina, con gli altri pazienti ad aspettare terrorizzati il proprio turno.

Nonostante le testimonianze, durante il dibattimento emerge un cavillo che rischia di alleggerire ulteriormente la posizione dello psichiatra: gli avvocati dell’imputato fanno osservare che mentre l’ufficio istruzione di Torino indagava sulla attività di Coda, lo stesso medico risultava essere ancora giudice onorario presso il Tribunale dei minori. Il codice di procedura penale, fanno osservare i difensori del professore, dice che un giudice non può essere processato presso il tribunale in cui espleta le sue funzioni. I giudici della Corte d’appello non accolgono la tesi dei difensori del professore, ma nemmeno la rigettano: semplicemente rinviano gli atti alla Cassazione affinché si pronunci sulla competenza del Tribunale di Torino a processare lo psichiatra.

Coda, dal canto proprio, si dichiara vittima di una macchinazione. I giornali torinesi fanno notare come lo psichiatra, nonostante l’utilizzo dell’elettroshock su centinaia di pazienti, sia finito a processo soltanto a seguito della denuncia di una assistente sociale. Alcuni giornali utilizzano il termine «sevizie» tra virgolette.

Il 2 dicembre 1977, Coda viene gravemente ferito da un nucleo di Prima Linea nel suo studio di via Casalis, a Torino. Il commando entra in azione alle 18,40: in studio, oltre a Coda, il collega Treves e Carla Simonessa, l’infermiera-segretaria. Proprio la Simonessa, dopo aver sentito il citofono suonare, si avvicina al portone: «siamo della polizia, non si preoccupi», sente dire dall’esterno. Quando la donna apre il portone, si ritrova di fronte quattro giovani con le pistole spianate. Uno di questi prende per il braccio l’infermiera e la trascina nel bagno mentre un secondo uomo raggiunge correndo la stanza nella quale Coda visita i pazienti: afferra lo psichiatra, lo incatena al termosifone e lo obbliga a inginocchiarsi. Il breve «processo» al quale lo psichiatra viene sottoposto tocca fatti già emersi durante l’inchiesta della magistratura partita con l’esposto del 1968. Le accuse sono lanciate in modo freddo e la sentenza è di condanna: un primo proiettile si conficca nella spalla destra del medico, un secondo nella sinistra, mentre un terzo va a spappolare il ginocchio. I colpi destinati al medico avrebbero dovuto essere cinque: un probabile inceppamento dell’arma risparmia a Coda gli altri due, che vengono ritrovati inesplosi per terra. Alle 19 il commando è già in strada, non senza prima aver tranciato i cavi del telefono.

I primi soccorsi a Coda vengono operati da un farmacista della zona. Ambulanza e polizia arrivano presto: Coda finirà alle Molinette in prognosi riservata. La modalità del ferimento non è probabilmente casuale. Durante il processo al medico era emerso un episodio, denunciato da un gruppo di assistenti sociali, di un bambino legato a un termosifone e poi liberato con ustioni alle braccia e alla schiena. Le modalità seguite nel ferimento di Coda sono quindi forse da ricercarsi in una logica da «contrappasso».

Poche ore dopo l’agguato allo psichiatra, la segreteria della federazione del Pci torinese esprime «la più ferma e recisa condanna per il gravissimo atto di violenza terroristica di cui è stato vittima il prof. Coda».

«Siamo in presenza», prosegue il comunicato, «di un nuovo oscuro episodio dell’ondata di violenza e terrorismo che ha preso di mira, da mesi, la nostra città. La stessa scelta della vittima conferma che ci troviamo di fronte a una azione condotta con freddezza e cinismo che mira a indebolire le difese democratiche anche creando elementi di equivoco nel giudizio della opinione pubblica. Proprio per questo occorre che anche in una simile occasione l’esecrazione e la ripulsa della violenza siano generali. Chi spara alle gambe, chi uccide, chi lancia le molotov, chi fa della violenza il proprio credo politico è un nemico della classe operaia e della democrazia».

«”Porco”, mi dicevano, “bastardo”, eppure io ho fatto soltanto il medico e tanta gente ha ricevuto benefici da me», dice Coda sul letto di ospedale, «ma questi terroristi mi hanno processato e condannato in un minuto. Sì, sono proprio io quello dell’elettroshock. Fate qualcosa, ho un male terribile».

Il bambino Alberto Bonvicini nel frattempo e diventato un compagno di movimento, partecipa ai circoli giovanili di allora, finisce in carcere per un paio d’anni, mai si è dissociato e concluderà la sua esistenza a Roma a 33 anni, nel 1991.

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Guarda il video “L’elettroshock come cura dello psichiatra elettricista Giorgio Coda”:

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