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È l’insurrezione

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Tra febbraio e marzo del 1945, mentre le truppe alleate non sono avanzate rispetto alle posizioni occupate durante l’inverno,l’offensiva partigiana nell’Italia settentrionale si sviluppava con nuova forza.

È il 10 aprile quando la direzione per l’Italia settentrionale del partito comunista fa pervenire a tutte le organizzazioni politiche e formazioni militari partigiane la direttiva n. 16 dedicata all’insurrezione: “l’offensiva sovietica sull’ Oder e l’offensiva anglo-americana in Italia saranno gli atti finali della battaglia vittoriosa. Anche noi dobbiamo scatenare l’attacco definitivo. Non si tratta più solo di intensificare la guerriglia, ma di predisporre e scatenare vere e proprie azioni insurrezionali”.

Alcuni giorni dopo il generale Clark (generale americano a dirigere le forze alleate in Italia) invia un messaggio ai partigiani raccomandando di restare sulle montagne e di non compiere azioni premature. Appena conosciuto il testo dei messaggio Togliatti scrive a Longo: “Il nuovo ordine del giorno del generale Clark è stato emanato senza l’accordo del governo né nostro. Tale ordine del giorno non corrisponde agli interessi del popolo. E nostro interesse vitale che l’armata nazionale e il popolo si sollevino in un’unica lotta per la distruzione dei nazifascisti prima della venuta degli alleati. Questo è indispensabile specialmente nelle grandi città, come Milano, Torino, Genova ecc., che noi dobbiamo fare il possibile per liberare con le nostre forze ed epurare integralmente dai fascisti. Prendete tutte le misure necessarie per la rapida realizzazione di questa linea, scegliete voi stessi il momento dell’insurrezione sulla base dello sviluppo generale della situazione sui fronti, sul movimento del nemico e sulla base della situazione delle forze patriottiche.”

Il popolo italiano aderisce con slancio all’appello: il 19 aprile i partigiani, guidati da Barontini, liberano Bologna e nella mattinata del 24 tutte le stazioni radio trasmettono questo messaggio “Il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia invita all’insurrezione in tutte le città e le province, per cacciare gli invasori e i loro alleati fascisti, e per porre le basi di una nuova democrazia, che sarà l’espressione della volontà popolare”.

È l’insurrezione. Il giorno successivo vengono liberate Torino e Milano, e la maggior parte del nord Italia.

In questi giorni convivono, nel clima di generale euforia, la fiducia e i dubbi nei confronti del prossimo futuro, degli Alleati e del governo di Roma: ci si avvia a vivere un momento in cui l’uscita dall’incubo della morte, per essere sentita davvero come definitiva, chiede ancora dei morti. In questo senso, le organizzazioni partigiane aspirano ad una giustizia rapida ed esemplare, che permetta anche di “evitare l’errore di Roma per cui troppi fascisti girano ancora indisturbati per le vie dell’Urbe”.

Procedere all’epurazione è un bisogno sentito ed impellente, “l’epurazione dobbiamo farla adesso, chè dopo la liberazione non si fa più, perché in guerra si spara, finita la guerra non si spara più”, la giustizia deve venire dal popolo, che da una parte continua a repellere la denuncia come metodologia di risoluzione, e che dall’altra parte spesso vede troppo lassismo da parte delle autorità.

Per molti anni la stampa revisionista ha parlato di 300.000 uccisi nelle giornate di aprile, mentre nel 1952 il ministro dell’interno Scelba fornisce la cifra di 1732 epurati. Le stime concrete degli storici fanno invece ammontare il numero dei morti tra i dodici e i quindicimila in tutto il nord Italia.

Guarda “La liberazione di Torino“:

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pubblicato il in Storia di Classedi redazioneTag correlati:

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