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Emily Davison al derby di Epsom

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Emily Wilding Davison (Londra, 11 ottobre 1872 – 8 giugno 1913) è stata un’attivista inglese.

Impegnata nella lotta per la conquista del diritto di voto per le donne, durante una manifestazione di protesta venne colpita dal cavallo di re Giorgio V al Derby di Epsom il 4 giugno 1913, e morì quattro giorni dopo. Emily nacque in una famiglia abbastanza numerosa. A scuola, dove dimostrò anche doti di attrice, si dedicò con passione agli studi, arrivando sino alla formazione universitaria, presso il Royal Holloway College di Londra. Dovette, però, abbandonare il college perché la madre, che era rimasta vedova, non poteva più pagare le spese necessarie. Divenne quindi un’insegnante. La somma che riuscì a risparmiare col suo lavoro le permise di iscriversi al St Hugh’s College di Oxford per studiare Lingua e Letteratura Inglese, ottenendo i risultati migliori all’esame finale del suo corso, anche se alle donne, in quel momento, non era ancora consentito di conseguire la laurea in quell’università. In seguito, nel 1906, ottenne l’incarico di istitutrice presso una famiglia nel Berkshire. Si iscrisse all’Unione Sociale e Politica delle Donne. Venne arrestata e incarcerata per vari reati, tra i quali un violento attacco contro un uomo che scambiò per il Cancelliere dello Scacchiere, David Lloyd George.

Nel carcere di Strangeways iniziò lo sciopero della fame e fu sottoposta ad alimentazione forzata. La notte del 2 aprile 1911, in occasione del censimento, la Davison si nascose in un armadio del Palazzo di Westminster in modo da poter legittimamente indicare sul modulo che la sua residenza, quella notte, era stata la Camera dei Comuni. Nel 1913 sistemò una bomba nella casa di recente costruzione di Lloyd George, nel Surrey, creando ingenti danni. Il 4 giugno 1913, al derby di galoppo di Epsom , fu travolta da Anmer, il cavallo del re Giorgio V. A causa delle lesioni subite, tra le quali una frattura del cranio, morirà all’ospedale di Epsom quattro giorni dopo. Nelle immagini dell’epoca la si vede slanciarsi verso il cavallo per afferrarne le briglie, e certamente aveva con sé la bandiera viola, bianca e verde del WSPU.

Chi intendeva screditarla sostenne che avesse cercato volontariamente la morte, proponendosi come martire per la difesa della causa delle suffragette; le sue compagne di lotta e le persone che più le erano vicine, invece, hanno sempre affermato che la sua intenzione fosse quella di attaccare la bandiera del movimento alle briglie del cavallo del re, per farla sventolare fino al traguardo, dando così grande visibilità alla causa del movimento in occasione di un avvenimento mondano tra i più importanti della Gran Bretagna. Il re Giorgio V si interessò subito alla sorte di cavallo e fantino, manifestando disappunto per la giornata rovinata. Herbert Jones, il fantino che cavalcava il cavallo, subì solo un lieve trauma cranico nell’incidente, ma rimase a lungo sconvolto per l’episodio, continuando a lungo a rivedere il volto della donna. Nel 1928, al funerale di Emmeline Pankhurst, Jones depose una corona “in memoria della signora Pankhurst e di Miss Emily Davison”. La cerimonia funebre, che attirò moltissime persone, ebbe luogo a Londra dieci giorni dopo l’incidente; in seguito il feretro venne portato in treno a Morpeth. La lapide posta sulla sua tomba reca lo slogan WSPU, “Atti, non parole”.

Guarda “Clare Balding’s Secrets of a Suffragette | Epsom Derby Festival | Channel 4 Racing“:

Guarda “Emily Davison. Muerte en el Derby de Epsom.“:

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pubblicato il in Storia di Classedi redazioneTag correlati:

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