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Autunno caldo

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È il 1969, l’autunno è esploso. In realtà dalla primavera gli scioperi erano iniziati. Siamo a fine settembre e le trattative per il rinnovo del contratto vanno al rilento. I punti di opposizione padronali alle richieste operaie sono incentrate sul non voler sganciare il salario dalla produttività.

Tra i settori più combattivi della classe operaia si afferma l’idea, già sperimentata negli scioperi di primavera (in particolare all’officina 32 della Fiat Mirafiori), degli scioperi a scacchiera, con fermate improvvise e articolate, con presenza dentro le officine, con cortei interni e occupazioni momentanee. L’assemblea operai-studenti, che si ingrossava via via, appoggiava gli scioperi a scacchiera.

Così gli ultimi giorni di settembre ’69 in numerose officine di Mirafiori partono scioperi spontanei.

Il 1° ottobre contro gli straordinari all’Officina 54, i giorni seguenti seguono altre officine e anche alla Lancia. La novità è che i sindacati torinesi non si contrappongono inizialmente a questi scioperi (come faranno in seguito), ma “coprono” questi scioperi spontanei chiamando i delegati a raccogliere questa tensione e rilanciarla. Sperano così di riprendere il controllo della situazione ormai sfuggita di mano. Il 3 ottobre l’assemblea di delegati e dirigenti sindacali alla Camera del lavoro accetta (non poteva fare altrimenti) la lotta articolata e il 5 ottobre anche le direzioni nazionali dei sindacati metalmeccanici proclamano in tutte le fabbriche italiane lo sciopero con queste modalità articolate.

È l’8 ottobre, 4 ore di sciopero per ogni turno. Durante lo sciopero non si esce dalla fabbrica (gli operai non volevano più uscire: che senso ha –dicevano- starsene a casa o al bar per contrastare il padrone?) ma si tengono assemblee per decidere le forme successive di queste nuove forme di lotta e si eleggono i delegati di squadra (per controllare i ritmi di lavoro) che vanno ad affiancare e a volte a sostituire quelli di officina. Le idee diventano immediatamente pratica: sciopero articolato ma in ogni reparto a orari diversi e con cortei interni, quelli che spazzano i reparti e raggiungono le palazzine degli uffici, facendo uscire impiegati e funzionari recalcitranti. Il 9 e il 10 ottobre scioperi e cortei interni sempre più duri proseguono.

Venerdì 10 ottobre: alle sei del mattino inizia il primo sciopero. Assemblee volanti e cortei spazza-reparto e uffici e anche gli schieramenti di guardioni che vogliono fermarli, alla testa del corteo bandiere rosse, cartelli e fischietti. Alle 16 secondo turno di sciopero. Arriva polizia e carabinieri, lo scontro e durissimo, lacrimogeni e cariche, pietre e bulloni dall’altra parte. Alcuni operai vengono arrestati e rinchiusi nei cellulari sopraggiunti. Gruppi di operai escono aprono il furgone e liberano gli arrestati. La palazzina degli uffici è devastata, numerosi guardioni avranno bisogno di cure per contusioni multiple. A gran voce si chiede assemblea e occupazione e prolungamento dello sciopero, mentre molte macchine di dirigenti si ribaltano. Corre voce che l’Unione industriali minaccia una serrata e accusa la polizia di “passività”; come risposta alcune migliaia di operai decidono di occupare.

I sindacati iniziano a prendere la distanza da uno scontro che diventava ingovernabile da loro: «…ogni fatto che possa dar modo al padrone di assumere iniziative per spostare i termini e gli obiettivi della lotta, così come gli atteggiamenti di quei gruppi, come ad esempio “Lotta Continua” le cui indicazioni di fatto collimano con gli intendimenti provocatori della Fiat, devono essere isolati e respinti con la massima decisione…». Ma questo linea di lotta nel frattempo si era espansa in tutte le fabbriche torinesi: Lancia, Carello, Pininfarina, Westinghouse, perfino alla Olivetti di Ivrea (fiore all’occhiello del padronato paternalista) la palazzina uffici viene circondata dagli operai e impedito la loro uscita, così alla Spa Stura, a Rivalta, ecc.

Anche tra alcuni compagni/e dell’Assemblea ci sono dubbi sull’innalzamento dello scontro ritenuto eccessivo e non organizzato.

Poi, il fatto che mette fine alla fruttuosa ed efficace azione dell’Assemblea operai-studenti, sarà non tanto le valutazioni anche non omogenee e le visioni diverse sullo sviluppo della lotta … quanto un fatto organizzativista: la nascita del giornale “Lotta Continua” (la cui pubblicazione settimanale inizia nel novembre 1969) che si appropria di un motto, di una sigla che caratterizzava l’azione di tutte e tutti i partecipanti a quell’organismo assembleare.

La lotta non si fermò certamente, continuò con le stesse caratteristiche: PRIMO fermare la produzione ovunque; SECONDO non si abbandona la fabbrica, la lotta non si fa a casa; TERZO si impone la volontà operaia a tutti gli altri gruppi di lavoratori……..

Guarda “1969 Autunno caldo”:

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pubblicato il in Storia di Classedi redazioneTag correlati:

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