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Le Olimpiadi? Ma quale leggenda, quella è storia…

4 ottobre 1875

Il 4 ottobre 1875 il professor Ernst Curtius, originario di Lubecca, inizia a scavare tra le macerie di quella che veniva indicata come l’antica Olimpia. Il suo scopo è quello di dimostrare che le Olimpiadi non sono un mito. Il cocciuto studioso ci riesce. Il 20 marzo 1881 conclude la sua opera di scavo consegnando agli allibiti contemporanei i ruderi dell’antico stadio olimpico e un’ampia relazione sull’argomento contenuta in ben sei volumi. Sulla base dei suoi studi diventa così certo che il fatto che, a partire dal 776 a.C. al 393 d.C., ogni quattro anni Olimpia diventava sede di giochi in onore di Zeus, durante i quali anche le guerre tra le litigiose nazionalità greche si fermavano. La leggenda più diffusa e pretenziosa attribuisce la prima organizzazione dei giochi nientemeno che a Ercole, mentre un’altra, meno nobile, ma certamente più vicina alla realtà elegge a padre dei giochi un certo Pelope, figlio di Tantalo, che avrebbe voluto, in questo modo, celebrare la sua vittoria, ottenuta corrompendo un cocchiere, su Enomao re di Olimpia, che aveva messo in palio la mano della figlia Ippodamia. Gli storici, invece, ritengono che varie siano state le ragioni per la nascita delle Olimpiadi: l’aspirazione a ingraziarsi gli dei in un periodo di stragi ed epidemie in tutto il Peloponneso, la possibilità di mimare senza spargimenti di sangue la lotta per il potere, l’esaltazione dell’individualità (non c’erano prove di gruppo) per stemperare le tensioni tra città ed etnìe e, in qualche modo, anche per incrementare il commercio e il turismo nell’Elide con l’arrivo di migliaia di spettatori e pellegrini. Fino alla trentaseiesima edizione i Giochi Olimpici vennero riservati soltanto ai giovani rigorosamente “di buona discendenza Greca”, vale a dire agli aristocratici che avevano così occasione di mostrare al popolo la loro bellezza, la loro bravura e la loro forza. I giochi furono sempre vietati alle donne, ammesse solo negli accampamenti degli atleti e degli spettatori, anche se nel 396 la spartana Kiniska riesce a figurare tra i vincitori perchè proprietaria dei cavalli che avevano trionfato nella corsa. Accanto alle manifestazioni sportive si tenevano poi concorsi di poesia e di eloquenza, oltre a numerosissime celebrazioni religiose. Con il passare del tempo però lo spirito delle Olimpiadi si inquinò. Nonostante l’individualità delle gare, riaffiorarono le competizioni tra le etnìe e le città iniziarono ad accaparrarsi con ingaggi sempre più alti gli atleti migliori, trasformandoli, in professionisti ben pagati. Questo fatto portò, alla fine del secolo scorso, il buon De Coubertin a sostenere che il professionismo fosse il vero nemico delle Olimpiadi perchè le aveva già corrotte nel passato. In realtà non fu questa la causa del progressivo declino dei giochi. Altri furono gli elementi che lo determinarono: la progressiva decadenza della Grecia, il programma delle gare dilatato a dismisura e la concorrenza di altri centri, che, in anni diversi, organizzavano gare simili per attirare turisti furono gli indici più evidenti della decadenza e della perdita d’importanza dell’avvenimento. La fine venne decretata nel 393 d.C., quando i cristiani, che avevano ormai un enorme peso politico, dopo una rivolta seguita da un eccidio in un circo di Tessalonica (l’odierna Salonicco) chiesero e ottennero dall’imperatore Teodosio la soppressione dei Giochi Olimpici. Quello degli incidenti di Tessalonica fu, in realtà, un pretesto, perchè da tempo i cristiani meditavano la soppressione di una cerimonia che, al di là del fatto sportivo, rinnovava ogni quattro anni feste religiose antagoniste e legate agli antichi culti. La richiesta di soppressione venne avanzata da Ambrogio, vescovo di Milano e a Teodosio non restò che adeguarsi. Si chiuse così il sipario sui più famosi giochi dell’antichità. La storia ha tramandato solo il nome dell’atleta più popolare dell’ultima edizione: un pugile armeno di nome Varasdate.

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