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Le anime elettriche del capitale

Abbiamo intervistato il collettivo Ippolita che da anni analizza gli effetti delle nuove tecnologie di rete sulla soggettività, le ricadute sociali dell’innovazione e le pratiche di autodifesa digitale.

Partiamo dal vostro ultimo libro “Anime elettriche”, che dialoga esplicitamente con Foucault e affronta il tema della produzione di soggettività in età tardo-capitalistica (nel “rumore bianco” della rete). Questa contiguità tra individuo e tecnologia da una parte ha innescato un processo di “smaterializzazione” del corpo biologico degli utenti, le cui possibilità di relazionarsi diventano pressoché illimitate, dall’altra ha prodotto forme ibride di socializzazione in cui il confine fra “realtà” e “rete” non è più distinguibile. Questa ibridazione, che ha investito in parte anche le pratiche dei movimenti sociali, lungi dal favorire il “divenire collettività” – organizzata o meno – dentro la rete, e nei social network in maniera più specifica, sembra piuttosto avere avviato una forma distopica di ricomposizione nella de-socializzazione e nell’individualismo, con modalità che sembrano ricalcare l’individualizzazione della relazione fra capitale e lavoro. Vorremo iniziare col chiedervi se ritenete irreversibile questa deriva o se ci sono nella rete (per come è strutturata) anche le possibilità di una sua messa in crisi?

Il corpo non si smaterializza. La mente è coestensiva al corpo, il corpo è coestensivo alla mente. Noi siamo ciò che il nostro corpo è. Per questo in Anime Elettriche ci siamo divertiti a riesumare il concetto di “anima”, che seguendo le orme di Villani chiamiamo “anima-carne”, proprio per mettere in ridicolo il dualismo cartesiano della silicon valley che vorrebbe “travasare” la mente nelle macchine in una sorta di mente-alveare globalizzata in cui “condividere” non si sa più bene nemmeno che cosa. Come se la mente fosse un valore in sé, ma la mente non è sempre esistita. L’ultimo ritrovato della tecnologia serve gli ideali più residuali.

Il nodo sta nell’illimitatezza che le macchine ci offrono. La rete non è espansione senza limiti, non è postare un contenuto sperando che si sparga in tutto il mondo. Così come la collettività non è inglobare in gruppo il maggior numero di persone uguali a noi, ma agire concretamente insieme ad altri nel quotidiano, è una pratica. Da mettere in crisi sono i modi in cui le macchine e le interfacce vogliono che si declinino le nostre interazioni.

Ben vengano gli ibridi tra biologico e macchinico, a patto che i limiti del primo vengano presi in considerazione come ciò che ci definisce e non come un problema da risolvere.

I dispositivi digitali integrano alla nostra quotidianità, sintetizzandole in pochi gesti, una grande quantità di informazioni che
rendono la vita materiale più semplice. Al punto che ad essi ormai si delegano moltissime scelte. Proprio poiché si tratta di tecnologie che innervano la vita quotidiana non possiamo approcciarle secondo uno schema “apocalittico”. Possiamo pensare (e come) ad un contro-utilizzo di tecnologie il cui potenziale viene sviluppato sempre in senso capitalistico?

Se ci riferiamo alle tecnologie commerciali immaginare un contro-utilizzo risulta molto complesso, e anche proporre un utilizzo

critico di ciò che ci viene proposto sembra essere contraddittorio.

Il potenziale di una tecnologia sviluppata in senso capitalistico così imbricata di componenti biopolitiche volgerà sempre a favore delle logiche soggiacenti alla sua ideazione. Se rimaniamo aderenti alle finalità per cui è stato progettato il dispositivo e specialmente alle modalità proposte, l’utilizzo che ne facciamo, critico e consapevole che sia, subirà sempre l’influenza delle ideologie in esso embeddate.

Si capisce bene con le armi: un fucile serve a sparare a qualcuno e per quanto mi sforzi di trovare degli usi alternativi, o di farne un uso consapevole, il suo fine resta il medesimo il che non mi impedisce di usarlo se sto combattendo una guerra di liberazione, per esempio.

Ma il problema è che le tecnologie digitali commerciali non sono artefatti semplici come un fucile, sono armi molto più sofisticate. Naturalmente se ci troviamo in un paese dove la libertà d’espressione è completamente interdetta usare una tecnologia digitale commerciale può avere un valore di contro condotta, ma è come dire che se mi trovassi a non mangiare per giorni, ingurgiterei senza pensarci anche un panino di mac donald. Tutto dipende sempre dalla prospettiva situata in cui ci troviamo ad agire nel mondo.

Il contro-utilizzo, nell’occidente privilegiato da cui scriviamo, deve partire dalla riflessione sulla delega delle nostre facoltà che l’uso delle tecnologie comporta. La loro componente bio-politica implica ormai la delega di facoltà cognitive troppo profonde, e inoltre non ce lo possiamo permettere dal punto di vista della cura della nostra comunità. Abbiamo scritto in questo senso di delega cognitiva e cura del sé, e di delega dell’organizzazione e sistemi di retroazione cibernetica.

Ci sono delle soglie oltre le quali sovvertire l’uso di uno strumento non produce buoni risultati, occorre pensare altrimenti, pensare l’alterità. Dopodiché, siamo antiproibizionisti. Quindi lavoriamo sull’autodifesa con chi riconosce un valore culturale al termine, ma anche sulla riduzione dei rischi coi minori e sulla riduzione del danno con gli adulti.

Ci piace parlare di autonomia e di organizzazione. Non siamo critici nei confronti della “contro-utilizzazione” tout court, si tratta di stabilire delle priorità. Avere le nostre infrastrutture di comunicazione e organizzazione sul piano tecnologico è assolutamente imprescindibile, è la base per pensare futuro diverso. “Devo avere una casa per andare in giro per il mondo” diceva il poeta. Ci vogliono le case occupate, ma anche i server autogestiti, questo abbiamo imparato negli hacklab.

In Ippolita convivono voci spesso anche in contraddizione, ma attualmente conveniamo sull’idea che questo sia il tempo dell’autonomia, il tempo della formazione e della critica radicale. Individui autonomi e reti organizzate saranno la pietra angolare del conflitto di domani.

I nostri alter-ego sui social network ci parlano dell’ambiguo mutamento del rapporto umano-macchina. Facebook ad esempio offre un’esperienza sinestetica (condividiamo immagini, parole e suoni) di esistenza online che spinge gli utenti a condividere sempre, alla continua ricerca di stimoli neuronali e ormonali. Ciò avviene quasi come se fosse una funzione biologica, su base più che volontaria. È un esempio puntuale di soft governance capitalistica. Eppure questa infida leggerezza convive con forme di lavoro iper-sfruttanti che passano prepotentemente per macchine e software. Si pensi al lavoro super standardizzato nei call center oppure alle click farms dei paesi in via di sviluppo. A prescindere dal fatto che alla base di entrambe queste modalità ci sia l’ambivalenza del rapporto uomo-macchina, è possibile ravvisare altre forme di relazione tra “servitù volontaria” e il nuovo “soft” caporalato?

È una domanda importante. È oggi necessario andare in profondità rispetto a queste pratiche quotidiane che tutti noi abbiamo imparato a fare nostre ogni giorno. Noi abbiamo ravvisato nel comportamentismo, messo all’opera con successo per decenni in ambito aziendale e commerciale, ma anche e più semplicemente come psicologia delle masse, un elemento dirimente per la comprensione di questi fenomeni. Non è detto che sia l’unico.

Risulta centrale capire cosa rimane fuori da questo rapporto di dominio. Siamo noi stessi che per primi ci autosfruttiamo. Nel momento in cui accettiamo i termini di servizio imposti dalle multinazionali dell’IT stiamo scegliendo sia di creare profitto per altri sia di comportarci come desiderano i “padroni di casa”. All’interno dei social network commerciali le modalità di interazione tra utenti vengono igienizzate e standardizzate affinché rispondano esse stesse alla logica del profitto. La servitù volontaria si presenta fin dal momento in cui accettiamo tali modalità senza provare alcun senso di disagio (o provando addirittura piacere) ma non tutti e non sempre siamo in grado di capirlo subito.

La vostra analisi rigetta la critica del lavoro digitale proposta da alcuni studiosi: “inquadrare l’interazione uomo-macchine con il lavoro è fuorviante perché ne nasconde l’aspetto volontaristico e desiderante”. Condividiamo una vostra preoccupazione: la “sindacalizzazione”, ad esempio attraverso un reddito à la Lanier, rischia di farci progredire sulla via dell’assoggettamento, laddove il problema è “riappropriarci delle facoltà delegate per trasformare gli strumenti in processi di liberazione”. A noi sembra che all’affermazione del digitale però corrisponda effettivamente un salto del processo di lavorizzazione (di riduzione a lavoro che dà valore, capitale, dominio) della vita quotidiana. Anche rifiutando proposte come quella di Lanier (che rifiutiamo) un reddito di base incondizionato non potrebbe costituire una leva “riformista” utile in questa fase, in chiave meramente redistributiva?

Siamo certi che pensare le relazioni interpersonali come lavoro ci metta nella prospettiva migliore per cogliere quello che sta succedendo? O per risolvere il problema? È giusto essere pagati perché scriviamo dei messaggi a chi vogliamo bene? È vero, queste azioni generano del profitto per terzi ma le relazioni umane sono solo commerci? Quali potrebbero essere i vantaggi di un reddito di base legato all’uso dei social e della altre piattaforme digitali? Si accetterebbe di concepire la comunicazione e l’interazione con gli altri come un lavoro! Senza contare che chi ci offre certi servizi specifica nel contratto le condizioni a cui dobbiamo sottostare per usarli, dipende da noi accettare o meno. Credendo di essere riusciti a farci riconoscere un diritto, diremmo sì alle pratiche di profilazione commerciale, all’addestramento di massa attraverso le interfacce, alla quantificazione come principale filtro della nostra comunicazione e modo di interpretare noi stessi.

Quindi, diciamo che siamo favorevoli a un reddito di base se sganciato dal lavoro e ci diverte molto immaginare una “leva riformista” che faccia versare a Google le tasse dovute e faccia accedere ai suoi data center degli osservatori internazionali.

È ipotizzabile che i Social per come li abbiamo conosciuti (e la cui logica intima avete analizzato come probabilmente pochi altri) vadano incontro ad una prossima obsolescenza? Il “valore” generato da imprese come Facebook non è gonfiato in rapporto al loro modello di business, ma in fondo anche alla loro capacità di “macchine per formare soggetti”? Ritenete plausibile (come sembra) che il tempo trascorso in rete si orienti verso altri servizi, forse non meno “impoverenti” di capacità umana, ma più legati alla nozione di utilità per gli stessi utenti? Non sta, almeno in parte, crescendo a livello sociale proprio quella consapevolezza che costituisce uno degli obiettivi delle “microtecniche di autodifesa digitale” che proponete a chiusura del libro?

Dipende. Il nostro concetto di utilità si forma anche grazie agli strumenti che abbiamo a disposizione, dando vita anche a nuovi bisogni che prima della nascita di un certo dispositivo tecnologico non avevamo mai sentito. Ed è pur vero che una certa idea di ciò che è utile si è formata insieme allo sviluppo della borghesia e del capitalismo moderno.

Essere consapevoli vuol dire anche sapere che tipo di servizi riteniamo davvero necessari, ma già qui la consapevolezza si rifà all’ideologia del singolo utente che accede alla rete. Quello che noi percepiamo come impoverente per altri può essere imprescindibile: un dispositivo che ci permette di controllare solo con il pensiero tutti i nostri dispositivi digitali, gli elettrodomestici e le apparecchiature di casa, oppure una tecnologia che regoli e garantisca i nostri contratti in assenza di regole verrebbe accolta come un enorme beneficio da molti. Noi la pensiamo diversamente.

Poiché il topos della tecnologia è l’innovazione senza fine, ogni dispositivo creato è sempre il penultimo. Le grandi imprese commerciali lavorano sempre per indurre e predire mode e tendenze, quindi è assolutamente ragionevole pensare a un domani nel quale i social saranno molto diversi da oggi o forse non ci saranno più, chi lo sa. Finora si sono rivelati formidabili strumenti di soggettivazione e assoggettamento, questo ci sembra fuori di dubbio e ormai ogni giorno escono risultati di ricerche che confermano quanto stiamo dicendo. Sembra che quanto andiamo ripetendo almeno dal 2012 (anno in cui è uscito Nell’acquario di Facebook) noi e altri, stia finalmente facendo breccia, seppure nella confusione generale. Questo è per noi un ulteriore stimolo a proporre momenti formativi di “autodifesa digitale”, perché il nuovo capitalismo mondiale ha appena iniziato ad affinare le armi del XXI secolo.

 

da commonware

 

 

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