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I coccodrilli di Ben Gvir sono l’ultima arma utilizzata da Israele nella sua guerra animale contro i palestinesi

Dagli scritti coloniali di Herzl ai cani da attacco, dai cinghiali alle prigioni con fossato di coccodrilli, gli animali sono stati a lungo impiegati nel progetto sionista per terrorizzare i palestinesi.

Fonte

Joseph Massad – 30 luglio 2026

Il 18 gennaio 2021, decine di coccodrilli  furono trovati spiaggiati in una fattoria abbandonata vicino all’insediamento israeliano illegale di Petzael, nella valle del Giordano occupata.

All’inizio di questo mese, il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir ha annunciato che Israele avrebbe utilizzato i coccodrilli del Nilo come guardie carcerarie per i prigionieri politici palestinesi .

Il programma inizierà presso il carcere di Ketziot, il più grande di Israele, nel deserto del Naqab (Negev). Il carcere è stato un campo di concentramento dove migliaia di palestinesi furono incarcerati tra il 1988 e il 1995 durante la Prima Intifada. I palestinesi conoscevano Ketziot come il campo di Ansar III.

Per agevolare questo piano, il Ministro della Protezione Ambientale Idit Silman ha dichiarato il coccodrillo “animale selvatico addomesticato”. In base a questa nuova classificazione, i rettili verranno liberati nei fossati che circondano le prigioni israeliane, dove i palestinesi sono imprigionati e trattati come animali.

Ben Gvir si è ispirato al nuovo centro di detenzione per migranti in Florida, soprannominato “Alcatraz degli alligatori”, visitato lo scorso anno dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump . Questa prigione degli orrori “sorge in una vasta zona umida subtropicale infestata da alligatori, coccodrilli e pitoni”.

Si tratta di un caso in cui una colonia di insediamento ne ha ispirata un’altra.

Gli animali sono da tempo un elemento ricorrente nelle strategie israeliane per dominare e opprimere i palestinesi e per “riportare” la Palestina al suo passato ebraico idealizzato. I leader sionisti e israeliani hanno spesso paragonato i palestinesi agli animali, ma la guerra condotta da Israele contro gli animali va oltre le metafore e coinvolge animali reali.

Guerra animale

I leader sionisti e israeliani hanno a lungo descritto i palestinesi come “animali”, spesso specificandone la specie.

Per giustificare l’avvio del  genocidio  a Gaza, ad esempio, l’allora ministro della Difesa israeliano  Yoav Gallant  definì i palestinesi “animali umani”.

Al contrario, negli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70, il ministro della Difesa israeliano Moshe Dayan non poté scegliere a quale specie di insetti o mammiferi i palestinesi assomigliassero di più, e li chiamò “vespe” e “cani” nell’interesse della non discriminazione.

Per decenni, Israele ha usato gli animali per opprimere e umiliare i palestinesi, prendendo di mira entrambi con la sua macchina di morte

Negli anni ’80, il Primo Ministro israeliano Menachem Begin li elevò al rango di “bestie a due zampe”, mentre l’ex capo di stato maggiore israeliano Rafael Eitan li declassò nuovamente a ” scarafaggi “. Il Primo Ministro israeliano Yitzhak Shamir preferì la categoria entomologica, descrivendo i manifestanti palestinesi come ” cavallette “.

Ironicamente, nel 2000 il Primo Ministro Ehud Barak definì i palestinesi “coccodrilli”. Il piano di Ben Gvir, a quanto pare, è quello di far sì che dei veri coccodrilli proteggano quelli metaforici.

Al di là di similitudini e metafore, il piano del ministro non inaugura una guerra contro gli animali perpetrata contro i palestinesi. Per decenni, Israele ha utilizzato gli animali per opprimerli e umiliarli, prendendo di mira sia i palestinesi che i loro animali con la sua macchina di morte, trattandoli come appartenenti alla stessa specie.

In un agghiacciante reportage di Al Jazeera English del 28 novembre 2023, lo scrittore e poeta palestinese Refaat Alareer, volontario presso il comune di Gaza, accompagnava gli spettatori attraverso lo zoo cittadino devastato, documentando gli animali morti e affamati. Una settimana dopo, Israele avrebbe compiuto il famigerato assassinio di Alareer e di diversi membri della sua famiglia, nel contesto del genocidio in corso.

Oltre a uccidere gli animali palestinesi, i coloni israeliani li hanno anche rubati, insieme a bovini e altro bestiame palestinese. Israele ha persino rubato la vipera palestinese autoctona nel 2018 e l’ha dichiarata il suo “serpente nazionale”.

La preoccupazione sionista per gli animali, in particolare per i serpenti, risale al fondatore dell’Organizzazione Sionista, Theodor Herzl, che nei suoi diari delineò cosa si sarebbe dovuto fare con le popolazioni indigene e gli animali della Palestina.

Dopo aver discusso di come espellere i palestinesi e sostituirli con coloni ebrei europei, scrisse:

“Se ci spostiamo in una regione dove sono presenti animali selvatici a cui gli ebrei non sono abituati – grossi serpenti, ecc. – utilizzerò gli indigeni, prima di impiegarli nei paesi di transito, per lo sterminio di questi animali. Gli ebrei offriranno premi elevati per le pelli di serpente, ecc., così come per le loro uova”.

Dopo oltre un secolo di colonizzazione e deportazioni sioniste, i palestinesi e i loro serpenti – sfortunatamente per Israele e i suoi coloni ebrei – rimangono nel paese.

Fantasie bibliche

Durante il Mandato britannico, i crudeli colonizzatori britannici importarono cani dal Sudafrica e li aizzarono contro i rivoluzionari anticoloniali palestinesi nelle loro prigioni alla fine degli anni ’30. I britannici affamavano e aizzavano i cani prima di lanciarli contro i prigionieri affinché ne “divorassero” la carne.

Dal 1967, tuttavia, gli israeliani più ingegnosi hanno condotto una vera e propria guerra animalesca contro i palestinesi. Ben prima del progetto delle guardie anti-coccodrillo, utilizzavano cani, cinghiali, pecore, mucche, cervi, asini selvatici e uccelli come strumenti di oppressione, e continuano a farlo.

Le fantasie bibliche ispirarono Avraham Yoffe , generale dell’esercito israeliano nel 1948 e in seguito primo direttore dell’Autorità israeliana per la natura e i parchi, a dare il via a quello che gli israeliani chiamarono il “ritorno” e la “reintroduzione” delle specie animali menzionate nella Bibbia.

Due di questi animali sono stati “restituiti” a Israele – proprio come gli ebrei sono “tornati” – dall’Iran , dove entrambe le specie avevano continuato a esistere: il daino persiano e l’asino selvatico asiatico.

L’asino selvatico fu introdotto nel Naqab tra il 1982 e il 1987, dopo essere stato donato a Israele dallo zoo dello scià a Teheran prima della caduta del suo regime. Quattro daini, invece, furono audacemente prelevati dal loro habitat naturale e “salvati” da Israele dall’Iran alla vigilia della Rivoluzione islamica, “salvandoli” così dal nuovo regime.

Gli asini selvatici, menzionati nel Libro di Giobbe, sono stati “reintrodotti” nel Naqab e hanno invaso il territorio dei cammelli beduini palestinesi. I loro proprietari sono stati sanzionati per aver permesso ai loro cammelli di abbeverarsi alle tradizionali fonti d’acqua ora riservate agli asini “reintrodotti”. Solo nel 2018 e nel 2019, Israele ha imposto 76 multe per un totale di 544.300 shekel (160.000 dollari) ai beduini palestinesi per l’intrusione dei loro cammelli nel nuovo territorio degli asini selvatici.

Per quanto riguarda i daini, il loro “ritorno” ha spinto Israele a sterminare la popolazione di cani selvatici sulle colline di Gerusalemme prima di reintrodurre i daini nel 2005. I cani sono stati riclassificati come “selvatici” per consentirne l’abbattimento legale in nome della salvaguardia dei daini.

Uccidere i cani palestinesi ed espellere i cammelli palestinesi dal loro territorio è un destino non dissimile da quello che Israele ha inflitto allo stesso popolo palestinese, il tutto per rendere la terra biblica e “di nuovo ebraica”, come ha sostenuto Irus Braverman, professore di diritto e avvocato ambientalista israeliano .

Utilizzare la fauna selvatica come arma

Israele ha inoltre criminalizzato la diffusa pratica di tenere i cardellini, piccoli uccelli molto apprezzati in Palestina e nei paesi arabi limitrofi per i loro splendidi colori e il loro piacevole cinguettio. (ndt 1)

Ma la guerra che Israele conduce contro gli animali è molto più violenta della storia dei cervi, degli asini selvatici e dei cardellini.

Dal 2009 , se non prima, gli insediamenti israeliani hanno utilizzato i cinghiali come arma contro i palestinesi in Cisgiordania. Lo hanno fatto di nuovo nel 2014 e nel 2022, quando i coloni israeliani hanno caricato i cinghiali su dei camion e li hanno liberati vicino alle comunità palestinesi che, a differenza dei quartieri israeliani recintati e illegali nelle vicinanze, rimangono vulnerabili alle invasioni di cinghiali.

I cinghiali hanno attaccato e ferito persone e bestiame, distruggendo anche i raccolti. Israele vieta ai palestinesi di ucciderli in quanto specie protetta.

La militarizzazione continua. Nell’aprile del 2025, l’esercito israeliano ha liberato 18 cinghiali a Iktaba, un villaggio palestinese assediato vicino al campo profughi di Nur Shams, nella Cisgiordania occupata. Israele aveva espulso gli abitanti del campo e aveva iniziato a distruggerlo. I cinghiali erano destinati a terrorizzare i palestinesi che cercavano di tornare a casa.

Oltre a salvare i daini dall’imminente instaurazione della Repubblica Islamica nel 1978, Israele ha anche cercato di salvare gli asini di Gaza dalla “schiavitù” palestinese, mentre commetteva un genocidio contro i palestinesi.

I palestinesi di Gaza dipendono da asini e cavalli per i trasporti, la distribuzione dell’acqua, la raccolta della legna da ardere, l’agricoltura e il trasporto di giornalisti e squadre umanitarie; pertanto, il furto di asini fa parte degli sforzi genocidi di Israele.

Centinaia degli asini sopravvissuti sono stati rapiti e rubati, e oltre il 97% della popolazione animale di Gaza – tra cui mucche, pecore, capre, cavalli, muli e asini – è stata sterminata dall’inizio del genocidio, insieme all’84% della vegetazione.

Anche in Cisgiordania i coloni attaccano , rubano e uccidono regolarmente il bestiame palestinese. Un rapporto di Amnesty International descrive dettagliatamente questa guerra contro gli animali, compresa l’occupazione da parte di Israele dei pascoli palestinesi.

Cani da attacco

Mentre i cani “selvatici” palestinesi venivano uccisi affinché i daini persiani potessero rendere Israele di nuovo “ebraico”, i cani europei vengono importati per attaccare i palestinesi e, più recentemente, per violentarli.

I Paesi Bassi, nemici del popolo palestinese dal 1948, sono uno dei principali fornitori di questi cani da attacco. Anche l’unità cinofila israeliana Oketz importa cani da altri fornitori europei e li addestra per terrorizzare i civili.

Tra l’ottobre del 2023 e il 2025, Israele ha effettuato almeno 146 attacchi con i cani Oketz, uccidendo Mohammad Bhar , un palestinese di 24 anni affetto da sindrome di Down e autismo, nella sua abitazione, e ferendone decine. Le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato gran parte di questa guerra canina.

Ancor più orribile, come rivelato nel corso dell’ultimo anno, Israele ha addestrato questi cani razzisti (ndt 2) a violentare prigioniere palestinesi . Persino il New York Times si è finalmente degnato di pubblicare un articolo sui cani stupratori addestrati da Israele, vista la portata dell’orrore.

Per non dimenticare l’umanità che la legge israeliana riserva agli animali selvatici piuttosto che agli animali e agli esseri umani palestinesi, i giudici compassionevoli della Corte Suprema israeliana furono tra i primi al mondo a vietare la produzione di foie gras nel 2003, proteggendo oche e anatre domestiche dalla tortura dell’alimentazione forzata.

Lo stesso tribunale , ovviamente, autorizza la tortura dei palestinesi. Nel 2015, al contrario, Israele ha legalizzato l’alimentazione forzata dei palestinesi in sciopero della fame nelle sue prigioni, una pratica condannata a livello internazionale come tortura.

In questo contesto, il progetto di Ben Gvir di utilizzare i coccodrilli del Nilo per sorvegliare i “coccodrilli umani” non è oltraggioso, ma dimostra l’amore umanitario di Israele per ogni specie animale, ad eccezione degli “animali umani” palestinesi, che insiste a sterminare, questa volta dandoli in pasto ai coccodrilli del Nilo. 

Joseph Massad è professore di politica araba moderna e storia intellettuale presso la Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli accademici e giornalistici. Tra le sue opere si annoverano Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan; Desiring Arabs; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians e, più recentemente, Islam in Liberalism. I suoi libri e articoli sono stati tradotti in una dozzina di lingue

Note della traduttrice.

1- Nell’articolo si cita il divieto imposto da Israele di detenere cardellini come esempio di una pratica culturale ostacolata dall’occupazione. Ritengo tuttavia opportuno aggiungere una precisazione.

La detenzione degli uccelli in gabbia non può essere considerata un valore da difendere, poiché li priva della libertà e li costringe a vivere in cattività per il solo intrattenimento umano.

Allo stesso tempo, il divieto imposto dalle autorità israeliane ha favorito la nascita di un traffico clandestino di cardellini, organizzato, per necessità economica e culturale, soprattutto da palestinesi, che spesso trasportavano gli animali nascosti in condizioni estremamente stressanti e crudeli, causando la morte di moltissimi di essi. Gli esemplari sequestrati, inoltre, non venivano affidati a centri di recupero né, ove possibile, reintrodotti in natura: inizialmente venivano soppressi con il gas e, successivamente, quando questo metodo fu abbandonato perché evocava il ricordo delle camere a gas naziste, lasciati morire di fame e di sete sotto il sole.

Questa precisazione non intende in alcun modo sminuire la realtà dell’occupazione, né le gravissime violazioni dei diritti umani documentate in questo articolo. Vuole semplicemente ricordare che la sofferenza degli animali merita di essere riconosciuta e condannata indipendentemente da chi la provochi: in questa vicenda essi sono stati prima privati della libertà, poi trafficati in condizioni crudeli e, infine, deliberatamente uccisi.

2 – Riguardo all’espressione “cani razzisti”. Si tratta di un’espressione efficace sul piano giornalistico, ma che rischia di attribuire agli animali responsabilità che appartengono esclusivamente agli esseri umani. I cani non sono razzisti: sono individui addestrati ad aggredire persone identificate dai loro conduttori come appartenenti alla popolazione palestinese, attraverso un condizionamento basato su specifici odori, abbigliamento, contesti o altri stimoli associati a tali persone. Il razzismo non risiede nell’animale, ma nel sistema che lo addestra e lo trasforma in uno strumento di discriminazione e di violenza.

Come nel caso dei cardellini citato in precedenza, anche qui l’animale non è né un simbolo né un soggetto morale: è una vittima, trasformata dall’essere umano in uno strumento di dominio, da sfruttare per aggredire e terrorizzare.


Traduzione a cura di Grazia Parolari 
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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