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Non la violenza ma il conflitto sociale

Riprendiamo da La Bottega dei Barbieri un’intervista ad una compagna del centro sociale Askatasuna, tratta da una raccolta di interessanti contributi che potete trovare qui

Intervista di Giorgio Monestarolo a Martina del centro sociale Askatasuna sui fatti del 31 gennaio

Dopo la manifestazione di sabato 31, Crosetto sostiene che i militanti di Aska sono come le Brigate Rosse, Meloni promette leggi speciali e nuovi decreti sicurezza. Martina, tu che manifestazione hai visto?

Ho visto una manifestazione di oltre 50 mila persone, tutte protagoniste e capaci di determinare gli obiettivi e i temi da portare in quella piazza. Ho visto giovani, anziani, famiglie, bambini, giovanissimi, tutti e tutte coloro che hanno sentito la necessità di prendere una posizione che fosse quella di una chiara e netta opposizione al Governo e contro l’orizzonte di guerra verso il quale ci sta portando. Crosetto parla di BR con la leggerezza con cui si beve un bicchier d’acqua: oggi per la politica istituzionale, per i media, per la narrazione dominante le parole non hanno più un peso, né un significato. E’ ovvio che sono paragoni che stanno nell’alveo di una strategia politica atta a alzare il livello della tensione, costruire il nemico pubblico, creare allarmismo e soprattutto paura nei confronti di chi vuole dissentire. E’ chiaro a chiunque che la fase storica attuale non abbia niente a che vedere con gli anni ’70, non c’è bisogno di essere degli storici. Crosetto gioca con le parole ma oggi il rischio è che anche il virtuale assuma sostanza. Rispetto all’accelerazione sul ddl sicurezza e le leggi speciali non è una novità, erano in cantiere anche prima del 31 gennaio: in questo senso però si apre una bella occasione per la cosiddetta sinistra di smarcarsi dal campo reazionario e mostrare di avere un po’ di coraggio, invece che fare gli utili idioti del governo, sarebbe ora di contrapporsi alla deriva autoritaria e repressiva. Se ne hanno l’intenzione, altrimenti semplicemente asseconderanno la tendenza degli ultimi 50 anni e si siederanno al tavolo dei perdenti.

Attorno ad Aska era scesa in piazza una rete, un’embrione molto interessante di un percorso politico comune. Inutile nascondere che serpeggia rabbia e frustrazione. Ti sembra di esservi presi cura di quei cinquantamila che hanno risposto con entusiasmo al vostro appello?

Innanzitutto i 50 mila scesi in piazza sono persone che hanno attraversato la manifestazione da protagoniste e dunque non hanno bisogno di una “balia”. Un conto è la cura collettiva della manifestazione (ci sono stati i passaggi collettivi che hanno determinato un percorso, ci sono stati medici e infermieri che si sono messi a disposizione, ci sono stati legali che hanno dato disponibilità per dare sostegno) che è quello che è successo; un altro conto è pensare che lo svolgimento di un corteo sia appannaggio e delega di un gruppo ristretto (quali sarebbero i suoi confini?). Penso che chi scende in piazza oggi sia in grado di autodeterminarsi, di dare il contributo che reputa e di sentirsi in possibilità di scegliere, se non partiamo da questo presupposto non capiamo cosa significa costruire percorsi di attivazione e autonomia. L’entusiasmo c’era, chi ha scelto di contribuire in maniera più forte ha fatto uso di determinate pratiche, chi ha voluto partecipare e sostenere lo ha fatto, rimanendo presente, con determinata tranquillità. La frustrazione del giorno dopo è normale quando in un Paese come il nostro non si è abituati al conflitto sociale. Penso che sia importante distinguere la necessità di confronto su un piano profondo nei termini di strategia politica collettiva e di quali sono le esigenze in una prospettiva futura con un obiettivo comune (che mi sembra più che chiaro e condiviso: opporsi al governo Meloni e alle sue politiche) pur mantenendo le proprie specificità e differenze, che è un punto assolutamente legittimo e fondamentale per costruire avanzamenti collettivi. Un altro discorso è invece non rendersi conto che fare a gara tra chi prende le distanze per primo dalle “violenze” fa soltanto il gioco del governo. Sarebbe un’occasione d’oro per i progressisti e i democratici , tutti coloro che si sentono di sinistra insomma, trovare il coraggio di non esprimersi banalizzando una piazza così eterogenea, composita, ricca, che ha dato prova di essere anche forte e solida, e guardare ciò che quella piazza ha indicato: quali sono le esigenze? quali sono gli obiettivi? come si struttura un percorso che possa essere vincente? Questa è l’opposizione al Governo Meloni, che piaccia o no. Bisognerebbe essere in grado di superare i limiti storici della sinistra che sono quelli che ci hanno portati dove siamo ora.

Quando si fa politica contano i risultati. Oggi Aska non c’è più come centro sociale, i suoi militanti e i suoi simpitazzanti sono al centro di una tempesta mediatica e giudiziaria, è in arrivo un ulteriore giro di vite repressivo. Era questo l’obiettivo del corteo Torino partigiana?

Il primo risultato è un’assemblea di mille persone, un corteo di 50 mila e una chiara risposta che ha spostato il terreno su un piano di rilancio e non di difesa sterile dei centri sociali aggrappandosi alla nostalgia dei tempi che furono. Ora l’obiettivo di Torino partigiana continua a stare in piedi ed è ciò che si metterà in campo continuando a lottare contro la militarizzazione di Vanchiglia, verso i prossimi appuntamenti di mobilitazione che dovranno essere ampi e capaci di articolare questa opposizione a partire dai territori, il pensiero va sicuramente al 25 aprile e al primo maggio ma non solo. Il centro sociale non c’è più sul piano del simbolico, ma sul piano fisico c’è eccome. Sarà anche distrutto all’interno e circondato da jersey e camionette ma “vanchiglia chiama Torino” l’ha detto chiaro e tondo: l’edificio di corso regina 47 deve tornare al quartiere e deve essere restituito mantenendo le sue caratteristiche principali; deve essere un luogo aperto, inclusivo, attraversabile da tutti e tutte, in maniera gratuita e fuori dalle logiche del profitto di fondazioni o altro. Questa scommessa continua a rimanere valida. Sul piano repressivo occorre rendersi conto che non è dando in pasto qualcuno alla fame di capri espiatori che allora si continuerà a vivere tranquilli. Se il dissenso e il conflitto vengono affrontati dal governo come una questione di ordine pubblico, di sicurezza e di repressione, prima toccherà a chi è più in vista ma poi toccherà a tutti gli altri. Si levino dalla testa i sinceri democratici che stando buoni al proprio posto a fare il proprio dovere si possa scampare alla stretta autoritaria e repressiva. Minneapolis, l’Ungheria di Orban, il consenso per Le Pen: sono dietro l’angolo. Se il modello Vanchiglia-Torino laboratorio di pratiche repressive e securitarie verrà fatto passare perché si attende la protesta con i giusti modi, gentile e pura, quello sarà il modello per tutte le città e territori. E non sarà colpa dei “violenti” sarà colpa di chi non ha capito da che parte bisogna stare. Quindi è fondamentale sin da ora ricominciare a parlare il linguaggio della solidarietà, della comunità che resiste e che è associazione a resistere a fronte delle imposizioni e dei tentativi di isolamento, criminalizzazione e di procedimenti giudiziari pesanti come l’appello per la sentenza di primo grado per il processo di associazione per delinquere ripreso in mano dalla Procura. Basta dare uno sguardo alla storia che ci precede.

Sono in molti a sperare che il 31 gennaio chiuda il breve autunno dei movimenti. Nel frattempo a Bologna, lo scorso 25 gennaio, l’assemblea No Kings ha lanciato un percorso di convergenza della sinistra sociale e una scadenza a Roma per il 28 marzo. Dove vuole andare Aska?

Chi sono questi molti? Io vedo tantissime persone che vogliono continuare a lottare per i propri diritti. Lo abbiamo visto a settembre ottobre e penso che quello che è stato il movimento Blocchiamo Tutto se anche si è sopito sta sobbollendo sotto la crosta. L’assemblea No Kings ha lanciato questo percorso che si darà i suoi spazi di discussione per fare in modo che la data del 28 marzo sia larga e partecipata, ben vengano tutti gli spazi e gli appuntamenti che abbiano come parole d’ordine: contro il governo, contro la guerra, per la difesa degli spazi di aggregazione, e non intendo solo gli spazi sociali ma in generale la possibilità di incontrarsi e confrontarsi, perché è questo che si vuole colpire. Aska continuerà ad andare avanti insieme, cercando di moltiplicare le dimensioni di attivazione, di ragionamento e approfondimento. A tal proposito l’appuntamento “Per realizzare un sogno comune” di Livorno che si terrà il 21, 22 febbraio è un momento aperto e pubblico per ragionare su Blocchiamo tutto, sui limiti e sui punti di forza dei movimenti a fronte della fase che cambia, accelera e ci pone davanti tante sfide stimolanti. Speriamo di poterci confrontare in molte occasioni perché pensiamo che l’approccio vincente sia quello di individuare l’obiettivo comune e lavorare collettivamente per raggiungerlo.

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