InfoAut
Immagine di copertina per il post

Piattaforma verso la manifestazione nazionale del 31 gennaio a Torino

“Askatasuna vuol dire libertà! Torino è partigiana. Contro il governo, la guerra e l’attacco agli spazi sociali” 

Ripubblichiamo la piattaforma di sintesi letta a conclusione dell’assemblea del 17 gennaio a Torino a seguito dello sgombero di Askatasuna. Le firme per l’adesione sono in aggiornamento.

In allegato un video-racconto dell’assemblea a cura della redazione e la trascrizione di alcuni interventi inerenti alla dimensione cittadina che portano ragionamenti significativi per un rilancio collettivo.

A conclusione dell’assemblea di sabato 17 gennaio è stata stilata una piattaforma a cui aderire “GOVERNO NEMICO DEL POPOLO, IL POPOLO RILANCIA”, di seguito le firme in aggiornamento delle realtà che chiamano alla mobilitazione.  

Da Torino al Sud, dalla Val di Susa al Nord Est, dalle isole al centro, tutta Italia è unita nelle differenze, nelle generazioni, nelle specificità territoriali, per portare una sola voce: il governo Meloni ha sbagliato i suoi calcoli, il popolo resiste. 

Nonostante i segnali chiari che arrivano dal governo, un governo che odia e che struttura una stretta repressiva ben precisa e ben oliata, è altrettanto chiaro che una parte del Paese non è disposta a chinare la testa. 

Dai lavoratori e dalle lavoratrici, dagli spazi sociali colpiti, dai comitati territoriali, dai comitati di quartiere ai collettivi studenteschi, dalle università alle scuole, da chi lotta nei quartieri popolari a chi lotta contro le basi militari e le grandi opere inutili, dalle donne che lottano agli abitanti sotto sfratto: il popolo rilancia. 

Il 31 gennaio sarà una mobilitazione popolare a cui ognuno potrà partecipare con le proprie specificità e le proprie differenze, rappresentandole tutte, creando una massa eterogenea, come la Valle di Susa ci ha insegnato. Il 31 sarà un passaggio importante per ribadire che c’è una parte di questo Paese, quella che in milioni è scesa in strada per bloccare tutto in solidarietà al popolo Palestinese, che non è disponibile ad avallare i piani previsti di riarmo, militarizzazione, chiusura e disciplinamento voluti da Meloni e dai suoi ministri.

Un passaggio che rilanciamo insieme verso nuovi appuntamenti, verso la primavera in cui ritrovarci, continuare a ragionare collettivamente sulle urgenze di questo momento storico e cogliere quali siano le possibilità per riaprire spazi, costruire percorsi, intuire mobilitazioni, passando per i momenti di sciopero che ci saranno. 

La repressione del Governo passa per nuovi decreti sicurezza, cerca di rinchiudere le mobilitazioni e gli spazi sociali autogestiti ad un problema di ordine pubblico, quando invece il loro significato è profondamente politico e sociale. Arresti e operazioni di polizia quasi settimanali, colpiscono indiscriminatamente superando e forzando ogni confine legale, trasformando le leggi nella logica feroce della “legge del più forte”. 

Essere partigiani vuol dire schierarsi e prendere posizione, Torino è una dimostrazione di come le lotte possano essere al tempo stesso incisive e riproducibili. Oggi il significato e la pratica dell’antifascismo assumono nuova attualità. 

Immaginiamo insieme il corteo del 31 gennaio come l’inizio di un percorso comune che possa costruire uno spazio largo di mobilitazione contro il Governo Meloni e la sua manovra economica lacrime e sangue. Oltre la retorica populista e sovranista, quello che rimane sono misure di austerity, sudditanza ai diktat di Trump, attacchi al lavoro, alle pensioni, ai migranti e a chiunque non sia allineato. È tempo di portare avanti un conflitto plurale, inteso come esercizio di trasformazione e di riconoscimento di coloro che stanno ai margini. 

È tempo di tenere insieme quello che loro vogliono allontanare, di rifiutare la loro divisione di bene e male e costruire un’alternativa credibile. Resistere è possibile, resistere è un dovere.

Firme in aggiornamento: 

Network Antagonista Torinese 

Movimento No Tav

Torino per Gaza

Centri Sociali del Nord Est

Giovani Palestinesi d’Italia

Non Una di Meno Torino 

Spazio Popolare Neruda 

Giorgio Cremaschi

Potere al Popolo

Assemblea Studentesca Torino 

Ex Opg 

Officina 99

Brahim Baya, Nur – Narrazioni Umane di Resilienza

Coordinamento Collettivi Autorganizzati Universitari 

Ecologia Politica Napoli

Cantiere Milano 

Quarticciolo Ribelle

Libere di lottare contro lo stato di guerra e polizia

Movimento di lotta Disoccupati 7 novembre 

 Centri sociali delle Marche Studenti Autorganizzati Marche

Colpo

Centro Sociale Talpa e l’Orologio

Collettivo Spiraglio

Collettivo ohm

Gruppo Pensionati Vanchiglietta APS

Cobas Scuola Torino

Csoa Ex Snia Viscosa 

Coordinamento Antifascista Universitario – Torino 

Rifondazione Provinciale Torino 

Fronte Popolare Torino

Cub 

Sinistra Anticapitalista 

Radici del Sindacato alternativa in Cgil

Vogliamo Tutto 

Assemblea per il Diritto alla casa – Pavia

 Partito Comunista dei Lavoratori – Torino

Gabrio 

Associazione a Resistere Pisa 

Cobas  

Collettivo Statale 590

Carc 

video

Intervento di Non Una di Meno Torino

Come Non Una di Meno Torino siamo qui oggi per rinnovare la nostra solidarietà ad Askatasuna e per continuare a lottare insieme, dentro un presente sempre più schiacciante. Come rete abbiamo incrociato Askatasuna in numerosi percorsi e iniziative cittadine: dalle lotte per il diritto alla casa, a quelle contro la devastazione dei territori, contro la guerra e il riarmo, fino all’impegno per una Palestina libera. L’Aska non è soltanto uno spazio sociale, ma un intreccio vivo di percorsi, persone e progetti politici che lavorano quotidianamente per costruire un futuro differente.

Parlare oggi di spazi sociali è una necessità politica urgente, perchè appunto questi non sono solo luoghi fisici: sono dispositivi di resistenza alla solitudine strutturale prodotta da capitalismo e patriarcato. Sono spazi dove la riproduzione sociale – cioè il lavoro invisibile di cura, relazione, sostegno reciproco – viene sottratta alla privatizzazione e riportata nella dimensione collettiva. Gli spazi sociali sono anche luoghi fisici e simbolici dove si costruiscono relazioni non competitive e libere dal profitto, dove la vulnerabilità non è una colpa ma un punto di partenza politico, dove la cura diventa pratica collettiva e non dovere imposto.

Viviamo una fase storica segnata da una molteplicità di crisi che si intrecciano. Crisi che producono isolamento, solitudine, frammentazione delle vite, precarietà materiale ed emotiva. Questo processo colpisce tutte e tutti, ma in maniera non neutra: le donne, le soggettività LGBTQIA+, le persone razzializzate, marginalizzate, precarizzate e povere, le persone con disabilità, ne pagano il prezzo più alto.

La storia delle donne e delle soggettività non conformi ha mostrato con chiarezza che il dominio non si esercita solo sui corpi, ma sui regimi di senso: su chi può parlare come misura dell’universale e chi viene ridotto a particolarità muta; su chi ha il potere di nominare il mondo e chi ne subisce le definizioni. Il potere non governa soltanto attraverso la forza materiale, ma attraverso le categorie che organizzano il pensabile.

In un tempo che amministra il consenso mediante paura, semplificazione e coercizione, non basta opporsi agli atti di violenza. Occorre smontarne il vocabolario. Non limitarsi a denunciare il potere, ma sabotarne le cornici simboliche e i dispositivi narrativi.

Veronica Gago, filosofa e compagna argentina, suggerisce che c’è un passo avanti rispetto a ciò che eravamo solite chiamare guerra e crisi della riproduzione sociale, a ciò che oggi sta emergendo come fascistizzazione della riproduzione sociale.

Susana Draper, accademica femminista che in questi giorni è stata pubblicata da Effimera, ha preso parola su quanto sta succedendo negli Stati Uniti, a partire dall’uccisione di Renee Good, sottolinea come questa sia una chiave importante che dobbiamo approfondire e che possiamo collegare a ciò che il Palestinian Feminist Collective ha chiamato “genocidio riproduttivo” per comprendere la portata delle politiche di morte e cancellazione di possibilità future che sono state messe in atto nel lungo attacco alla possibilità di vita palestinese.

Il genocidio riproduttivo, elemento chiave del potere coloniale, implica la difficoltà di sostenere la vita in mezzo a meccanismi di assedio, criminalizzazione, prigionia e sparizione che erodono la capacità di intere comunità di rimanere in vita. Dimostra come il futuro, sia come possibilità per i popoli sia come

dell’infanzia e di creazione di traumi intergenerazionali,

strategia colonialista di mutilazione

venga anch’esso ucciso.

La necessità di ricomposizione sociale, con forme anche diverse, è oggi ancora più cruciale di fronte all’irrigidimento delle forme repressive e di controllo, che il governo Meloni sta portando avanti in maniera sistematica. Ora ancor più esplicitamente con il nuovo decreto sicurezza che colpisce in modo sempre più diretto manifestanti e giovani generazioni. Più in generale, questo è un controllo che agisce su più livelli: sui luoghi, attraverso sgomberi, restrizioni, criminalizzazione degli spazi autogestiti; sulle persone, attraverso politiche securitarie, razziste, transfobiche e sessiste; sul dissenso, colpendo chi sciopera, chi manifesta, chi si organizza.

Il transfemminismo ci aiuta a leggere questo processo per quello che è: non solo una deriva autoritaria, ma un progetto politico coerente che punta a ristabilire ordine, gerarchie e obbedienza. Un progetto che ha bisogno di corpi disciplinati, famiglie tradizionali, ruoli di genere fissi, confini rigidi, e che quindi vede negli spazi sociali, nei movimenti e nelle reti transfemministe un pericolo da neutralizzare.

Oggi difendere e costruire spazi sociali e progetti politici significa quindi difendere la possibilità stessa di organizzarci, di trasformare la rabbia e il dolore in pratica collettiva. Significa opporsi a un modello di società che ci vuole separate e controllabili, e affermare invece il diritto a esistenze plurali e solidali.

Non si tratta di nostalgia dei tempi passati. Il movimento transfemminista ci ricorda di avere sempre lo sguardo rivolto in avanti, portando con sé l’eredità di tutt3 le sorell che hanno contribuito a formare quello sguardo. Ai tempi che ci attendono servono spazi il più possibile ampi, che coinvolgano interi settori della società, oggi sempre più impoverita e lasciata alla violenza istituzionale. Servono spazi per i quartieri e per i soggetti che desiderano attivarsi insieme, migliorare la propria vita attraverso un legame collettivo e a discapito di chi sulla povertà e l’isolamento ci costruisce imperi immobiliari, patrimoni famigliari, propaganda razzista.

Questo è il momento di fare comunità, di unire le lotte e le forze, di essere eccedenza e imprevisto, tutte e tutti insieme. Come ci ricorda Silvia Federici, senza ricostruire comunità di lotta e di vita, non esiste possibilità di trasformazione sociale. In questo senso, la ricomposizione sociale di cui parliamo non è solo politica, ma profondamente materiale e affettiva. Significa rimettere al centro i corpi, i bisogni, la quotidianità.

In quest’ottica proponiamo di continuare nel solco di ciò che ha funzionato nelle mobilitazioni dei mesi scorsi e praticare lo sciopero e il blocco come strumenti che permettono di interrompere lo scorrere della vita quotidiana. 

Oltre a partecipare ai prossimi appuntamenti qui proposti, rilanciamo e invitiamo a costruire insieme la giornata di lotta dell’8 marzo e lo sciopero transfemminista di lunedì 9 marzo lanciati da Non una di meno, come momenti in cui rifiutare insieme la violenza patriarcale, la guerra, questo clima repressivo e contro il governo Meloni.

Intervento di Torino per Gaza

Contro guerra e repressione la lotta continua. Verso e oltre la manifestazione del 31 gennaio, con la Palestina fino alla vittoria!
Un contributo di Torino per Gaza

In questo momento più che mai abbiamo bisogno di costruire un fronte largo e unitario di opposizione al genocidio a Gaza, all’imperialismo e alle politiche guerrafondaie del governo.
Sappiamo che lo sgombero di Askatasuna, a cui va tutta la nostra solidarietà, ha aperto una ferita in questa città ma questo non sarà sufficiente a fermare le lotte. Insieme abbiamo dibattuto, costruito e lottato in questi anni, insieme continueremo a farlo, dentro o fuori corso Regina 47.

Negli scorsi mesi un movimento popolare ha segnato un cambio di passo profondo nel nostro Paese. L’opposizione al genocidio e alle politiche di guerra è stata capace di risvegliare un senso di responsabilità collettiva che sembrava sopito da anni e milioni di persone hanno deciso finalmente di non delegare la possibilità di cambiare il corso delle cose. In quelle piazze non solo si è espresso il rifiuto netto del genocidio e un senso di solidarietà profondo e sincero con il popolo palestinese e la sua resistenza, ma si è riuscit3 a puntare il dito in maniera chiara contro chi, alle nostre latitudini, è responsabile di quel massacro e lo sostiene a spese delle persone , traendone profitto economico e politico. Dalle piazze alle occupazioni nelle scuole, intere generazioni hanno espresso il desiderio di cambiare tutto, radicalmente. Insieme si è rotto quel senso di impotenza e di frustrazione che troppo spesso abbiamo provato di fronte all’enormità di un genocidio teletrasmesso in mondovisione.

Un movimento che ha deciso di rendere concreti gli obiettivi che si è dato, praticando ciò che ha detto. In quelle settimane “Blocchiamo tutto” non è stato solo uno slogan, ma una pratica concreta, collettiva e soprattutto efficace. Riappropriandosi della pratica dello sciopero, ha interrotto il normale scorrere della vita di fronte a oltre 200.000 palestinesi ammazzati, ha procurato un danno economico reale alla filiera della guerra e ha inferto un duro colpo al governo, poiché ha toccato i nervi scoperti della catena di valore.
A distanza di qualche mese, la vendetta del governo arriva puntuale per far pagare il conto di quell’esplosione di forza collettiva. A Torino, come in altre città, sono già decine le persone colpite da sanzioni amministrative e misure cautelari. Studentesse e studenti giovani e giovanissimi si trovano agli arresti domiciliari o in carcere. Un compagno del coordinamento, Mohamed Shahin, si è visto revocare il permesso di soggiorno di lunga durata e recludere in un CPR, e su di lui ancora oggi pende un decreto di espulsione immediata verso l’Egitto. E ancora, gli arresti ai compagni di API a Milano e Genova con accuse pesantissime, la condanna ad Anan Yaeesh di appena ieri all’Aquila e infine lo sgombero di Askatasuna. Tentativi, questi, manovrati dalla Polizia e dal governo per indebolirci e ostacolare la rigenerazione del movimento che come prerogativa ha avuto quella delle alleanze. È importante che nel rispondere a questi attacchi si mantenga sempre il presupposto di tenere insieme ciò che vogliono allontanare.

Abbiamo gridato che pensavamo di liberare la Palestina e invece è stata la Palestina a liberare noi.
Ci ha permesso di ricomporre per dare corpo al rifiuto diffuso per un presente fatto di guerra e morte e un futuro incerto e spaventoso, che si fatica anche solo ad immaginare.
Ci ha permesso di ritrovare la forza dell’organizzarsi insieme e di costruire legami sociali inediti,non previsti, nonostante la propaganda soffocante che dipinge il nemico come lo straniero, l’arabo, il musulmano, che costruisce un’urgenza interna come pretesto per disciplinare l3 giovani e la società tutta richiamata ad arruolarsi a testa bassa per la loro guerra, che la priorità è una presunta sicurezza costruita con obbedienza, punizione e riarmo.
Il movimento “Blocchiamo tutto” ha permesso di vedere molto oltre il fumo gettato negli occhi dal governo Meloni. Ha messo a nudo le bugie sistematiche raccontate dai media, ha creato altre forme per documentarsi e diffondere conoscenze e saperi popolari utili a riprodurre le lotte.
Ha espresso quindi qualcosa di segno diametralmente opposto.
Che insieme siamo davvero più forti, che il nemico è una classe dirigente pronta a sacrificare tutt3 per ingrassare le tasche delle aziende belliche e per sottomettersi al volere degli Stati Uniti che intende l’Italia come un proprio Stato satellite, e che le tanto attaccate comunità arabe e musulmane che vivono in questo paese sono nostre compagne di lotta.
Che l’insicurezza è innanzitutto taglio al welfare e aumento della spesa militare, mentre le classi popolari sono sempre più schiacciate dal carovita, mentre la sanità pubblica è fatta a pezzi ogni giorno che passa.

In un contesto che si fa sempre più buio, tanto nei nostri territori quanto a livello globale, non dobbiamo cadere nella tentazione di limitarci a difendere un presente che non è mai stato all’altezza dei nostri bisogni, una democrazia in cui non abbiamo mai trovato spazi per contare, uno stato di diritto in cui non abbiamo mai trovato giustizia. L’unica risposta possibile al fascismo che avanza in Italia e nel mondo è proseguire ed ampliare le lotte per un mondo diverso. All’inasprirsi della repressione, al tentativo di chiudere ogni spazio di ribellione, dobbiamo avere il coraggio di rispondere con pratiche e discorsi capaci di coinvolgere ogni ambito della società, perché a reprimere sono le stesse politiche di guerra che ci rendono pover3, che tagliano servizi e sanità e investono in armi, che trasformano le scuole in campi di addestramento.
Le grandiose mobilitazioni di questo autunno ci hanno indicato una strada da percorrere proprio per avanzare in questa direzione. Questi mesi di mobilitazione per la Palestina ci hanno insegnato che è possibile fare tutto e arrivare ovunque, che quando si lotta per la giustizia e l’umanità le persone non sono addormentate, che possiamo e dobbiamo riappropiarci di una pratica, quella dello sciopero, che ormai sembrava inaccessibile,per costruire lotte a partire dai bisogni delle persone, contro la precarietà, per la Sanità pubblica, per la scuola e i servizi a misura di persona, per migliorare concretamente la condizione umana fermando contemporaneamente guerra e genocidio, le cause del male per tutti i popoli.
Abbiamo capito che avere un’ottica di allargamento e avere la disponibilità di uscire da schemi e pratiche consolidate, permette di costruire un’azione di risposta imprevedibile, efficace, massiccia e concreta.

Crediamo che sia ampiamente finito il tempo in cui ciascun3 di noi, ciascuna realtà organizzata può permettersi di guardare unicamente alla propria agenda, vedendo questa come slegata da tutto il resto. La sfida che questo presente ci pone davanti richiede la capacità di costruire una risposta che sia all’altezza, capace di cogliere le occasioni di mobilitazione e allargamento che ci si presentano e di crearne quando è necessario.

In questo senso, la Global Sumud Flotilla ha annunciato una nuova grande partenza verso Gaza nei mesi a venire. Crediamo che dobbiamo prendere questa come un’occasione di rilancio. Dobbiamo ripartire da ciò che ha funzionato: una comunicazione coerente sul piano nazionale, una connessione con le mobilitazioni a livello transnazionale, un linguaggio comprensibile, capace di bucare le bolle offrendo una pratica di attivazione concreta.
Dobbiamo essere in grado di adattare questa prospettiva in un contesto mutato, che si fa più complesso.

I media raccontano della falsa “pace” di Trump in Palestina come il grande successo di chi porta invece guerra in tutto il mondo. Intanto a Gaza e in Cisgiordania la violenza sionista non si ferma anche se lontana dai riflettori. Nelle ultime ore, giorni, settimane, migliaia di persone sono state uccise dai raid quotidiani su Gaza, dalla violenza dei coloni e dell’esercito in Cisgiordania, dal freddo, dalla fame, dalle piogge in un territorio devastato e tuttora sotto assedio, questo è il modello di pace che la democrazia occidentale ha da offrire. Mentre le politiche imperialiste e guerrafondaie di Trump e di tutto l’Occidente colpiscono in modo sempre più aggressivo in Venezuela e in tutto il Latino America, in Medio Oriente, in Africa, l’annuncio dell’inizio della cosiddetta “fase due” del piano di Trump rende evidente come questo non sia altro che il tentativo di portare a termine la colonizzazione e l’annientamento della Palestina, garantendo ad Israele e ai suoi alleati il controllo del territorio mediorientale e delle sue risorse ricchissime.
Anche se vogliono fermarci, non finisce la nostra lotta che prende esempio dalla Resistenza del popolo Palestinese che ci ha insegnato che i popoli in rivolta possono davvero riscrivere la storia.
Siamo pront3 a guardare insieme a orizzonti futuri condivisi, a traiettorie da costruire per la libertà collettiva.
C’è ancora molto da fare ma la voglia non ci manca e l’immobilismo non è un’opzione.
Fino alla liberazione della Palestina, fino alla liberazione di tuttɜ noi!

Intervento dell’Assemblea Studentesca Torino

Innanzitutto, a nome dell’Assemblea Studentesca ci ritengo a ringraziare tutte le realtà e le soggettività che sono qua oggi e a esprimere naturalmente non solo solidarietà ma complicità politica e umana ai compagni e alle compagnie dell’ askatasuna.
L’Assemblea Studentesca nasce, due anni e mezzo fa, come spazio di confronto sulle modalità della lotta e di costruzione di un vero movimento studentesco nella nostra città e in questi anni abbiamo condotto instancabilmente un lavoro politico di allargamento, di costruzione e di dibattito, di spazi di socialità alternativa a quelli proposti dal nostro modello scolastico e abbiamo raccolto i primi risultati di questo lavoro politico proprio in quest’autunno che ha visto grandi mobilitazioni.
Però sarebbe un tradimento inaccettabile considerare quest’autunno come un punto d’arrivo. Quest’autunno non è stato un punto d’arrivo, non lo deve essere, non può esserlo, ma deve essere un punto di volta e di inizio di qualcosa di nuovo. Per questo, pochi giorni fa, abbiamo avuto un momento di analisi su quello che è stato l’autunno e per la costruzione del nostro progetto politico dal basso.
Questa analisi è stata un’osservazione delle condizioni materiali oggettive della lotta che ci servono per portare avanti il nostro progetto. Cosa significa?
Abbiamo osservato che quest’autunno c’è stato un nuovo risveglio delle coscienze, che è stato inedito almeno negli ultimi anni in Italia e possiamo forse dirlo anche in Europa, che non si è trasformato spontaneamente in un’opposizione organica, organizzata, ma che ne ha richiesto la costruzione in modo imperativo. La responsabilità di costruire questa opposizione organica, organizzata, politica e morale è nostra.
In altre parole, possiamo dire che la mancanza di strutturazione seria del nostro movimento e le potenzialità pericolose della nostra lotta sono state notate e hanno portato a un’ondata repressiva inedita, che l’abbiamo vista con l’arresto di nostri sei compagni: Arturo, Simone, Nour, Giordano, Riccardo e Souahil, a cui portiamo la nostra solidarietà.
Questo è un momento difficile, ma dobbiamo saper raccogliere le capacità trasformative specifiche per un progetto più ampio. Questo significa raccogliere e organizzare la capacità di azione dei singoli collettivi nelle scuole, ma significa anche raccogliere e accogliere le capacità individuali degli studenti e delle studentesse che formano la scuola e rivolgerle contro il modello fascista di Valditara che, diciamocelo, è il capitalistico.
Vuol dire rompere l’indifferenza e sfidare il non futuro che ci viene prospettato, costruire un’opposizione organica alla guerra, alla militarizzazione, al modello della scuola-caserma, che è la riproduzione dei sistemi di oppressione del capitalismo, dell’imperialismo.
Vuol dire creare un potere studentesco, una controinformazione, l’esempio più lampante della negligenza nei confronti della scuola è l’edilizia scolastica. Abbiamo le scuole che ci crollano in testa.
Per questo rilanciamo la mobilitazione nazionale del 31 gennaio e rilanciamo una grande piazza studentesca che partirà da Porta Susa alle due e mezzo.
E lo rilanciamo perché non dobbiamo mai dimenticare che la nostra è la lotta per la giustizia, è la lotta per la libertà, è la lotta per l’uguaglianza.
Insomma la nostra lotta è il motore della storia. Avanti sempre e buona lotta.

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Siria: Rojava sotto attacco. Jacopo Bindi: è uno scontro politico tra opzioni diverse per il Medio Oriente

In Siria l’offensiva su larga scala delle milizie jihadiste di Damasco minaccia l’autogoverno del confederalismo democratico nel nord-est del Paese.

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

Lo Stato di polizia colpisce i Vigili del fuoco di Pisa

Lo Stato di Polizia, spiegato bene. Il ministero dell’Interno ha aperto un procedimento disciplinare per i Vigili del fuoco che a Pisa si sono inginocchiati davanti alla bandiera di Gaza durante lo sciopero generale.

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

L’Aquila: 5 anni e 6 mesi per Anan, assolti Ali e Mansour nel processo di primo grado contro la resistenza palestinese

La sentenza di primo grado dispone 5 anni e mezzo di carcere per Anan Yaeesh, contro i 12 anni chiesti dalla Procura, mentre Ali Irar e Mansour Doghmosh (per loro chiesti rispettivamente 9 e 7 anni) sono stati assolti

Immagine di copertina per il post
Editoriali

Costi quel che costi

Lo sgombero di Askatasuna non è (solo) un episodio di cieco rancore da parte di un governo di destra che approfitta della presa del potere per regolare i conti con l’opposizione sociale. 

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Gaza come laboratorio di nuovi imperialismi e l’importanza dei popoli che resistono

Nuovi e vecchi interessi del Nord globale, e in particolare degli Stati Uniti, stanno ridisegnando una geografia del mondo fatta di guerre, furti, e distruzione.

Immagine di copertina per il post
Bisogni

Vanchiglia chiama Torino: assemblea cittadina post sgombero di Askatasuna

Riportiamo di seguito il commento a caldo del Comitato Vanchiglia Insieme in merito alla partecipatissima assemblea tenutasi nei locali della palestra della scuola del quartiere Vanchiglia.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Il governo è nemico dei territori, i territori resistono!

Per una partecipazione di Valle all’assemblea del 17 gennaio a Torino – ore 15 al Campus Luigi Einaudi

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Sorveglianza speciale:Giorgio Rossetto condannato a 5 mesi e 6 giorni di reclusione

Pubblichiamo di seguito il contributo di Nicoletta Dosio sull’udienza tenutasi questo lunedì nei confronti di Giorgio Rossetto presso il tribunale di Imperia.