
Elezioni 27: i partiti di fronte alla guerra e le basi materiali del movimento
Le elezioni del 2027 si avvicinano, nessuno sa ancora bene quando saranno, ma la macchina elettorale e la conseguente campagna martellante è già partita alla grande.
Il governo prova a consolidare il suo consenso con mancette in stile berlusconiano e si lancia in una gara a chi è più razzista con il competitor Vannacci. La lega si sfalda, probabilmente in via definitiva e tutti i parlamentari si preparano alla rielezione o ad incassare il proprio vitalizio.
Nonostante il tentativo di tenere la campagna elettorale ben ancorata al tema dell’immigrazione e della “sicurezza” vediamo però come i baricentri di produzione del consenso tendano a deragliare verso il tema del riarmo europeo: quindi della spesa abnorme da investire in questo campo, sul sostegno all’Ucraina, sul sostegno alle politiche atlantiste e prone ai disegni americani per il nostro paese e l’Europa. In generale quindi su come le élite europee hanno intenzione di affrontare a colpi di tagli al welfare le nuove condizioni economiche dettate dall’evoluzione della guerra globale in corso. In questo senso è particolarmente indicativo del clima che si respira, l’allarmismo scatenato dal presunto report della CIA pubblicato da El Mundo, su possibili attacchi russi a Italia e Spagna subito smentito dal governo. Solleva aspetti differenti e strategie diverse che dall’esterno si giocano sulla campagna elettorale. In primis rivela la doppia strategia americana: Trump gioca la sua partita cercando una qualche fine del conflitto per poter strappare l’alleanza della Russia con la Cina; i neocon vogliono invece accelerare lo scontro in Europa con la Federazione. In questo senso le élites europee giocano al servizio di questa seconda “fazione” imperialista, con alcune differenze interne, come per esempio la tendenza dei paesi del sud dell’unione ad essere comunque restii ad un impegno in stile baltico. Per questo motivo trovano un senso questi report allarmistici, per cercare di creare il clima giusto per un impegno più deciso del nostro Paese sul fronte russo.
Non secondariamente e sicuramente inaspettatamente per i politici, a dettare l’agenda sono anche questioni che si volevano chiuse come il Tav e il ponte sullo Stretto e l’enorme spreco di risorse pubbliche che comportano. In questo contesto il cosiddetto campo “progressista” si divide e ribilancia i propri rapporti di forza interni a partire da questi temi e dalla capacità di attirare l’avversione popolare diffusa che nell’astensionismo vede il suo maggior partito. Il caso del Movimento 5 Stelle e del suo programma uscito dalla convention “Nova” è abbastanza emblematico di questa dinamica. Se da una parte vengono ripresi molti dei cavalli di battaglia della politica pentastellata, dall’altra ci sono alcuni elementi di novità proprio a partire da queste fratture imposte dallo sconvolgimento del contesto globale.
A fare scalpore infatti è il nuovo posizionamento sulla guerra in Ucraina, in cui si svolta abbastanza nettamente verso un no all’invio di armi e per una generica soluzione diplomatica. A questo segue il rifiuto di aumentare la spesa militare del 5% schierando il movimento contro la politica del riarmo perseguita dal governo e dal PD in questi ultimi anni. Anche se il testo è abbastanza sibillino da permettere a Conte margini di manovra per le trattative interne al mercanteggio del programma del campo largo, è evidente come la giocata sia stata studiata a tavolino per far diventare questi temi un perno su cui ingrossare il proprio consenso, per ambire alla guida della coalizione.
Oltre a cercare di “gratttare” voti sul discorso della politica di guerra, vengono proposte politiche sociali abbastanza spinte con un ritorno al Reddito, anche se manca una patrimoniale sui “ricchi” e viene posta grande attenzione al sostegno ai giovani e una proposta netta di definanziare il ponte sullo Stretto a favore dell’istruzione pubblica. Questo probabilmente è il tentativo di poter recuperare il voto giovanile che nel referendum sulla giustizia ha mostrato tutto il suo potenziale elettorale. Al netto di questa nuova impronta redistributiva, permane un diffuso soluzionismo tecnologico che arriva fino ad un’insidiosissima apertura al nucleare di nuova generazione, anche se questo nemmeno esiste.
La contrapposizione dei rapporti di classe viene risolta dai 5 Stelle in senso neo-riformista, proponendo come baricentro dell’uscita dalla crisi economica del sistema produttivo italiano il finanziamento alle piccole e medie imprese, solito vecchio mantra che va benissimo anche a PD e AVS. Quindi nonostante politiche sociali espansive e contrapposizione al riarmo vi è una chiusura ad affrontare, in chiave elettorale, la contrapposizione di classe che la crisi economica aggrava sempre di più. Permane altresì la storica impronta manettara e legalitaria, da sempre cavallo di battaglia del movimento nato dalle piazze dei Vaffa Day. Non è dato sapere quanto di tutto ciò potrà sopravvivere agli accordi con gli altri partiti di coalizione, ancor meno quanto saranno conseguenti con un ipotetico approdo al governo. Un dubbio supportato dal fatto che l’esperienza dei governi Conte ha disilluso molti sulla capacità pentastellata di attuare le promesse elettorali. E poi chissà se Grillo davvero riscenderà in campo con un nuovo partito “per i giovani e sull’intelligenza artificiale” fondato con i consigli dell’uomo italiano di Musk.. un’ulteriore variabile impazzita che molto probabilmente poco o niente avrà un aggancio con una realtà di interlocutori interessati a tale opzione.
Queste e altre opzioni elettorali o che sembra vogliano prima o poi buttarsi nella contesa, non sembrano in grado di competere con questo quadro, se non in termini di percentuali minime. Le ragioni sono molte, dalla credibilità alla mancanza di radicamento nei territori, dall’incapacità di avere un linguaggio comprensibile al non aver accesso ai media di massa. Se emergerà un movimento autorganizzato e di massa allora forse, se questa sarà ancora un’opzione credibile per qualcuno, si porrà il problema del recupero elettorale, ma per ora non sembra un punto all’ordine del giorno.
Il dato interessante crediamo sia però un altro. Come dicevamo, la politica istituzionale si sta spaccando su linee nuove perché i baricentri del consenso sono definitivamente cambiati. A testimoniarlo il recente discorso della presidente dei Giovani Democratici su riarmo, guerra e diserzione, impensabile fino anche solo a un anno fa, che ha prevedibilmente scatenato le ire di buona parte dell’establishment piddino, ma ha invece raccolto applausi fragorosi da una platea che fino a poco prima si scaldava non poco per i proclami bellicisti dei leader dem.
In questo quadro un cenno ulteriore va fatto all’ex generale. Se a seguito della schiacciante vittoria in Sassonia-Anhalt dell’Afd Vannacci ha immediatamente rilanciato sulle elezioni suppletive a Reggio Calabria chiamandole la “sua Sassonia” è stato spudoratamente smentito da un’altra realtà dei fatti. Per quanto lo si voglia raccontare come un “fenomeno” che arriva ai cuori dei disillusi della politica istituzionale, in realtà l’ex generale non ha pescato dall’astensionismo bensì dai delusi della Meloni. Detto questo arrivare a una percentuale di questo tipo è un dato, per quanto minimo in termini di partecipazione, che indica un’ascensione piuttosto celere e capacità di scalare consensi alla destra tradizionale. A Sud però rimane vero che in generale, e a Reggio Calabria in particolare, chi va a votare ha interessi concreti nella politica e ne rappresenta la dimensione clientelare ancora in campo. L’ambivalenza della questione è che, se da un lato i voti e i votanti sono pochi, quei pochi che votano permettono a chi possiede influenza e clientele di governare, seppur con un consenso minimale. Dall’altro lato, nulla cambia nello sguardo di chi vede la politica istituzionale come un teatrino insulso e che non sarà sicuramente Vannacci a rendere credibile. Ciò che muove anche qui è la spinta materiale: chi ha un interesse particolare, chi ci vede convenienza, allora utilizza anche lo strumento del voto per ottenere i benefici concordati o sperati.
Quindi, la cosa effettivamente più interessante nell’assistere a queste giravolte elettorali, è proprio analizzare su quali basi materiali si delinea questo processo. L’esistenza di un sentimento popolare diffuso contro guerra e riarmo e la mancanza di un movimento solido e organizzato dal basso nella società è una di queste. Chi da una parte chi dall’altra infatti prova, nei modi concessi e tutti interni al sistema canonico, a dare una “risposta” sul piano del discorso a questo effettivo senso comune. Abbiamo visto l’emergere di lotte e scioperi da milioni di persone, come mai negli ultimi 40 anni nel nostro Paese, un fatto epocale ma sporadico. Queste grandi manifestazioni si sono alimentate in una circolarità fra grande esposizione mediatica, consenso popolare trasversale e episodi concreti capaci di fare da miccia: la radice di qualsiasi sovrastruttura mediatica che influenza circolarmente la realtà e la soggettività ha la sua base concreta di incontro e organizzazione, anche minima, in quello che oggi si potrebbe chiamare in potenza: movimento trasformativo e antagonista.
Se questi eventi, seppur congiunturali, hanno avuto la capacità di modellare un dibattito pubblico e un programma elettorale sulla base di alcuni dati che evidentemente sono stati registrati anche da una parte della politica istituzionale, significa che il terreno di contesa è aperto e che occorrerà prefigurare l’obiettivo. Infatti, da cornice a questo quadro instabile e cangiante c’è la profonda, cronica, irrecuperabile disillusione verso il voto ai partiti e nelle istituzioni. La politica dei politici è percepita dai due terzi degli italiani come una piaga insanabile formata da una cricca di approfittatori e ruffiani.
Le basi materiali nella protesta oggi stanno nell’interazione fra grandi media e concorrenti autonomi, tra il proliferare di canali indipendenti e ecosistemi informativi chiusi in bolle, con reti effettive o informali che attraversano la composizione sociale. Frammentando e ricomponendo al medesimo tempo. Per questo il terreno della comunicazione rimane centrale ma è dipendente dal radicamento nelle lotte, siano esse storiche o di nuova emersione spinte dalla crisi economica, l’inflazione o il caro benzina.

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