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Opuscolo: strumenti e piste di inchiesta a partire dal convegno di Livorno

Qui la prima parte del report della due giorni di Livorno, un lavoro che intende porsi come strumento utile all’orientarsi per sviluppare piste di inchiesta e conricerca negli ambiti trattati e individuati come centrali per intervenire nella “fabbrica della guerra”.

INDICE

INTRODUZIONE – GUERRA E SOCIETÀ OGGI: ORGANIZZARSI PER SMETTERE DI SUBIRE

“Scenari: comporre il quadro della fabbrica della guerra a partire dalle conoscenze conquistate nella lotta”

  1. I SESSIONE – CASA, LAVORO, WELFARE

1.1. Introduzione

1.2. Domande aperte e ipotesi di inchiesta

1.3. Strumenti e bisogni per le lotte

  1. II SESSIONE – FORMAZIONE E RICERCA

2.1. Precarizzazione e privatizzazione

2.2. Disciplinamento, arruolamento e militarizzazione

2.3. Forme di unione, organizzazione e inchiesta possibili

  1. III SESSIONE – INFRASTRUTTURA MILITARE-ENERGETICA SUI TERRITORI

3.1. Introduzione – Nel “cortocircuito estrattivista” individuare dove la guerra si insedia sui territori

3.2. L’inchiesta come strumento di conoscenza e attivazione dei territori: l’hub militare Livorno-Pisa-La Spezia

3.3. Territori colonizzati, territori sacrificati: zone strategiche di militarizzazione ed energia dalla Sardegna alla Calabria

3.4. Marginalizzazione come pratica

3.5. Come fare? Riconoscere tendenze generali, anticipare e bloccare i flussi

“Orizzonti: condividere prospettive e metodi per lotte e alternative a un pianeta in guerra”

CONCLUSIONI – UN INVITO A CAMMINARE INSIEME PER REALIZZARE UN SOGNO COMUNE

INTRODUZIONE – GUERRA E SOCIETÀ OGGI: ORGANIZZARSI PER SMETTERE DI SUBIRE

Siamo oggi di fronte alla “lunga frattura” della guerra come fatto sociale e sfida epocale che investe ogni ambito della vita su scala globale. Per una prospettiva di cambiamento di lungo periodo dobbiamo fare i conti in modo profondo con il declino morale e valoriale del cosiddetto Occidente, sancito dal caso degli Epstein Files e dalla crisi di legittimità che sta vivendo il sistema capitalistico. Questa crisi non coincide con una crisi di agibilità del sistema, che sta reagendo incrementando una logica di guerra e genocidio ad alta intensità. Il genocidio a Gaza è un laboratorio e un monito per ogni popolo che si ribella di ciò che si sta preparando. Così come i fatti di Minneapolis e la resistenza all’ICE, un esempio di come la guerra si traduca all’interno degli Stati e delle nostre città come attacco a popoli e territori. La nostra società vive inoltre una dimensione di individualismo prodotta da decenni di liberalismo.

Di fronte a questo scenario, dai territori in lotta emerge una domanda:

come non subire sempre nella società del capitale?

L’intera assemblea ha avuto come discorso comune il riconoscimento di un legame profondo tra la dinamica di guerra globale e i problemi-bisogni sociali legati alla casa, al lavoro, alla salute al reddito, come parti e livelli differenti di un unico sistema capitalistico che riproduce ingiustizia, violenza ed esclusione. Alla guerra esterna corrisponde una guerra ai territori e ai popoli combattuta sul terreno della vita quotidiana: una sempre più ampia frattura divide popolazioni e apparati del potere, sempre più aggressivi verso i territori. Questa frattura è un’occasione di mettere al centro in bisogni sociali. La guerra interviene nella società e nel lavoro perché condivide le stesse infrastrutture di dominio: le piattaforme, i cloud, gli algoritmi che governano il consumo e il lavoro sono gli stessi usati per il genocidio e l’organizzazione bellica. La politica oggi è organizzata come le imprese, la logica di Israele e del genocidio è la stessa di Amazon. Far fuori chi è di intralcio, chi non è produttivo va criminalizzato o espulso. Questo avviene in ogni contesto: salute, casa, lavoro. Da questo il bisogno di autodifesa significa farla pagare un po’ anche a loro, ai padroni, sul terreno della vita quotidiana.

Blocchiamo tutto…

Lo stesso vale per la connessione riconosciuta a partire dalle piazze e dagli scioperi di “Blocchiamo tutto”, tra genocidio, guerra e bisogni sociali-territoriali sacrificati e compressi. Al centro di questo legame può esserci la capacità militante sui territori di costruire proposte di lotta e organizzazione per affrontare questi temi e bisogni fondamentali contrapponendosi alla logica di guerra. Centrale è anche il bisogno di opposizione sociale al governo e costruzione di un blocco sociale contro la guerra radicato nei contesti e nella lotta per la difesa della vita e dei bisogni fondamentali della società.

Oggi esiste un’opportunità importante di costruire una capacità di alternativa collettiva e difesa soggettiva, per rifiutarsi di sottoporsi al sacrificio richiesto dalla guerra e dai suoi ideali tecnofascisti e nazionalisti. In questo senso si avanza l’idea di estendere la base di resistenza e contropotere e promuovere autonomia popolare come orizzonte di lotta e cambiamento dal basso contro la guerra e il suo sistema.

Farci le domande, affrontare la discussione, insieme

La storia oggi corre veloce e non è uguale ad altri momenti. Oggi i nostri nemici sono protagonisti della storia, ma Blocchiamo tutto ci ha insegnato che anche noi possiamo esserlo. Non dobbiamo restare in attesa, oggi abbiamo un’occasione storica di cambiare le cose e per farlo abbiamo bisogno di confrontarci, condividere esperienze, problemi, strumenti e saperi per aiutarci, cooperare e capire come vincere le nostre lotte. Per questo ne parliamo introducendo casa, lavoro, welfare. Questo richiede la nostra capacità di prendere iniziativa e avanzare le nostre proposte.

Non siamo qui per lanciare date o formule di organizzazione che non ci sono, ma per interrogarci insieme e condividere le molteplici proposte che verranno.

“Per realizzare un sogno comune” rappresenta un’ambizione semplice e rivoluzionaria: la vita in comune sottratta al dominio del capitale, una vita libera e piena di significato, che ha nella guerra il suo veleno e la sua morte.

Per questo ci domandiamo insieme a partire da casa lavoro e welfare come dare gambe a quanto visto con Blocchiamo tutto, come continuare a costruire e fare sempre di più, senza cedere a rassegnazione e pessimismo. Abbiamo visto una volta cosa significa vincere; abbiamo assaggiato appena la vittoria, ora si tratta di prepararci per non dimenticare il suo sapore, ma anche il suo prezzo: un genocidio e una guerra dispiegata.

Non siamo qui per attendere o ascoltare delle proposte, ma per discutere e rompere la difficoltà di mettere sul piatto bisogni ed esperienze. Siamo qui per raccontare come viviamo la lotta e la dinamica della guerra nei nostri quartieri; nelle lotte a lavoro che facciamo o che vorremmo fare; nella lotta quotidiana per servizi smantellati in ogni loro faccia. Domani avremo tempo di tirare le fila e avanzare le proposte, ma vogliamo proporre di iniziare condividendo queste esperienze: per questo oggi si parla di Scenari. Quale scenario abbiamo davanti e quali sono le nostre opportunità? Come costruire un’inchiesta che matura nella lotta e che ci aiuta a conoscere nelle varie parti di Italia e delle isole i modi in cui è fatta la società in cui e con cui ci organizziamo e lottiamo?

SCENARI: comporre il quadro della fabbrica della guerra a partire dalle conoscenze conquistate nella lotta

Questo convegno affonda in un momento di enorme potenza della società italiana, della sua ribellione, del protagonismo di lavoratori, lavoratrici e giovani contro la guerra e il genocidio in Palestina con “Blocchiamo tutto”. Per iniziare a ragionare della fabbrica della guerra, come questa si articola nelle vite e nei territori, apriamo la giornata con questo tema: casa, welfare, lavoro.

  1. I SESSIONE – ECONOMIA E FABBRICA DELLA GUERRA

1.1. INTRODUZIONE

Casa, welfare e lavoro sono dimensioni fondamentali della vita sociale, il livello quotidiano con cui ciascunə si confronta e su cui le strutture oppressive del sistema capitalistico agiscono in modo più immediato. Hanno a che fare con la vita nelle sue forme fondamentali di riproduzione, di dignità, di libertà o di subordinazione.

Non vogliamo essere retorici quando apriamo una discussione su questi temi nel vedere cosa significano mentre siamo immersi nella terza guerra mondiale: siamo di fronte a un giro di vite sulla vivibilità, al sacrificio dei fondi per servizi come la sanità, la scuola, asili, edilizia popolare, verso la “stabilità” di questo sistema, ossia la guerra. Fuor di retorica significa che le vite saranno sempre più sottoposte a rischio, a scarsità, a malessere e degrado, a soggiogazione nei ricatti del lavoro e dello sfruttamento nelle sue varie forme, nella solitudine o nell’adesione a dimensioni ideologiche suprematiste.

Cosa significa che siamo in guerra e per chi? In questo tavolo vorremmo incentivare un confronto su cosa significa per chi vive e lotta nei quartieri popolari che siamo in guerra? Cosa significa per chi si confronta con l’assenza strutturale di servizi di prossimità? Di chi si confronta con alluvioni, terremoti, speculazione? Di chi si batte per condizioni di lavoro dignitose e giuste?

Descrivere la “fabbrica della guerra” significa riconoscere la conversione esplicita di certi settori alla dimensione militare, ma anche vedere l’intreccio tra un piano globale e questi aspetti della vita su cui noi, il popolo, siamo ancora troppo poco organizzati.

Il sistema non è riformabile, la crisi è irreversibile

Siamo dentro una crisi irreversibile del sistema, crisi legata allo strapotere della finanza che governa direttamente le condizioni di vita, i costi degli affitti, il prezzo dei beni, la speculazione sui territori. Questa crisi irreversibile è la misura di quanto sia irreversibile la guerra mondiale.

Non c’è riforma dall’alto che possa arginarla, così come non ci saranno riforme che bastino da sole ad arginare il caporalato, la violenza patriarcale nelle case e nelle strade, le infinite liste d’attesa di chi deve curare un tumore.

Una crisi irreversibile anche perchè sempre più parti della nostra vita sono messe a profitto e diventano merce: la casa, le relazioni, la salute, l’amore, la morte, la natura. Il nostro compito deve essere confrontarci con i problemi reali della società: il debito in cui affogano le famiglie; lo sfruttamento selvaggio di cooperative e imprese che spezzettano e rendono il lavoro sempre più povero.

Guerra, lavoro, società

Nel quotidiano delle vite c’è un bisogno di alternativa e liberazione da catene immediate e diffuse in ogni aspetto della vita. queste catene non sono qualcos’altro dal destino di guerra a cui siamo costrettə. Sono il motivo per cui la guerra si fa, per rafforzare queste catene, per renderle produttive.

Un sistema capitalista che non riesce più a valorizzarsi ha bisogno di distruggere per ricostruire e accumulare. Ha bisogno di distruggere forza lavoro che eccede, che non produce o rappresenta un intoppo al sistema. Ha bisogno di creare le sue bolle prima di scaricare nuove crisi sulle nostre teste. Il riarmo europeo con i suoi 800 miliardi per le armi, i vincoli del 5% del PIL per la guerra e la spesa militare, rappresentano anche questo.

Il sistema capitalista ha bisogno di generare divisione nella società, nei quartieri, nei posti di lavoro, nelle file agli sportelli, tra bianchi e neri, italiani e immigrati; ha bisogno di arruolare gli uni contro gli altri, formare i propri “ICE” in ogni parte del mondo, istituire il controllo tecnologico, lo strapotere delle piattaforme la predizione dei bisogni e dei comportamenti, per inventare nuovi mercati basati sui bisogni artificiali dell’e-commerce oppure basati sul mercato della paura, forgiato negli schermi dei telefoni, sui social, telecamere, AI, strumenti di sorveglianza…

Chi sono i nostri nemici?

I nostri nemici non sono diversi infatti: i giganti della guerra sono i potenti della politica così come i giganti delle multinazionali, delle piattaforme e della finanza che gettano il mondo nel caos. Non dimentichiamo che le diverse facce della modernità capitalista, i suoi esponenti nella politica, nel mercato del lavoro, nella gestione del potere militare, sono sempre stati insieme a commettere i loro crimini come mostrano gli Epstein Files. I loro principi sono la violenza, lo stupro, la sopraffazione.

Ma questi personaggi hanno una debolezza: stanno lasciando un vuoto.

Di fronte a questo scenario di una fabbrica della guerra che prende piede sulle nostre vite e di un vita sociale, lavorativa, riproduttiva in cui l’essenziale ha un prezzo sempre più salato e insostenibile, vediamo un vuoto a partire dal quale da oggi vogliamo interrogarci insieme.

Chi infatti può risolvere questi problemi è chi vuole iniziare a farlo collettivamente

Vuoti politici e organizzativi oggi

Oggi i sindacati confederali sono pezzi degli apparati di sfruttamento e potere e non rispondono ad alcun bisogno popolare che non sia quello di avere qualcun a cui rivolgersi, per essere sistematicamente fregati, resi passivi e privi di comprensione, capacità, protagonismo che maturano solo nella lotta.

Il ceto politico è corrotto nelle sue attività e nei suoi principi, compromesso con il sistema e i suoi fini mortiferi, incapace di cercare e trovare soluzioni ai problemi. Tutto ciò per noi non è tanto un tema di polemica o valutazione astratta: rappresenta il vuoto di organizzazione e di lotta che esiste nella società.

C’è bisogno di organizzarsi a lavoro, nei quartieri, negli hinterland pieni di magazzini e inquinamento, nei meandri di ospedali e case di riposo, di scuole e università: tornare a ragionare di cosa serve, cosa è utile e ha valore per le persone, come possiamo diffondere in ogni contesto dove viviamo dei problemi, nei quartieri o nei posti di lavoro, degli strumenti e delle lotte per poter prendere delle decisioni.

Questo già avviene informalmente o coi mezzi che ci sono. Ma nessuno costruisce proposte organizzate, differenziate, adeguate capaci di ascoltare e individuare insieme soluzioni efficaci: per questo c’è un vuoto, che possiamo riempire dal basso con decisione e forza. Un vuoto che sempre più, altrimenti, viene riempito a destra. Ma non abbiamo illusioni: la loro proposta non è credibile è marcia e disumana. La nostra allora qual é?

In questa fase ogni rigidità su uno qualsiasi di questi aspetti, anche il più basilare, ogni lotta per la minima cosa, genera e può generare un enorme conflitto, un’enorme potenza di trasformazione.

Lottare per la casa per il lavoro per i bisogni sociali è un modo per costruire potere comunitario e collettivo delle persone.

Strappare risultati concreti, lottare e costruire autonomia

Quale potenziale di lotta e trasformazione ha un picchetto a un magazzino? La lotta per fuoriuscire da una condizione di violenza domestica? Strappare una casa popolare allo Stato quando le graduatorie sono bloccate da anni? Che cosa in questo fa la differenza e dà fiducia nella lotta e nel cambiamento? Ottenere un risultato concreto in uno qualsiasi di questi aspetti ci mette davanti a una necessità: costruire inevitabilmente un conflitto enorme col sistema e una capacità di autonomia.

C’è un enorme bisogno e necessità di liberazione tra le persone, connesso a un bisogno di autonomia, a una necessità di dotarsi dei mezzi di vita fondamentali. Questo non significa fare da sé e pretendere di potersi autogestire:

significa che per strappare qualcosa al padrone bisogna anche iniziare a imparare a fare da sé e autorganizzarsi in maniera differente.

Incompatibilità col sistema, autodifesa e repressione

Questa incompatibilità tra condizioni di vita e potere dello Stato e del capitalismo in guerra ci pone di fronte a un interrogativo: oggi più che mai, organizzarsi nel basso, alla base, costruire una proposta per affrontare i problemi della vita quotidiana, per recuperare salario, abitare meglio, accedere ai servizi fondamentali della vita umana, significa costruire una propria autodifesa.

Con questo intendiamo porci queste domande: quali strumenti abbiamo per affrontare questi problemi umani e sociali e farli pagare ai padroni? Quali principi costruiamo con una nostra proposta? Se i principi del nemico sono racchiusi negli Epstein file, quali sono i nostri: ossia, per che cosa lottiamo?

Organizzarsi sulla casa, sul lavoro, sulla vita riproduttiva significa costruire un piano, costruire il nostro ritmo, la nostra condivisione e il nostro respiro, non agire solo sull’onda o sull’emergenza, rafforzare e costruire nel quotidiano ciò che ci dà la forza di produrre momenti come “Blocchiamo tutto”. Anche per questo ci interroghiamo su quali sono i legami comunitari da potenziare e rafforzare, contro l’isolamento e il nichilismo che aprono la strada al fascismo, alla violenza orizzontale, alla separazione e all’arruolamento. Organizzarsi su questi aspetti può consentirci di togliere il terreno sotto ai piedi al nemico, ai suoi piani di guerra e di formazione di una mentalità patriarcale e autoritaria nella società.

Questo è anche un modo con cui affrontare la fase di torsione repressiva e autoritaria che stiamo vivendo: quello che vediamo con denunce, arresti e sgomberi è una faccia di un conflitto tra capitalismo e classe lavoratrice che passa dalla repressione militare e muscolare. Vediamo cosa fa l’ICE negli USA, vediamo cosa significa dire “free palestine” se lavori allo stand delle Olimpiadi, o ancora essere un giovane proletario di origini migranti che gira in motorino a Milano come Ramy. Non pensiamo che possiamo limitarci a difendere i nostri spazi, ma difendere ciò per cui questi spazi e la nostra militanza servono: a rafforzare la nostra parte, ad affrontare la repressione con la lotta, il conflitto, la capacità di reagire e non essere schiacciatə. A prendere l’iniziativa, metterci la faccia, organizzarsi insieme.

La repressione non deve essere un tabù nè un’ossessione: ma la nostra sfida che solo organizzandoci a partire dai livelli fondamentali della vita sociale può essere vinta.

1.2. DOMANDE APERTE E IPOTESI DI INCHIESTA

Riportiamo alcuni temi e problemi aperti dalla discussione che ha visto confrontarsi organizzazioni e realtà di lotta di base e autonoma da diversi territori. In particolare le esperienze raccontate vengono da grandi metropoli del Nord Italia (Milano, Torino, Bologna), da aree di cosiddetta “provincia” come Pavia, Livorno, Lucca e Pisa, da città del Sud Italia quali Cosenza e Bari.

Lotta per la casa: il bisogno di organizzazione e comunità

In modo trasversale a numerose realtà è emersa la centralità della lotta per la casa. La casa è terreno di speculazione e profitto, dunque un campo di conflitto molto forte, in cui schierarsi. Le controparti sono BeB, agenzie immobiliari, fondi finanziari: che riproducono le ingiustizie fondamentali e i meccanismi di accumulazione del sistema di guerra. Oggi è necessario non avere un approccio meramente legato all’emergenza né legato solo a chi vive il problema dello sfratto. È giusto interrogarsi e darsi l’obiettivo di intervenire anche per chi vive in affitto e non ha lo sfratto ma paga troppo.

Nella discussione viene sottolineata l’importanza di vedere insieme le diverse dimensioni della vita nella lotta: lavoro, casa, accesso ai servizi, salute. Alcune esperienze raccontano la centralità di forme di vita comunitaria a partire dalla difesa abitativa. Occupazioni o proposte organizzative di vita comune non devono rispondere alla necessità di soddisfare un “servizio” mancante, ma costruire nuove relazioni, radicamento, una vita bella a partire dai bisogni popolari. Altri interventi individuano la centralità della salute. Questa dimensione evidenzia alcune contraddizioni violente del sistema su cui costruire autodifesa: il razzismo, come questione su cui interrogarsi, il carattere escludente e colpevolizzante delle istituzioni sanitarie di fronte all’importanza della salute nel nostro sistema e nelle nostre vite.

Costruire una comunità politica dalle lotte è il risultato di tante esperienze di autorganizzazione che si confrontano in questo tavolo.

La domanda aperta centrale è come costruire forme di organizzazione comunitaria e complessiva in cui le lotte si generano da dentro altre lotte, da dentro i bisogni che vengono affrontati collettivamente?

Fuori e dentro le metropoli: governo del territorio e spazi di lotta

Intrecciato al problema della cosa è la questione di immaginare nei territori periferici forme di organizzazione complessiva, intervenendo laddove più vediamo abbandono e rifiuto, nelle zone dove migliaia di proletari e proletarie vengono espulse dalle metropoli gentrificate. La contraddizione è forte: hanno bisogno del nostro lavoro nei centri del capitale come le città, ma ci vogliono espellere nell’accesso ai servizi, alla ricchezza, persino al “loro” consumo. Molto frequenti gli interrogativi e il bisogno di costruire proposte di lotta a partire dalla provincia e dai territori cosiddetti “periferici” rispetto ai centri urbani metropolitani, in particolare rispetto ai processi di espulsione legati alle città-vetrina gentrificate e turistificate, alla manodopera proletaria e spesso razzializzata costretta a lavoro nelle grandi città ma residente negli hinterland meno costosi per gli affitti, alla gestione delle emergenze e delle castastrofi climatiche nei territori, alla dismissione dell’edilizia popolare.

In particolare, viene discussa una modalità di governo dei territori, attraversati, dalle conseguenze della catastrofe climatica, che ha come dispositivo di comando l’imposizione di grandi opere mentre la società è impoverita e privata di servizi essenziali dall’assenza di lavoro, servizi sanitari.

Questo pone anche di fronte alla necessità di individuare localmente tattiche e strategie differenti, per esempio analizzando fenomeni peculiari della provincia, come la diminuzione di sfratti in città e l’aumento di precarietà abitativa fuori dai centri.

Nell’assemblea vengono anche portate nuove suggestioni legate al rapporto tra città e terra, che vedremo riprese nella seconda giornata: quale rapporto della società con la terra e con il vivente? Quali prospettive di autonomia e sussistenza? Quale rapporto città-campagna-terra, come immaginiamo una resistenza e una nuova visione non meramente “materiale” della vita?

Prendere l’animale dalla testa: lavoro e salario

Lottare sul terreno del salario, significa prendere l’animale non dalla coda, ma dalla testa, rifiutando il welfare come dispositivo per mantenere ordine e disciplinamento nonostante lo sgretolamento nell’economia di guerra. Questo problema viene posto in numerosi interventi, a partire dal bisogno politico, umano e sociale di “smettere di subire”, di costruire la forza di “dire di no” e riversare parte dei costi della crisi che stiamo vivendo sui padroni del mondo, a partire dall’organizzazione all’interno dei contesti del lavoro nelle sue diverse forme.

Precariato giovanile universitario: ipotesi per il futuro

Vengono discusse anche le forme di vita precarie giovanili e le promesse tradite del lavoro in università. Un tradimento annunciato dall’esaurimento di fondi PNRR e il dirottamento su finanziamenti a scopo bellico e il taglio delle borse di studio. Questo tradimento è anche spazio di possibile lotta e soggettivazione, guardando non solo a pretese vertenziali, ma anche all’opportunità di costruire percorsi alternativi dentro le lotte per un lavoro meno precario e una formazione più giusta, rispetto all’asservimento di formazione e ricerca all’industria militare.

1.3. STRUMENTI E BISOGNI PER LE LOTTE

Fare rete: strumenti di lotta per obiettivi e bisogni concreti

Un’esigenza condivisa soprattutto a partire dall’esperienza delle lotte per la casa, è la necessità di dotarsi di strumenti per mettere in rete a livello nazionale le lotte di base e non limitare la prospettiva dell’intervento solo a livello locale. Una proposta in questa direzione è di ricostruire il bollettino delle lotte per l’abitare. La discussione ha guardato principalmente agli strumenti che conferiscono effettività e concretezza al conflitto, ai suoi risultati, alla trasformazione che può produrre con le persone nella vita quotidiana: molti sono gli strumenti elencati a partire dalle esperienze di lotta territoriale: picchetti, occupazioni, presidi, sportelli, assemblee. Forme dell’organizzazione di base e dal basso da sviluppare in ogni territorio nelle forme adeguate ai bisogni. Viene individuata la centralità di esperienze di organizzazione comunitaria sotto diversi profili: scuola, doposcuola, sport popolare, ambulatori popolari, per affrontare i bisogni collettivamente mentre si lotta dentro e contro il sistema per servizi che funzionino.

Occupazioni e spazi sociali come punti di riferimento, autorganizzazione e forza

Di fronte al degrado e alla dismissione del patrimonio abitativo popolare, al mercato degli affitti inaccessibile, ai processi di gentrificazione, le occupazioni vengono riconosciute come una pratica importante e da rivendicare. L’attacco che gli spazi sociali occupati stanno vivendo è connesso al significato che hanno e che possono avere come punto di riferimento e di forza per le lotte, nonché come luogo di socialità fuori dalle logiche del profitto e di autorganizzazione per forme di vita comunitaria alternative. Sono raccontate come luoghi dove si organizza la risposta popolare alla mancanza di servizi, la capacità di auto-educarsi e curare la propria salute.

La pratica e strumento dell’occupazione è riconosciuta come fondamentale per difendersi da un mercato escludente e violento, appropriarsi di forme di vita libere dal profitto, rappresentare punti di riferimento autonomi per le lotte: come viviamo le occupazioni? Come difenderle a partire dalle lotte? Non dobbiamo avere vergogna di esistere e avere una storia alternativa a percorsi istituzionali, la nostra legittimità non può essere definita dal mercato o dallo Stato, ma da ciò che costruiamo.

Queste sono alcune domande emerse. Insieme, anche l’esigenza di costruire nuovi percorsi, metodi e strategie per radicarsi in nuovi contesti, non accontentandosi di difendere gli spazi ma costruendo proposte e lotte all’altezza.

Comunicazione e formazione

Anche la comunicazione viene nominata come centrale: dotarsi di linguaggi chiari e comprensibili per organizzarsi sul terreno dei bisogni sociali e della vita quotidiana. Per contrapporsi alla guerra è necessario costruire forme di coinvolgimento popolare semplici e chiare (petizioni, raccolte firme nei quartieri, comitati…). Inoltre, può essere utile immaginare forme comunicative schiette e dirette rispetto alla violenza materiale subita dalle persone, con l’obiettivo di costruire legami solidi e veri a partire dai bisogni su cui lottiamo. Un altro strumento emerso, infine, è la formazione orientata all’azione, questione che sarà ripresa nelle proposte emerse nella seconda giornata della due giorni.

  1. II SESSIONE – FORMAZIONE E RICERCA

Descrivere la “fabbrica della guerra” significa riconoscere la conversione esplicita di tutti i settori della società, compresi quelli della formazione, alla dimensione militare e vedere l’intreccio tra un piano globale e i contesti quotidiani della nostra vita.

I luoghi della formazione si sorreggono sul mito di giustizia, pace ed eguaglianza, ma questa narrazione si infrange contro la realtà quotidiana: ricatti economici, condizioni materiali precarie, competizione feroce, sfruttamento del lavoro accademico giovanile, ricerca piegata agli interessi bellici.

Il movimento “Blocchiamo Tutto” ha visto la vitalità di tantissime giovani, che hanno espresso la determinazione a non diventare carne da cannone, né pagando i costi materiali quotidiani che la guerra impone sulle vite, né arruolandosi tra le fila dell’esercito. Non sempre questa vitalità si è espressa a partire dal contesto di studio, di ricerca, di formazione, tuttavia lo sciopero ha significato per ognunə, in maniera più o meno determinante, il rifiuto del proprio lavoro, studio, ruolo anche all’interno di questi contesti. Ognunə ha scelto di alterare i tempi e spazi di vita, di lavoro e di sfruttamento. Ci chiediamo, quindi, mentre la crisi bellica si approfondisce e ancor di più tutto viene piegato nel suo interesse, come rendiamo il nostro rifiuto permanente e all’altezza di incidere concretamente nella catena della guerra?

2.1. PRECARIZZAZIONE E PRIVATIZZAZIONE

Il definanziamento come processo strutturale: costruire vite sacrificabili

Vediamo un sistematico smantellamento delle scuole e delle università, ma com’è possibile che in un sistema tecnocratico che punta al progresso si stia smantellando il settore della conoscenza, della ricerca, da cui proviene il sapere necessario? È necessario guardare alla precarizzazione come un processo strutturale con degli interessi specifici.

Il disinvestimento nella formazione si inserisce in un quadro più ampio di riarmo e di tendenza globale alla produzione di guerra. Ne sono un esempio i tagli al fondo di finanziamento ordinario nelle università, a cui si sopperisce attingendo a fondi esterni come bandi europei (es. progetti Horizon) che permettono ad aziende belliche e agli interessi politici degli Stati di insediarsi alla cattedra. Lo stesso processo è in atto nelle scuole, dove i tagli ai fondi, l’assenza sistematica di materiale, la mancanza strutturale di corsi di aggiornamento adeguati, costringono a ricercare dotazioni e finanziamenti privati, spesso invisibili. Un importante esempio è la riformulazione del percorso formativo negli istituti tecnici e professionali (il famoso 4+2), dove gli studenti e le studentesse sono costrette a pagare una retta annuale per accedere a due anni di corsi per l’abilitazione al lavoro, partecipati e finanziati da aziende private. Un imbuto in cui chi non può permettersi la retta resta tagliato fuori e chi, invece, passa lo sbarramento, è costretto a lavorare per interessi sempre più convertiti all’industria bellica.

La precarizzazione sistematica delle condizioni di vita è, quindi, un dispositivo centrale: è la premessa per costruire un corpo studentesco incapace di opporsi alla guerra, perché già stremato da una guerra quotidiana per la propria stessa sopravvivenza. Si crea un soggetto destabilizzato, privo di tempo, energie e strumenti per immaginare alternative. Si trasforma il tempo in un senso esclusivamente produttivo: non si ha tempo per pensare a qualcosa che non sia studio, sessione, lavoro di ricerca. Come possiamo riprenderci questo tempo per riflettere sulle cose che studiamo e le loro conseguenze? Riappropriarci di questo tempo è necessario per costruire un’alternativa al sapere di guerra.

Diritto allo studio: un problema di fondi o di fondo?

La crescente precarietà e inaccessibilità al diritto allo studio, sia esso nei cicli scolastici o accademici, non è soltanto l’effetto dei tagli o della scarsità di finanziamenti, ma il risultato coerente di regole strutturate per amministrare la scarsità e governare l’incertezza, subordinando l’accesso alla formazione a criteri di esclusione preventiva.

Gli enti regionali per il diritto allo studio universitario, ad esempio, si configurano come un percorso a ostacoli fatto di ISEE, CFU minimi, graduatorie, requisiti per le residenze: un sistema che non garantisce, ma seleziona e disciplina. Se uno studente deve investire energie continue per “guadagnarsi” il proprio diritto allo studio, il tempo e lo spazio per pensare, organizzarsi, dissentire, si restringono drasticamente. Reinventare il sistema, allora, non significa solo rivendicare un’economia che prediliga le borse di studio ai missili, ma significa rompere la logica burocratica che trasforma il diritto allo studio in una pratica di controllo, subordinazione e disciplinamento in cui l’unica opzione praticabile è stare nel tracciato definito.

Cosa ci ha permesso di vedere Blocchiamo tutto?

Gli scioperi di Blocchiamo tutto hanno evidenziato la realtà su cui si fondano i contesti formativi: dipartimenti e istituti definanziati, scelte di bilancio direzionate, l’assenza totale di fondi per ricerca, che quindi viene finanziata da chi ha interessi strategici, sono precise scelte politiche delle dirigenze in continuità con le indicazioni governative. Con queste scelte, si interrompono lavori di ricerca e contratti, alimentando una competizione feroce in cui si é dispostə ad accettare qualsiasi condizione e proposta di lavoro. Ne é un esempio l’Università di Bari che dal prossimo anno taglierà 132 posti nel personale di ricerca.

Allo stesso modo, si privano i contesti formativi delle condizioni per la riproduzione della vita al loro interno. Come l’esempio emerso dal dipartimento di scienze della terra di Pisa evidenzia, interi dipartimenti si ritrovano senza fondi. Si priva della possibilità di una scelta diversa per chi studia nel dipartimento: o collabori con aziende e università mortifere oppure non vai avanti. Un altro esempio è il Politecnico di Torino, dove si è proposto di rilevare delle quote della Intesa San Paolo per creare una fondazione per rifinanziare il politecnico, come già è successo al Politecnico di Milano.

In ognuno di questi casi, non c’è alternativa: o lavori per loro o sei fuori. Ma questo è incompatibile con chi vive i luoghi della formazione, con chi vuole studiare e non ha interessi nella guerra. Lottare contro la guerra nei contesti formativi, allora, significa sì sospendere gli accordi di guerra, ma anche rompere le logiche burocratiche, economiche, amministrative che trasformano questi luoghi in una fabbrica di guerra.

2.2. DISCIPLINAMENTO, ARRUOLAMENTO e MILITARIZZAZIONE

L’autoritarismo delle dirigenze come conseguenza di una frattura non ricucibile

È sempre più chiaro ed evidente un piano esplicito di militarizzazione e disciplinamento di tutti gli spazi formativi: un modello scolastico e universitario con gerarchie decisionali verticali e figure dirigenti sempre più autoritarie nell’utilizzo dei propri poteri. Sempre di più gli interessi delle governance si svelano come incompatibili con quelli di chi sta sotto, non importa se siano docenti, studentə, lavoratorə di cura. Vediamo esplicitamente governance allineate con le questure, le indicazioni governative e le industrie belliche. L’autoritarismo delle governance è un termometro della sempre crescente distanza che esiste tra chi amministra e chi, nei contesti formativi, ricerca opzioni reali di pace. Lo vediamo negli esempi di Torino, dove la governance ha chiuso l’accesso ai poli universitari a tutta la comunità accademica pur di non dare spazio alle mobilitazioni, ma anche a Pisa dove le docenti hanno subito ispezioni e sanzioni ministeriali per aver invitato Francesca Albanese. È necessario, in questo momento, ridurre al minimo lo spazio di agibilità e di libertà che all’interno dei contesti formativi si ha, per produrre soggetti funzionali all’escalation di guerra. Lo vediamo nelle scuole, nel tentativo di irrigidimento dei ruoli, là dove gli studenti e le studentesse devono essere educati all’obbedienza, lə docenti sempre più devono essere educate al controllo, alla punizione e la prevenzione di ogni ingerenza.

La frattura negli interessi separa sempre più le dirigenze da tutte le diverse soggettività della formazione, anche nelle loro gerarchie: lo mostra la crescente partecipazione di docenti, sia nelle scuole che nelle università, alle mobilitazioni e la ricerca di una ricomposizione con i corpi studenteschi. Ne è un esempio Torino, dove lə docenti hanno lanciato un’assemblea contro l’autoritarismo, a cui hanno partecipato 200 persone con differenti ruoli all’interno dell’università.

In risposta a questa frattura vediamo amplificarsi gli strumenti di controllo, come richiami disciplinari, chiusura degli spazi, criminalizzazione e, con le nuove indicazioni nazionali per il primo ciclo, si aumenta il controllo e disciplinamento anche sullə studenti più piccole.

L’arruolamento è quotidiano

Sono mille le forme che prende il disciplinamento: lezioni lontane dagli interessi reali, una burocrazia infinita che intralcia ogni piccolo passaggio, mancanza di spazi fisici e relazionali per discutere e confrontarsi, un apparente divieto di portare all’interno dell’aula ciò che accade fuori: tutti dispositivi utili a impoverire i processi formativi. Vediamo il venire meno di una formazione effettiva del pensiero critico e un tentativo di distorsione della realtà, per produrre un arruolamento sempre più normalizzato: Ne sono un esempio i PCTO, dove all’ordine del giorno sono le partecipazioni di esponenti della forze armate e forze dell’ordine. Si prova ad inserire artificialmente sentimenti nazionalisti, riducendo la formazione a uno spazio di legittimazione della retorica della guerra.

Ma l’arruolamento è su tanti anelli della filiera della guerra. Si dà nella partecipazione a bandi, progetti, PCTO che ci vengono proposti come uniche possibilità progettuali. Si dà negli studi scientifici iper-settorializzati, in cui non è possibile neanche rendersi conto se si sta progettando componenti di armamenti. Si dà nei ritmi di vita imposti, in cui non c’è spazio per pensare oltre il piano di studi, oltre la scansione temporale dettata da esami, cfu, tirocini: ritmi che già adesso, senza che ci sia bisogno di indossare una divisa, uccidono. Disarmante e in drammatico aumento è il tasso di suicidi in Italia, con una marcata crescita per la popolazione in età universitaria.

L’arruolamento si dà in un dispositivo di controllo sistematico delle vite, in cui ognunə assume un ruolo diverso. Non lascia un’alternativa. Allora noi dobbiamo essere il problema. Dobbiamo identificare con chiarezza gli elementi che ci schiacciano nell’isolamento e nella resistenza passiva e sviluppare linee strategiche di organizzazione comune.

2.3. FORME DI UNIONE, ORGANIZZAZIONE E INCHIESTA POSSIBILI

Stimoli, proposte e pratiche che sono uscite dalla discussione precedente:

  • La differenza di ruoli sociali e collocazioni all’interno degli spazi della formazione, non sono un ostacolo ma una possibilità di trovare nella lotta terreno comune. Per guardare alle differenze, ma con una crescita continua, una prima lotta è quella contro il ruolo che ci viene imposto, che sia studente o docente. Deve essere fatto un lavoro di base e dal basso, che passi dal rimettere insieme i diversi pezzi che animano le università e le scuole, in modo che la prospettiva politica sia di ogni persona che attraversa i contesti formativi.
  • Per organizzarci nel sabotare e disertare la macchina della guerra, una possibilità è cercare di costruire un’attivazione a partire dai singoli dipartimenti o scuole che viviamo, per capire i bisogni che nascono sulla volontà di uno studio diverso, la necessità di spazi di discussione, fino alla volontà di riconvertire ciò che studiamo non per la guerra ma per la società e il territorio; Non solo per far emergere i disagi di chi subisce lo smantellamento dei contesti formativi, ma anche i desideri di una vita diversa da quella che ci propongono.
    Per esempio a Pisa, è partita un’attivazione nel dipartimento di ingegneria: da banchini, questionari e conversazioni per rintracciare i bisogni e le contraddizioni che le studenti vivono, possiamo cambiare idea, fermarci, riflettere sulle conseguenza e questo per chi fa la guerra è estremamente pericoloso. Per questo si costruiranno delle grandi “giornate contro la guerra” in diversi dipartimenti con modalità, attività e linguaggi diversi, che parlino a diversi bisogni.
  • È necessario costruire forme di organizzazione sempre più capillari, a partire da singoli corsi o classi. Uno strumento per favorire questo processo è fare inchiesta, cercando di conoscere le necessità e i bisogni reali di chi vive i luoghi della formazione. Tramite assemblee di dipartimento, di classe, di scuola possiamo ripartire dal basso, dal riconoscersi negli stessi desideri di formazione, di vita e nei problemi che si vivono ogni giorno. Da qui possiamo organizzarci insieme e continuare a tematizzare cosa la guerra ci toglie e cosa invece possiamo riconquistarci, anche in termini di spazi e tempi. Le mobilitazioni di questo autunno sono state un esempio di quello che si può fare: lotte, blocchi, occupazioni con specificità diverse nelle rivendicazioni a seconda del contesto e dei bisogni, unite tutte dalla lotta per la Palestina. Si è generata una connessione diretta tra le nostre condizioni di vita e la lotta per la Palestina. Per esempio a Torino l’assemblea studentesca è riuscita ad essere il punto di riferimento per chi nelle scuole si voleva organizzare, anche oltre le singole giornate degli scioperi generali, per costruire delle forme permanenti di discussione e critica alla militarizzazione, all’arruolamento e al disciplinamento del sistema scolastico.
  • Un altro strumento utile è la costruzione di momenti di autoformazione, per riappropriarci di un sapere che ci viene negato, per sviluppare una lettura sempre più profonda della macchina della guerra e costruire delle prospettive di diserzione.

Organizzarsi nelle scuole e università significa costruire un piano, costruire il nostro ritmo, la nostra condivisione e il nostro respiro, non agire solo sull’onda o sull’emergenza, ma rafforzare e costruire nel quotidiano ciò che ci dà la forza di produrre momenti concreti di diserzione.

Anche per questo ci interroghiamo su quali sono il legami comunitari da potenziare e rafforzare, contro l’isolamento e il nichilismo che aprono la strada al fascismo, alla violenza orizzontale, alla separazione e all’arruolamento. Organizzarsi su questi aspetti, quindi significa anche togliere il terreno sotto ai piedi al nemico, ai suoi piani di guerra e di formazione di una mentalità patriarcale e autoritaria nella società.

Oggi ogni rallentamento, rifiuto o conflitto collettivo ha un impatto immediato sul funzionamento quotidiano della fabbrica della guerra, perché non c’è possibilità di conciliazione.

FINE PRIMA PARTE

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