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Gli autonomi si scatenano a Trino

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“Autonomi si scatenano a Trino” fu il titolo della pagina che “La Stampa” dell’11 ottobre 1986 dedicò all’assalto del giorno precedente al cantiere della centrale nucleare di Trino vercellese. A rileggerlo oggi, il 10 ottobre 1986 continua a rappresentare una tappa fondamentale del movimento antinucleare, e più in generale di tutto il movimento antagonista italiano. Si era nel pieno degli anni ottanta, gli anni dell’edonismo, della “Milano da bere” e del rilancio economico; sulla parte antagonista era invece ancora percepibile il vento freddo del riflusso, la sconfitta operaia, il disimpegno delle masse proletarie. Diverse migliaia i compagni ancora in galera. In un momento storico per i movimenti difficilissimo, la lotta contro il nucleare fu dunque il terreno sul quale si formarono nuove generazioni di compagni, che presero in mano l’eredità del movimento del 77 e le istanze dell’autonomia operaia e seppero proiettarle nel futuro.

Il 10 ottobre 1986 vennero organizzate in contemporanea in diverse località italiane delle marce antinucleari, che avevano come obiettivo il blocco dei lavori all’interno dei vari cantieri. A Trino vercellese ci fu il salto di qualità. Una parte consistente dei manifestanti non si accontentò del semplice blocco, ma entrò direttamente nel cantiere, occupandolo. Ruspe e altri macchinari furono danneggiati e messi fuori uso. I danni furono calcolati in 500 milioni di lire di allora. Il movimento aveva dato un segnale preciso: non erano più sufficienti l’azione simbolica, il gioco della mediazione, la semplice testimonianza. Occorreva agire direttamente, impedendo nei fatti il proseguimento dei lavori. Il governo e tutti quanti avevano interessi nell’affare nucleare dovevano sapere che se avessero continuato coi loro propositi avrebbero dovuto fare i conti con un’opposizione sociale sempre più consapevole e determinata. E questo nonostante l’opera di “pompieraggio” svolta dalle componenti istituzionali del movimento, che –  ieri come oggi – fecero di tutto per riassorbire all’interno di percorsi di delega e rappresentanza le spinte di cambiamento e trasformazione che provenivano dalle lotte.  Di seguito riportiamo alcuni stralci di documenti dell’epoca, pubblicati come supplemento alla rivista Rosso Vivo, n. 6. Inoltre, pubblichiamo la scansione delle foto originali dell’epoca, a suo tempo causa di diversi ordini di perquisizione nei confronti di alcuni compagni e di alcune sedi di collettivi politici dell’autonomia.

Il filo rosso di una stagione di lotta

10 maggio a Roma. Un corteo di 100.000 persone attraversa le strade di Roma […]

11 maggio a Trino. Una grande manifestazione di 30.000 persone da Casale a Trino contro la costruenda centrale nucleare […]

1 giugno a Cavarzere (Venezia). Manifestazione regionale contro il nucleare. 5000 partecipanti.

11 luglio. Blocco a Caorso (PC). 200 compagni attuano il blocco degli ingressi della centrale in funzione da 2000 Mw […]

5-20 luglio. Campeggio di lotta contro il Pec di Brasimone […] (svariate iniziative antinucleari si tennero durante il campeggio)

28 luglio – 4 agosto. Campeggio antiNato a Maniago […] (fra le iniziative il 2 agosto il corteo ad Aviano con sassaiole contro strutture Nato)

2-10 agosto. Campeggio antinucleare a Montalto di Castro. Al cui interno viene organizzato: 6 agosto, 5000 compagni bloccano l’ingresso della costruenda centrale da 2000 Mw  […]

25 settembre. Blocco dei lavori a Trino vercellese […]

10 ottobre. Blocco dei lavori a Montalto, a Trino, a Latina al Pec di Brasimone […]

Contro l’energia padrona

In questi ultimi mesi, nel cosiddetto “dopo-Chernobyl”, le lotte del movimento antinucleare, a livello nazionale ma anche qui, nel Piemonte, hanno avuto una vigorosa ripresa. I blocchi del 25 settembre e del 10 ottobre hanno dimostrato che una fase nuova si è aperta, quella dell’azione diretta di massa, puntuale, compatta e militante.

Per anni il ceto politico presente all’interno del movimento antinucleare piemontese ha svolto un ruolo di freno per l’iniziativa antinucleare. Forme di mediazione più o meno istituzionali si sono incrociate con marce domenicali, anche grandiose (30 mila persone il 10 maggio alla Casale-Trino), ma che ben poco avevano da esprimere dal punto di vista della lotta reale.

Per troppo tempo questo ceto politico, verdi, DP e affini vari, si sono barcamenati dentro a un metodo di lavoro che tendeva a rappresentare le lotte come elemento simbolico, come forma di pressione da utilizzare dai vari partitini per la propria azione parlamentare, e coccolandosi PCI e sindacato.

La componente di classe, tesa a ricostruire un tessuto collettivo di lotta a Torino, ha ribattuto in tutte le occasioni di lotta, dando battaglia politica alle manovre riformiste e indicando il terreno sul quale un movimento reale, non d’opinione, si deve misurare.

In occasione della “marcia” del 10/5 più di mille compagni uscirono dalla sfilata e si recarono di fronte alla centrale in funzione “E. Fermi”, indicando chiaramente che quello di andare in massa di fronte alle centrali era la strada su cui il movimento antinucleare doveva incamminarsi.[…]

Per noi il piano nucleare non è nè la maledizione di belzebù, nè una delle malefatte dell’uomo, bensì una scelta precisa che stato e padroni fanno. […]

Per questo interpretiamo la lotta al nucleare come la lotta all’energia padrona. Cioè di una lotta che partendo dalla critica del ciclo nucleare, quali la nocività, la pericolosità, la militarizzazione, sia in grado di generalizzarsi per mettere sotto accusa il maggior produttore di nocività: sia esso il capitalismo o il “socialismo” sovietico… […]

Trino 10/10 – Note in merito a…

Sulla giornata di lotta del  10 ottobre, che ha visto praticato a Trino, oltre al blocco dei lavori, l’occupazione di massa del cantiere nucleare e la conseguente messa fuori uso di strumenti e macchinari del cantiere, alcuni burocrati di partito (lingue biforcute) hanno posto una serie di obiezioni. “Lingue biforcute che cercano, in ogni occasione, di ridimensionare l’agire politico dell’autonomia operaia e proletaria coi soliti metodi stravaganti, che si caratterizzano con un notevole astio per tutti coloro, “orrore”, che non si adeguano ai “nuovi valori” imperanti, verdi o riformisti che siano, fatte di una serie di dogmi della non violenza che coincidono, sovente e stranamente, con la legalità borghese.

Quello che ci dà fastidio è  che questi “non-violenti” non sono quelli “lineari”, quelli dei training autogeni, ma bensì noti trasformisti della politica, che dopo una lunga e travagliata navigazione, magari chiudendo qualche scheletro nell’armadio, hanno raggiunto ben più tranquille sponde e ben più robusti scranni.

Alcuni ci hanno detto: “i tempi non sono maturi, il movimento non è maturo, non è ancora pronto”.

Ma quando lo sarà? […]

Il metro di misura su cui ci si muove è fondato sui rapporti di forza e sulla crescita che il movimento si dà, e non certo sul dilemma “violenza e non violenza” o su un presunto galateo non violento. Un movimento di lotta reale, non può essere rinchiuso dentro schemi preordinati sulle proprie forme di lotta, che vengono decise e calate dall’alto, altrimenti ci si muove dentro un’ottica ben misera di un movimento modellato a proprio uso e consumo, incapace di autodeterminare i propri percorsi di lotta. Ogni tentativo di “incanalare” dentro i propri parametri paraistituzionali le forme e i passaggi di lotta da praticare non riuscirà. I blocchi dei lavori a Leri Cavour del 25 settembre e del 10 ottobre, l’occupazione del cantiere nucleare, la presenza “vivace” a Trino, la pratica dell’obiettivo lo dimostrano e sono il dato politico che bisogna sviluppare ulteriormente. Su tutto ciò è necessario costruire lotta, dibattito e organizzazione autonoma. […]

L’articolo in pdf dall’archivio de La Stampa

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