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Salvador Puig Antich- l’ultima garrota

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Anche Salvador aveva un sogno, si chiamava MIL, il Movimiento Ibèrico de Liberación. Nato in Catalogna, Salvador parlava e scriveva in catalano quando questo era considerato un atto sovversivo.

Parlare spagnolo!”, urla il secondino a lui e alle sorelle che s’incontrano in carcere. L’unità del Paese voluta dal tiranno passava anche per la lingua.

Siamo nel 1974, il generalissimo Franco è ormai agli sgoccioli. Morirà nel ’75, solo la morte dopo 40 anni di potere assoluto lo tolse di mezzo, eppure il suo regime rimase vivo e vegeto fino alla fine, e la garrota non esitò a fare la sua ultima vittima, Salvador Puig Antic, studente di 26 anni legato al gruppo anarco-marxista che con i compagni francesi organizzava rapine in banca per finanziare la lotta armata e aiutare scioperanti ed operai detenuti.

Catturato in un conflitto a fuoco nel quadro di una forte offensiva scatenata dal regime contro gli oppositori con il ritorno alla repressione dei primi decenni del franchismo, la morte di un gendarme della Guardia Civil aggravò la sua posizione senza che peraltro ci fossero prove della sua colpevolezza.

Il successivo attentato dell’ETA in cui morì Carrero Blanco, delfino di Franco e suo successore in pectore, segnò il suo destino. C’era bisogno di un capro espiatorio e lui era perfetto per questa parte.

Il processo farsa che seguì, con sei tra generali e colonnelli che entravano in udienza poggiando le loro sciabole sul banco dei giudici, lo portò alla condanna capitale con la garrota, uno dei mezzi più orribili inventati dall’uomo per uccidere l’altro (nelle acqueforti di Goya, Los desastres de la guerra, è ben visibile)

Proteste e interventi in tutta Europa di cittadini e governanti, compreso il Papa Paolo VI, non valsero a nulla, l’anello di ferro posto attorno al collo  e progressivamente stretto sul dietro con una manovella fece il suo lavoro con il boia che, pare, fosse perfino ubriaco e non perfettamente efficiente (non nel film, dove dimostra solo di aver fretta di sbrigarsi per andarsene a casa).

Una didascalia c’informa all’inizio del film:

Durante gli ultimi anni della dittatura del generale Franco la Spagna conobbe un’escalation senza precedenti di conflitti sociali. La repressione operata dal regime produsse migliaia di prigionieri politici e causò la morte di decine di studenti e lavoratori. Questo film è basato sulla storia vera di uno di questi giovani che, in un’epoca e in un paese messi in ginocchio, osò vivere senza paura.

 La voce fuori campo di una delle quattro sorelle di Salvador arriva in chiusura:

Credo che alla fine Salvador stia ottenendo quello che voleva perché stanno succedendo molte cose. Se non altro sta crescendo la coscienza politica in questo maledetto paese. E’ già tanto.”

Fra questi due momenti si snoda un film che forse non è perfetto in tutte le sue parti per qualche lentezza nella sceneggiatura della prima parte e un tasto emozionale a volte piuttosto marcato nella seconda, ma è ben poca cosa di fronte al valore documentario dell’opera e all’impatto visivo ed emotivo che la lunga sequenza finale, quella della garrota, impone a chi guarda.

Si vorrebbe girare lo sguardo altrove, ma non si può, si farebbe torto alla verità, e Manuel Herga non permette che una morte simile diventi un fatto di cronaca che metabolizziamo cambiando canale.

Girato nel 2006, quando la famiglia di Salvador era ancora in attesa della revisione del processo, divide la vicenda in due parti nette: la militanza politica, i sogni giovanili, gli amori, lo sviluppo della lotta armata e della clandestinità nella prima parte, con le dimostrazioni di piazza e le botte della polizia, sezione concitata, caotica, quasi “gangsteristica” negli assalti alle banche, in uno stile tra Robin Hood e l’esproprio proletario di sessantottesca memoria, dolorosamente claustrofobica la seconda, chiusa fra le mura del carcere fino alla scena dell’esecuzione.

Vecchi militanti del MIL, compagni di Salvador, hanno espresso forti riserve sul film, giudicandolo povero di contenuto politico e accusandolo di non aver dato rilievo adeguatamente negativo ad alcune figure chiave del regime franchista presenti nel copione.

Certo la realtà vista dai loro occhi e vissuta in prima persona è stata altra cosa da quella messa in scena, ma Salvador 26 anni contro resta un film di grande crudezza, dal ritmo molto ben calibrato nel rendere la progressione inesorabile verso la morte, violento e freddo nel negare ogni illusione, ogni apertura alla pietà.

L’aria che si respira è costantemente tesa, il bisogno di quei giovani di cambiar vita è palpabile, una generazione nata sotto una dittatura che sembrava eterna disse “Basta, non se ne può più” e lasciò studi, casa, famiglia, entrando in clandestinità e finendo così in un buco nero per il suo bisogno di libertà.

A Barcellona, il mattino del 2 marzo 1974, Salvador Puig Antigua fu giustiziato mediante garrota. Aveva 26 anni.

Questa è la storia, persa nel tempo. Quanti la conoscono e quanti ricordano quel nome?

Il bravo Daniel Brühl si cala nel personaggio con naturalezza e grande umanità, dando a Salvador quel mix di idealismo, coraggio e fragilità che ne fanno una figura fraterna, un amico, il compagno che in migliaia piansero per le strade di Barcellona portando rose rosse al suo funerale.

Quaranta anni da allora, 26 anni contro.

Sta crescendo la coscienza politica in questo maledetto paese … “ .

Salvador non è vissuto abbastanza per saperlo, ma è importante non dimenticare il suo coraggio e la sua innocenza, anche se solo con un film.

Fonte: http://www.paoladigiuseppe.it/

Guarda “Puig Antich: 50 ANYS de l’última execució del garrot vil | betevé“:

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