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“Potere Operaio”: il partito dell’insurrezione

18 settembre 1969

II primo numero di «Potere operaio» settimanale esce, alla vigilia dei rinnovi contrattuali, il 18 settembre 1969. Direttore responsabile è Francesco Tolin, collaborano alla redazione fra gli altri: Nanni Balestrini, Lapo Berti, Guido Bianchini, Michelangelo Caponetto, Pino Adriano, Bruno Brezzo, «Biffo», Sergio Bologna, Giairo Daghini, Alisa Dal Rè, Luciano Ferrari Bravo, Alberto Forni, Mario Galzigna, Ferruccio Gambino, Roberto Giuliani, Claudio Greppi, Stefano Lepri, Alberto Magnaghi, Libero Maesano, Bruno Massa, Toni Negri, Lanfranco Pace, Calogero Palermo, Paolo Patrizi, Franco Piperno, Paolo Pomperi. Luigi Rosati, Oreste Scalzone, Alessandro Serafini, Toni Verità, Emilio Vesce, Lauso Zagato. Nei primi 11 numeri, fino alle condanne di Tolin, la rivista indica i nomi dei redattori. Dopo l’arresto di Tolin, per un paio di numeri, viene indicata come direttore responsabile Letizia Paolozzi sostituita poi da Emilio Vesce.

L’editoriale, Da «La classe» a «Potere operaio», ricostruisce le ragioni della scelta compiuta. Affermata una continuità con le passate esperienze, sottolinea la volontà di aprire una nuova fase rispetto al discorso portato avanti da «La classe», una necessità non astratta ma provocata «dal livello delle lotte e in primo luogo dalle urgenze d’organizzazione». Dopo la battaglia di corso Traiano e con il convegno delle avanguardie operaie del luglio a Torino, si è chiuso un ciclo: ormai la scadenza contrattuale impone iniziative «organizzative più incisive», pena il soffocamento dell’autonomia operaia. Polemizzando con ogni residuo di economicismo, «Potere operaio» scrive: «Diciamo chiaramente: Agnelli ha scoperto i limiti della lotta continua, del blocco della produzione, benché questa prospettiva lo terrorizzi al punto di fargli perdere la testa». Ormai tra operai, sindacati e padrone lo «scontro è politico» e chiama in causa direttamente l’assetto del potere. «L’organizzazione della lotta continua» è un dato irreversibile dell’iniziativa della classe operaia, la questione è «andare oltre la gestione operaia della lotta di fabbrica, oltre l’organizzazione dell’autonomia per impostare una direzione operaia». 

Il dibattito a Torino ha decretato la fine di ogni pretesa autonomia del movimento studentesco come specifica organizzazione articolata in varie tendenze (operaista, marxista-leninista, anarchica). Rimane il problema di «assicurare nei fatti l’egemonia della lotta operaia sulla lotta studentesca e proletaria». Di ciò Potere operaio intende farsi carico non come parte delle assemblee operai-studenti o come espressione dei comitati di base ma come autonomo soggetto di direzione. Il giornale, dunque, non può essere un semplice bollettino di informazioni, attraverso cui coordinare le varie realtà d’intervento e unificare gli obiettivi delle singole lotte, bensì lo strumento che imposta strategicamente la «direzione operaia», si pone al servizio di una precisa linea, orienta i militanti del gruppo e la loro condotta, un vero e proprio organo di partito.

Le strategie del «rifiuto» unificano le lotte dell ‘università e le lotte di fabbrica. Negazione della scuola e rifiuto del lavoro sono aspetti complementari di un medesimo attacco al sistema capitalistico e al suo ordine. Nella fabbrica i lavoratori sono totalmente indifferenti ai processi produttivi e alla trasformazione sociale. Solo l’organizzazione soggettiva del «rifiuto» corrisponde alla coscienza operaia: il rifiuto del lavoro è la condizione fondamentale per unificare le lotte nel paese, nel Nord come nel Sud, e in tutta l’Europa capitalistica. Dall’organizzazione del rifiuto del lavoro ali’organizzazione politica operaia, in ciò consiste il salto di qualità che si vuole compiere: «Non abbiamo mai proceduto per alternative: ieri il problema era quello della lotta continua oggi il problema è quello della lotta continua organizzata; ieri il problema era quello dell organizzazione della singola lotta, oggi il problema è quello dell’organizzazione permanente, comunicata, coordinata della lotta. Dalla lotta operaia alla programmazione della continuità della lotta sul terreno sociale sotto l’egemonia e la guida delle avanguardie operaie: questo è il nostro obiettivo, questa è la nostra urgenza» “.

Produttività ed efficienza sono regole che vanno fatte saltare, sono questioni che interessano i padroni, i capitalisti e lo Stato, non la classe operaia che, nella sua lotta contro il capitale, al contrario, vuole e deve distruggere le regole del lavoro. È in questa prospettiva che occorre realizzare una «generale dirczione operaia nella lotta anticapitalista e antimperialistica», capace di comporre tutte le lotte contro il capitalismo e affermare il comunismo non come progetto finale, da guardarsi nella logica del futuro, ma addirittura come «programma minimo».

Quello che si vuole far emergere è una nuova soggettività critica, quella dell’operaio-massa che con il suo rifiuto all’intero sistema, si fa soggetto del non più rinviabile scontro con lo Stato: «II rifiuto del lavoro è la scoperta della possibilità della costruzione di una società in cui la libera collettività operaia saprà produrre quanto serve alla vita, quanto serve a soddisfare i bisogni fondamentali, fuori dalle regole della produttività. Il rifiuto del lavoro è rifiuto, insieme, del capitalismo e del socialismo, come forme di produzione che si fondano sulla estrazione sociale del profitto. Rifiuto del lavoro è insieme lotta contro lo Stato e contro il lavoro. La conquista del potere non può semplicemente significare per i comunisti, oggi, dittatura per l’estinzione dello Stato: se lo Stato è organizzatore del lavoro, la conquista del potere sarà dittatura di classe per l’estinzione del Stato del lavoro». 

La rilettura del Marx dei Grundrisse si incontra con spezzoni teorici marcusiani. Al proletariato non è assegnato nessun compito propositivo, nessun progetto di nuovo ordine sociale:

il sostanziale pessimismo nei confronti dalla classe operaia che pervade il gruppo non lo consente. Unico fine: l’utopica liberazione dalla divisione del lavoro e dai meccanismi produttivi. Nemico principale è lo Stato, quello del sistema capitalistico come quello del sistema socialista, in quanto entrambi sono «organizzatori del lavoro». Il comunismo, il «programma minimo», è la lotta contro lo Stato del lavoro. In tutta Europa è questo il filo rosso che unifica le lotte operaie e sociali.

Riaggiornando la propria identità operaista il gruppo rivisita un leninismo che, nella stretta organizzativa, assume tratti di forte centralismo. I nuclei operanti alla Fiat, a Porto Marghera, alla Farmitalia, all’Alfa Romeo, alla Fatme, a Pomezia decidono la convocazione della prima conferenza operaia: il convegno di coordinamento delle avanguardie operaie, che si svolge a Firenze il 12 ottobre 1969. Il documento conclusivo lancia la proposta di un coordinamento nazionale. Non si vogliono ripetere gli errori del movimento studentesco, il livello dello scontro e l’estensione delle lotte impongono non solo autonomia ma anche disciplina. Centralizzarsi, però, non significa acquisire la forma-partito tradizionalmente intesa, significa garantire un’unità di direzione senza ripercorrere le strade del monolitismo e del verticismo burocratico, senza chiudere al movimento reale di lotta. Propositi difficili che porteranno allo sviluppo del corpo stesso di Potere operaio che porteranno alla nascita dell’Autonomia Operaia.

Guarda “Inno di Potere Operaio”:


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