
Radio Black Out
1 maggio 1992-1999
Guido faceva parte della redazione della radio fin dalle origini e ha lavorato con altri alla stesura del progetto. Si occupava in particolare di informazione e formazione. Era impegnato nel Centro Sociale dei Murazzi e nel Centro di documentazione “Senza Pazienza“, che aveva sede in via Sant’Anselmo, al piano inferiore nello stesso edificio della radio. Quello che presentiamo è un riassunto di un’intervista/articolo su “La Terra” di Giorgio Morbello.
Ci incontriamo nella sala del Centro di documentazione, essenziale, fornita di telefono, fax, computer collegato all’Ecn, la rete telematica antagonista. Sugli scaffali opuscoli, libri, riviste e pubblicazioni della Casa editrice del Centro, “Velleità Alternative”.
“Per prima cosa – esordisce Guido – vorrei precisare che parlo a titolo personale perché la radio, intesa come organo, ha scelto di non rilasciare interviste. Questo perché la redazione non è omogenea e diversi sono i punti di vista.
Premessa alla nascita della radio è un seminario coordinato dal prof. Alquanto, docente di sociologia industriale a Palazzo Nuovo, presso la facoltà di scienze politiche. L’epoca era quella immediatamente successiva al movimento della Pantera, e al seminario partecipavano compagni/e che avevano preso parte a quella esperienza e altri che comunque ruotavano nell’orbita dell’autonomia. Emersero due grossi nodi, tuttora irrisolti, come fondamento della trasformazione sociale: la comunicazione e la formazione.
Su queste categorie il nucleo originario che ha dato vita alla radio penso di porre un presupposto per il proprio progetto. L’altro presupposto deriva da una analisi interna al Centro Sociale dei Murazzi che verificava l’inadeguatezza dell’azione politica e sociale del Centro, e in generale del movimento dei Csa.
L’idea di una radio veniva perciò intesa come superamento di questo stallo in direzione di un confronto con il contesto sociale, con realtà che non fossero solo quelle “nostre”.
Nella prima fase della sua storia, all’incirca per un anno, un anno e mezzo, la radio pare funzionare bene. Diventa punto di riferimento per singoli e micro-gruppi, attirati dalla novità di un “media” accessibile, aperto, che parla un linguaggio diverso. Dopo gli entusiasmi dell’inizio, sono però emerse alcune contraddizioni, si trattava di operare scelte di fondo. “Sorgono problemi di carattere gestionale, continua Guido, si prospetta la necessità di pensare se è quale ruolo politico debba avere la radio.
Mettere in pratica i presupposti della comunicazione e della formazione da cui eravamo partiti si è rivelato più difficile di quello che pensavamo e sotto questo punto di vista il mio personale bilancio non è positivo, soprattutto se si intende la radio come momento di trasformazione e non solo di riproposizione dell’esistente. Oggi la radio non fa altro che riproporre il bene e il male di quello che già c’è e non riesce a incidere nel tessuto sociale come vorremmo che facesse. Queste mancanze le vedo soprattutto per quanto riguarda la formazione, punto qualificante di questo progetto di comunicazione. Mi rendo benissimo conto che non è facile realizzare proposte formative via radio. Chi formare? Su che contenuti operare? Domande lapalissiane, ineludibili. I mass-media fanno formazione di massa che, più o meno consapevolmente è funzionale a questo tipo di società. Una radio antagonista dovrebbe fare una formazione in grado di favorire la nascita di movimenti, di evidenziare conflitti, di stimolare trasformazione, con un’attenzione puntuale al contesto con cui si va a interagire. Il momento formativo è stato proprio quello più carente. La mia idea di radio vede tante diverse capacità e competenze che lavorano a un progetto comune, mentre mi pare che oggi ci sia disorganizzazione, tutti fanno tutto e il progetto di fondo non è assolutamente esplicito e condiviso. In queste condizioni è evidente che sia proprio il progetto formativo quello che più è stato penalizzato. La radio che nell’entusiasmo degli inizi era laboratorio e sperimentazione, si è via via ‘sedimentata’ lasciando spazio a un gruppo che “fa la radio”, ma che ha finito anche con il chiudersi un po’ su sé stesso.
La radio ha giocato un ruolo importante anche nei confronti dei ragazzi/e che ci “lavorano”. Molti di loro, tutti volontari, hanno trovato in questo impegno un senso forte di identità. Se negli anni ’60 possedere una motocicletta voleva dire libertà, ma anche privilegio, si può dire che la radio ricopra un po’ la stessa funzione sociale. Il gioco del programmare musica, l’entrare nelle case, essere tra i pochi che sanno operare con gli strumenti di trasmissione rappresenta uno status forte.
Radio Black Out ha anche una capacità di richiamo a livello cittadino. All’ultima festa organizzata si sono contate circa 15.000 persone in quattro persone. “Il rischio è che la diversità che noi perseguiamo alla fine si giochi sull’esteriorità, sul linguaggio, su una trasgressione ‘povera, che può essere riassorbito dal sistema dominante. Non serve al mantenimento dei meccanismi attuali della società una cultura monolitica, omogenea, ma anzi e utile che il senso di ribellione dei giovani si esprima nel modo di vestire, nei locali che si frequentano, nella musica che si ascolta. Il salto di qualità è passare dalla trasgressione formale alla costruzione di diversità. Anche nei concerti dei Centri sociali, ai quali talvolta partecipano tantissime persone, il meccanismo della comunicazione non è poi così diverso da quello che avviene nei circuiti dello show-business, non si crea aggregazione, ma forse, passa solo qualche messaggio che il gruppo o la posse riesce a trasmettere. Il livello di consapevolezza di chi ascolta rimane in ogni caso basso. E per questo che attualmente il dibattito tra noi verte sul passaggio da una radio dei Centri sociali, a una radio che si rivolge al sociale, per ritornare al progetto iniziale. Questo non è però solo un problema della radio. Anche chi opera nel sociale, a mio giudizio, fatica a rendersi conto del ruolo che può giocare, del potere di trasformazione che ha, rischiando così di ripiegarsi sul quotidiano. Ci sono educatori bravi dal punto di vista professionale, ma che non riconoscono la prospettiva più ampia del contesto in cui stanno agendo. Coinvolgere gli operatori del sociale, significa anche andarli a stanare, invitarli a esprimersi, costruire con lo strumento radio una rete di rapporti, compiti che io penso propri di chi voglia fare il redattore in questa emittente.
Radio Black Out nasce su iniziativa del Centro Sociale dei Murazzi che aveva impegnato molte energie in questo progetto. Subito furono coinvolti anche gli altri Centro Sociali o case occupate delle città e i ragazzi che attorno a essi ruotavano. Problemi di coordinamento e di gestione erano e sono all’ordine del giorno. “Io la vedrei come un’orchestra in cui ognuno suona uno strumento diverso. La sinfonia però è la medesima. Oggi a Radio Black Out non è così. Essere aperti a tutti ha anche voluto dire mettere insieme le due anime forse inconciliabili cioè, semplificando, quella anarchica e quella comunista. In realtà oggi si è perso gran parte del peso ideologico di sapore ottocentesco in questo confronto. Gli anarchici che fanno riferimento a El Paso, Barocchio e Prinz Eugen, sentono più forte il senso della trasgressione, della provocazione e in una certa forma si autoghettizzano. Il Gabrio e i Murazzi, pur con differenze tra loro, sono invece i due centri sociali che risentono di più della tradizione comunista.
All’interno della radio c’è anche uno scontro più o meno palese tra chi privilegia l’aspetto ricreativo-culturale e quanti pongono come punto forte l’azione sociale. È chiaro che tre anni sono pochi, la sedimentazione delle idee, delle capacità, delle proposte è probabilmente a un livello ancora troppo basso per progetti più ambiziosi. Inoltre, a differenza di quanto avviene in altre emittenti, anche simili alla nostra, nelle quali c’è un coordinamento che assegna i lavori e traccia le linee guida, da noi il processo decisionale è di tipo assembleare. Ci si riunisce una volta a settimana e di fatto si decide ben poco, se non le questioni piú tecniche e gestionali: bollette, organizzazione di concerti.
Dei 100 operatori della radio circa 60 fanno i programmi musicali, ciascuno nella piena libertà di mandare in onda la musica che più gli piace. Non è infrequente che le più diverse tendenze musicali trovino spazio nel giro di un pomeriggio, magari con conduttori assai critici nei confronti di stili musicali che sono stati programmati poco prima. Il risultato è un po’ confuso, certo non manca di stupire chi ascolta……. I 40 redattori sono quelli che materialmente si occupano della radio, del reperimento fondi, della manutenzione, anche se la realtà il loro compito avrebbe dovuto essere di carattere progettuale. Sul lato dell’informazione ci sono due notiziari quotidiani, essenzialmente rassegne-stampa, alle 8 e alle 9 del mattino, un notiziario flash alle 11, e uno più ampio alle 12.30. Spazi informativi sono dati in autogestione a gruppi e collettivi. Sono stati affrontati temi importanti, come i problemi dei malati psichiatrici, nella trasmissione che si intitolava “Non solo Neuro”, la comunicazione, la multiculturalità… Una o due volte a settimana un’intera mattina è dedicata ad approfondimenti all’attualità: le pensioni, la manovra economica, le lotte sociali. Sono stati contattati telefonicamente economisti, esponenti del sindacato, giornalisti e quanti possono dare un contributo alla comprensione e alla discussione. Aprirsi al sociale non vuol dire solamente che la radio debba raccogliere e rilanciare testimonianze e esperienze, significa anche mettersi in relazione con quanti fanno la ricerca sociale e sono in grado di produrre saperi e conoscenze specifiche su come funziona la società. L’università a questo proposito è ricca di competenze, ma anche di persone, docenti, ricercatori, studenti, disponibili a condividere, totalmente o in parte, il nostro progetto. Il Centro di documentazione “Senza Pazienza“ ha in mente di fare una ricerca sui Csa, non tanto per conoscerne la composizione, chi ci va, chi no, quale l’età……, ma per cercare di capire quali siano le potenzialità di queste esperienze e verso quali prospettive muoversi.
Produrre trasformazione sociale, organizzare la diversità sono le coordinate di riferimento per Radio Black Out. Dare spazio e senso a chi fa la radio, come a chi l’ascolta, nel deserto delle proposte pensate e progettate per i giovani della città significa veramente fare azione sociale.
Sfoglia “Radio Black Out – Fascicolo dibattito interno 1993/1995” e “Radio Black Out – Per dare una voce…“:


Sfoglia “Incontro radio antagoniste – 19 febbraio 1995” e “Spazio informativo 1996“:





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