InfoAut
Immagine di copertina per il post

Appunti sulla valorizzazione dei richiedenti asilo

 Introduzione

Le recenti sortite statistiche parlano di una popolazione nativa europea in una situazione di scompenso demografico molto grave (1). L’abbassamento della fecondità può avere sull’economia conseguenze a lungo termine molto pesanti, portando ad un lento, ma inesorabile rosicchiamento della popolazione lavorativa attiva, con ricadute disastrose sul già comatoso sistema pensionistico e sul Welfare in generale. Insomma, meno nascite significa meno soggetti attivi e, quindi, la perdita di una consistente copertura per il sostentamento dello Stato sociale, già sotto attacco sotto molti fronti. Nonostante la diminuzione numerica dei nativi europei, la popolazione complessiva è comunque aumentata grazie all’apporto migratorio (2).

Secondo alcune voci istituzionali e giornalistiche (3), proprio il fenomeno migratorio sarebbe una vera manna dal cielo per tutto il sistema economico europeo poiché, a causa delle caratteristiche anagrafiche e della disponibilità lavorativa della popolazione migrante, questo aspetto della stabilità economica sarebbe al sicuro. I migranti, cioè, colmerebbero una voragine aperta nel mercato del lavoro e acquieterebbero il divario tra classi d’età. In Italia, secondo i calcoli (4), l’attuale flusso migratorio sarebbe addirittura insufficiente. Allo scopo di mantenere l’attuale livello della popolazione in età lavorativa, infatti, considerando le proiezioni negative del tasso di fecondità, ci sarebbe bisogno di un flusso d’ingressi annui di 157mila migranti in media ogni anno.

Il ruolo che gli stranieri ricoprono nel sistema lavorativo europeo, quindi, è senza dubbio significativo. Un apporto che si esprime attraverso un contributo sostanziale al PIL (in Italia l’8%), ma che si caratterizza sopratutto per gli attributi di questa porzione di classe lavoratrice, caratterizzata da una disponibilità nel ricoprire certe mansioni, attribuibili per lo più ai settori della manodopera non qualificata, e da un alto livello di ricattabilità. Per questo motivo gli stranieri rappresentano per il capitalismo nostrano una variabile non di poco conto.

In linea generale, dunque, l’Europa avrebbe un bisogno impellente di immigrati da immettere, per di più rapidamente, nel mercato del lavoro. Questa dimensione, trattata con le dovute cautele, ci conduce a porci degli interrogativi di base e a tentare di comprendere una realtà che, in modo sempre più preponderante, sta avvolgendo la nostra quotidianità. L’opinione di alcuni, ad esempio, è che il bacino a cui il capitale europeo starebbe attingendo, allo scopo di sanare le proprie falle, sarebbe proprio quello dei richiedenti asilo e dei rifugiati che a milioni stanno varcando le frontiere della Fortezza Europa. Secondo tale prospettiva, sarebbe in atto un inverosimile processo di cooptazione dei flussi allo scopo di riciclare negli ingranaggi dell’economia la massa migrante.

Sulla base delle analisi demografiche sopracitate e in rapporto alle considerazioni sul ruolo economico della popolazione straniera, è corretto pensare che vi sia in atto da parte delle autorità europee un tentativo di arruolamento massiccio di manodopera immigrata attraverso le dinamiche di selezione e gestione della cosiddetta “crisi dei rifugiati”? E, soprattutto, il sistema di controllo e disciplinamento rappresentato dalla Seconda Accoglienza ha una valenza effettiva in linea con tali prospettive? Rispondere a tali questioni è molto arduo, ma, con alcune dovute precisazioni, si possono perlomeno sfatare dei miti grossolani e, allo stesso tempo, scorgere degli elementi significativi nella realtà migratoria in questione.

Il sistema di messa al lavoro nel contesto italiano

Considerare la gestione dei rifugiati e dei richiedenti asilo, come essenzialmente una manovra economica dell’Ue, in particolare della Germania, è sicuramente inesatto e sostanzialmente vittima di un’analisi superficiale sul contesto migratorio. È necessario però fare delle considerazioni sugli elementi a disposizione e comprendere così quali strategie e modelli si stiano mettendo in moto intorno alla questione migratoria.

Come sappiamo bene esistono in tutta Europa dei progetti di messa a valore della popolazione migrante. Attraverso la retorica dell’integrazione, ad esempio, l’Italia ha sviluppato in questi anni un insieme di dispositivi e strumenti di sfruttamento dei soggetti “accolti” nei circuiti della Seconda Accoglienza. Una valorizzazione che, come detto in altri contesti, non si limita alla progettualità istituzionale. I richiedenti asilo dei centri Sprar, dei Cara e dei Cas producono, infatti, un valore in primis in quanto “ospiti”, mettendo in moto un business milionario per centinaia di cooperative, associazioni e ditte e, parallelamente, servono da bacino da cui attingere per l’economia “illegale” limitrofa ai Centri, com’è palese soprattutto nelle zone del sud d’Italia. Ma cosa accade per quanto riguarda l’iniziativa istituzionale?

I tirocini e le borse lavoro

Il 30 giugno del 2016 l’ex Ministro Alfano e il presidente di Confindustria Boccia hanno firmato un protocollo d’intesa senza precedenti, il quale prevede che Confindustria, per mezzo delle sue aziende associate, s’impegnerà a offrire ai richiedenti asilo dei centri Sprar un’opportunità lavorativa attraverso la promozione di tirocini formativi e borse lavoro. Ebbene, in Italia i tirocini formativi non sono una novità, ma anzi, introdotti nel 1997, hanno coinvolto migliaia di persone, soprattutto giovani, in un baratro di flessibilità e assenze di tutela. Solo da pochi anni, invece, hanno iniziato a farsi largo anche nell’ambito della seconda accoglienza. La maggior parte dei tirocini attivati nei centri Sprar nel 2015 (5) hanno riguardato fino ad ora tre settori particolari dell’economia: il turismo-ristorazione, l’agricoltura-pesca e l’artigianato, nonché con percentuali più basse commercio, edilizia e industria. Poiché i richiedenti asilo vengono considerati “persone svantaggiate”, la durata dell’esperienza lavorativa va da un minimo di 3 mesi ad un massimo di 12, momento in cui dovrebbe subentrare obbligatoriamente un dispositivo contrattuale o cessare la mansione. Il pagamento della prestazione, mai associabile ad una retribuzione, viene chiamato indennizzo e viene garantito per 3\4 dalla Regione e per 1\4 dall’azienda, in totale assenza di contributi e coperture, salvo l’Inail e L’RC. Nel 2015 (6) sono stati attivati tra Sprar e Cas 2.900 tirocini, tra questi, più della metà, 1.972, si sono conclusi con la stipula di un qualche tipo di contratto.

Il lavoro gratuito

Nel dicembre 2014, il Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione emise una circolare molto significativa. Il documento è un invito a prefetture ed enti locali a “favorire lo svolgimento di attività volontarie di pubblica utilità da parte degli immigrati in attesa della protezione internazionale” (7), il cosiddetto lavoro gratis. Gli ospiti della Seconda Accoglienza si impegnano volontariamente nei lavori più disparati, dalla manutenzione cittadina alla pulizia delle spiagge, dalla cura di strade e spazi verdi alla partecipazione ai grandi eventi, dai turni sulle ambulanze alle mansioni di assistenza, il tutto ovviamente a titolo completamente gratuito. Lo scopo dichiarato è quello di rendere utile una popolazione altrimenti inattiva e favorire così lungimiranti percorsi integrativi. Nel corso di questi tre anni, molteplici progetti di questo tipo sono stati messi in campo in numerosissime città e paesi sparsi per lo stivale; dalle grandi metropoli ai più microscopici borghi italiani, un esercito di profughi e richiedenti protezione si sono messi a lavorare volontariamente. È evidente quanto questa proclamata volontarietà assuma un volto paradossale poiché inserita in quel contesto di dipendenza psicologica, fisica e burocratica che caratterizza l’essenza di tutto il mondo della Seconda Accoglienza. Detto ciò, il fenomeno, benché molto diffuso, non è ancora di facile quantificazione.

Modelli sperimentali di controllo e sfruttamento

Davanti a questi due fatti sociali è necessaria evidentemente una piccola riflessione. Uno sguardo veloce sui dati a disposizione chiarisce almeno superficialmente la portata del fenomeno. Benché alcuni elementi manchino, il sistema di sfruttamento lavorativo messo in piedi dai progetti istituzionali e associativi, che sia esso il sistema dei tirocini o del lavoro gratis, per il momento, riguarda una porzione molto esigua di individui. È difficile pensare perciò che il fenomeno abbia un qualche peso rilevante nella gestione della popolazione totale di rifugiati e richiedenti e, ancor meno, rispetto alla massa migrante che ha attraversato frontiere marittime e terrestri. Pensare ad una macchinazione tattica su larga scala da parte dei governi europei a salvaguardia dell’equilibrio demografico e della produttività sembra quanto meno esagerato. Tenendo alla larga le teorie complottiste, è necessario, però, comprendere la natura di tali strumenti e cercare di scorgere in essi delle formule, degli esempi applicativi, dei modelli.

 L’acquario della seconda accoglienza

La popolazione dei richiedenti asilo, sulla cui categorizzazione obbligata non è il caso ora di soffermarsi, ha delle caratteristiche peculiari e specifiche rispetto alla popolazione più ampia degli stranieri presenti sul territorio. Come detto essi si trovano in un limbo caratterizzato dall’attesa estenuante della risposta delle Commissioni, una quotidianità di subordinazione totalizzante alle attività dei gestori dei Centri, una dipendenza burocratica dalle carte del ministero che ha come effetto una soggezione psicologica all’universo concentrazionario che “accoglie”.

L’elemento che più di tutti, però, caratterizza questa massa d’individui è la temporaneità.

Nel biennio 2015-2016 in Europa un numero enorme di richiedenti asilo, dopo anni di attesa, ha ricevuto una risposta di diniego alla propria domanda di protezione. Migliaia di persone si sono ritrovate a fare i conti con la propria disillusione e, soprattutto, con una nuova posizione d’irregolarità sul territorio. Anche se i dati sono differenti da paese a paese, così come anche i numeri dei richiedenti presenti, non è azzardato parlare dei luoghi della seconda Accoglienza come una fabbrica d’irregolarità. Tale concetto, già utilizzato per i Cie e per gli Hotspot, sembra essere l’essenza della gestione degli immigrati in Europa, qualsiasi categoria venga loro cucita addosso. In Italia più del 60% (8) dei richiedenti è ritornato ad infoltire la massa di clandestini sul territorio; nel biennio sopracitato, un numero che si aggira intorno alle 120mila persone si è ritrovata in un determinato momento nella posizione di “irregolarizzabile”. Sarebbe sorprendente conoscere, inoltre, la cifra precisa di tali individui in tutto il decennio trascorso, capire cosa la Seconda Accoglienza abbia prodotto in tutti questi anni e quale il ruolo economico di questa manodopera illegale ad altissima ricattabilità.

I documenti vanno e vengono, possono essere ritirati e non rinnovati, la clandestinità è il fantasma che aleggia sulla testa di quasi tutti gli stranieri in Europa e non solo. La provvisorietà e l’instabilità sono caratteristiche che identificano l’esistenza di chiunque abbia un permesso di soggiorno o una qualche “protezione” temporanea. Questa condizione di sospensione si manifesta in maniera ancora più prepotente e greve proprio per i richiedenti asilo, costituendo l’atmosfera che ammanta i luoghi della seconda accoglienza. 

Che rilevanza ha l’applicazione dei modelli lavorativi sopracitati su questo gruppo-campione con tali caratteristiche?

La novità nel contesto europeo, non risiede tanto nei tipi di modelli d’ottimizzazione strutturati, ma nella loro applicazione su un gruppo sociale per certi versi nuovo e sperimentabile. Un vero e proprio laboratorio, quello dei richiedenti asilo, che presenta caratteri ottimali, quali la temporaneità e la ricattabilità, su cui è più efficace e efficiente l’applicazione di modelli di valorizzazione e sfruttamento.

In Italia, è il caso del sistema dei tirocini e borse lavoro, sistema trainante la retorica integrativa dei centri Sprar, che trova a disposizione centinaia di persone malleabili, fragili a livello sindacale e perfette per le mansioni “usa e getta” proposte. Una possibile futura obbligatorietà di tali percorsi, come accade in altri contesti e come viene attualmente paventato, non può non destare in noi delle necessarie riflessioni.

Con altre modalità, ma orientato verso una stessa direzione, il fenomeno della “mansione volontaria” risulta essere ancora più significativo. Il gruppo dei richiedenti assume in tal caso il ruolo di vero e proprio banco di prova su cui applicare determinate misure, introdurle per poi estenderle a tutta la cosiddetta popolazione inattiva. Il concetto secondo cui gli inattivi debbano produrre profitto a costo zero ha già trovato modo di essere sperimentato in altri contesti europei, dove da decenni il lavoro gratuito, definito non a caso “slave labor”, partendo dalla popolazione dipendente appigliata allo Stato sociale, si è esteso ulteriormente ai richiedenti asilo. La Gran Bretagna, come già spiegato in altri contesti, ha fatto da apripista in Europa. L’Italia, a modo suo, comincia a muovere i primi passi in questa direzione; partendo cioè dai richiedenti, ma estendono il dispositivo ad una parte più ampia della popolazione. Non a caso nel febbraio del 2015 Ministero del lavoro, Anci e Forum del Terzo settore firmavano un protocollod’intesa dedicato ai cassaintegrati e ai lavoratori in mobilità con l’obbiettivo di creare “uno scambio tra il sostegno in forma di ammortizzatore sociale e un servizio utile alla collettività, con il fine di coinvolgere i lavoratori in difficoltà in attività di volontariato (9)”. La normalizzazione e l’estensione di tali dispositivi, prima sperimentati su un gruppo ristretto, insomma, si avvicina sempre di più.

Gli esempi da seguire certo non mancano. C’è già chi, tra i paesi europei, sta elaborando da tempo nuovi parametri di controllo e valorizzazione della popolazione migrante, modelli da cui l’Italia potrebbe prendere spunto. L’esempio della Germania, ad esempio, parla da sé ed è molto interessante da conoscere.

Il modello tedesco

Lo stato tedesco ha già da tempo messo in cantiere strumenti specifici nella regolazione del binomio lavoro\rifugiati. Nella nuova legge sull’integrazione, allo scopo di favorire l’ingresso nel mercato del lavoro e la partecipazione ai corsi d’integrazione, sono state introdotte alcune misure restrittive molto significative. Partendo dall’assunto scellerato secondo cui i richiedenti “dovrebbero dare indietro quello che noi diamo loro ogni giorno”, concetto che ha avuto un grande successo in Italia, la Germania si è spinta oltre. “Fördern und fordern”, promuovere ed esigere, così come viene riassunto dai suoi stessi ideatori, è il criterio che anima la nuova normativa tedesca. Esso è il principio secondo il quale il richiedente debba obbligatoriamente partecipare ai progetti messi in piedi dal Centro che lo ospita, nello specifico i corsi di formazione, i corsi di lingua e di educazione civica, e immediatamente dopo, quindi, prendere parte ai progetti lavorativi propinati. In caso egli si rifiuti o non dimostri interesse in tali percorsi, le prestazioni sociali verrebbero man mano ridotte e quindi irrimediabilmente annullate. Le conseguenze ulteriori porterebbero fino alla perdita della possibilità dell’accoglienza stessa con gravi conseguenze sull’accettazione della propria domanda di protezione. Una vera e propria coercizione insomma. Un ricatto che, anziché latente e legato ad una sudditanza solo burocratica e psicologica, come accade in Italia, in questo caso prende le forme palesi dell’obbligo e della costrizione, pena la perdita di alcuni diritti.

Un elemento non di poco conto presente all’interno del pacchetto normativo è sicuramente l’applicazione dei cosiddetti “Ein-euro jobs”, i lavori da un euro. Allo stesso modo dei “minijob” che riguardano i cittadini che ricevono un sussidio di disoccupazione, i richiedenti asilo possono essere impiegati, senza perdere il pocket money, in lavori che vanno da 1 a 2,5 euro l’ora per un massimo di 20 ore settimanali. Le mansioni considerate sono quelle della manodopera non qualificata, ad esempio, servire in mensa, potare alberi nei parchi, spazzare i marciapiedi. Nella capitale tedesca, i 3.925 rifugiati dei 75 centri di seconda accoglienza sparsi in città sono già impiegati nei progetti, in Baviera, invece, sono quasi 9mila, un fenomeno, quindi, abbastanza diffuso pressoché in tutto il territorio.

A completamento del pacchetto normativo viene introdotto il concetto di “Duldung”, traducibile con il termine tolleranza, una vera e propria sospensione del rimpatrio per coloro che, dopo aver ricevuto il diniego per la richiesta d’asilo, dimostrano di essere attivi in un impiego. È evidente che la perdita del lavoro o il suo rifiuto spianerebbero la strada della deportazione. In questo caso il legame viscerale che s’instaura tra lavoro ed espulsione, tra produttività ed esclusione probabilmente raggiunge il suo apice.

Conclusioni

Accettati solo se produttivi, ancor meglio se portatori di una condizione di precarietà esistenziale che permette una loro amministrazione più agevole; concentrati, controllati e gestiti in Centri grandi e piccoli, i richiedenti asilo sono uno dei laboratori sperimentali su cui provare e riprovare in vitro modelli di controllo, governo e sfruttamento. Modelli vecchi e nuovi, come detto, più o meno diffusi e specifici nei singoli paesi dell’Europa. L’Italia non da meno continua a barcamenarsi tra necessità repressive e desideri di messa a valore; le recenti proposte messe sul tavolo dal nuovo Ministro Minniti parlano chiaro.

Guardare a questi fenomeni con occhio attento, mantenendosi lontani da abbagli analitici troppo teatrali o dalla retorica della “buona accoglienza”, probabilmente potrebbe portarci a comprendere la natura reale di queste strutture e della gestione della “crisi dei rifugiati”. È necessario evitare di certo l’idealizzazione di questi nuovi soggetti, ma, dall’altro lato guardare a ciò che sta accadendo nelle strade d’Italia, periferiche e non, con molta attenzione. Nuovi percorsi di lotta, intersecati intimamente a quelli presenti, ma sviluppati su piani nuovi e livelli complessi, ci si potrebbero parare davanti con grande energia e violenza. Sta a noi coglierli o far finta di nulla.

NOTE

  1. Il saldo naturale – la differenza cioè tra il numero dei nati e quello dei morti tra i cittadini europei- è stato nel 2016 molto negativo ( -135mila unità), con situazioni specifiche anche peggiori ( Italia -162mila unità).
  2. Un saldo migratorio positivo (+1,9 milioni di persone) ha permesso alla popolazione europea totale di aumentare di 1,8milioni e attestarsi nel 2016 a quota 510,1 milioni di individui.
  3. http://www.radicali.it/wp-content/uploads/2016/10/Governance_immigrazione-Radicali-italiani.pdf,http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-10-12/i-lavoratori-immigrati-muovono-pil-e-pagano-italiani-640mila-pensioni-113104.shtml?uuid=ADwBotaB&refresh_ce=1,http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-01-20/fmi-rifugiati-europa-faranno-crescere-l-economia-paesi-coinvolti-110925.shtml?uuid=AC4M4eDC
  4. http://stradeonline.it/istituzioni-ed-economia/1365-tutti-gli-immigrati-che-servono-all-europa
  5. http://www.sprar.it/wp-content/uploads/2016/11/Cittalia-Sprar-Atlante-2015.pdf
  6. Cfr. nota 6
  7. http://www.interno.gov.it/it/notizie/volontariato-lintegrazione-dei-richiedenti-asilo
  8. http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/ottobre_2016.pdf
  9. http://www.forumterzosettore.it/files/2015/01/Protocollo-Intesa-MinLav_Anc_Forum_28.01.2015.pdf

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Approfondimentidi redazioneTag correlati:

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Contributi

La fine del genocidio è la fine del sionismo

Riportiamo l’intervento introduttivo del convegno svoltosi mercoledì 7 ottobre presso l’Università di Torino, organizzato dal coordinamento Torino per Gaza, dal titolo “La fine del genocidio è la fine del sionismo”. In questa introduzione vengono toccati molti nodi politici fondamentali che aiutano a capire quanto sia mistificato il dibattito attorno alla resistenza palestinese da parte di gran parte dei media main stream.

Immagine di copertina per il post
Bisogni

Cosenza: la popolazione e gli agricoltori si mobilitano contro il carovita e il caro carburante

Da una settimana in Calabria si susseguono blocchi autostradali, pichetti e mobilitazioni: gli agricoltori chiedono certezze da parte del governo per affrontare il caro gasolio.

Immagine di copertina per il post
Bisogni

Spagna: morte di Maricarmen, verso lo sciopero generale dell’11 novembre

In Spagna continua la mobilitazione per il diritto all’abitare.

Immagine di copertina per il post
Bisogni

Scuole occupate: facciamo come in Francia!

A Torino si prende esempio dalla Francia: l’aria di rivolta proveniente dal paese oltralpe ha superato i confini geografici, ridando un senso di possibilità di rivalsa studentesca anche alle nostre latitudini.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Corporazioni criminali e lotte per la vita

Riceviamo e pubblichiamo da Nodo Solidale

In attesa di un nuovo capitolo del Viaje por la Vida che vedrà, nel dicembre 2026, una delegazione di 1111 zapatist* muoversi verso Città del Messico per incontrare chi quotidianamente lotta per cercare i propri cari desaparecidos, pubblichiamo la traduzione dell’ intervento di Raúl Romero Gallardo durante il “Semillero Guerra contra la Humanidad”, incontro politico la Guerra contro l’Umanità (popolazioni e natura sotto assedio), convocato dalla Commissione Sexta dell’Ezln. CIDECI, San Cristóbal de las Casas, Chiapas. 23 de luglio 2026.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Documentario: Un data center a Pozzaglio, Cremona

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un documentario realizzato dal progetto Sottotensione di Cremona in merito al procedimento relativo al data center che dovrebbe sorgere sul territorio.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Torino è contro il riarmo: corteo 24 ottobre “Noi la guerra non la paghiamo”

Nasce dal percorso cittadino che ha visto una tappa il 19-20 settembre scorso una data di mobilitazione cittadina con respiro regionale per sabato 24 ottobre: contro il riarmo, contro il caro-benzina, contro i data center e per rivendicare risorse per salute, formazione e casa. Sulla pagina torinocontroilriarmo si trovano il lancio e gli appuntamenti in avvicinamento.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Lottare nell’Antropocene: tossicità, grandi opere e conflitti territoriali

Se la crisi ecologica è una crepa nel sistema, quali strumenti di pratica e d’analisi possiamo usare per forzare la breccia? Quali categorie ci permettono una lettura del presente che colga nella catastrofe reali possibilità di conflitto?

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Reggio Emilia: la Questura vieta il presidio permanente in difesa del Bosco Ospizio, attiviste e attivisti in consiglio comunale

La Questura di Reggio Emilia ha deciso di negare – da oggi, martedì 6 ottobre 2026 – lo spazio per il presidio permanente in corso ormai da agosto a Campo di Marte 2 in difesa dell’adiacente Bosco Ospizio, devastato dalle ruspe tra mercoledì e giovedì della settimana scorsa, dopo lo sgombero poliziesco del presidio permanente, per fare spazio a unsupermercato Conad.

Immagine di copertina per il post
Confluenza

Marcia popolare No Tav: le voci dal corteo

Sabato 3 ottobre tantissimi giovani  e meno giovani hanno preso parte alla marcia popolare da Sant’Ambrogio ad Avigliana, hanno sfilato insieme ai Sindaci dell’Unione Montana e ai comitati dell’Alta e Bassa Valle.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Smascherare il merito

Smascherare il merito è un’iniziativa che si è tenuta il 28 e 29 maggio 2026, due giorni di interventi e assemblee organizzati dallə studentə della Normale e della Sant’Anna, le scuole superiori universitarie di Pisa.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Acqua e Terre

Perché un’azienda italiana del comparto digitale sta comprando centrali idroelettriche e miniere?

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Chi ha parlato della fine del mondo?

All’inizio del mese di settembre, sul social network X è comparso un post di Jacob Coxon, ricercatore appena dimissionario dall’azienda di intelligenza artificiale Anthropic. Il testo annuncia le dimissioni e sostiene che un’intelligenza artificiale di tipo “forte” potrebbe sterminare l’umanità entro la fine del decennio.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Le nuove regole della Resistenza

Gli Houthi – o più propriamente Ansar Allah -, negli ultimi giorni hanno colpito e conquistato territori e isole fondamentali per il controllo dello stretto di Bab El-Mandeb, minacciando la chiusura alle petroliere saudite e paventando la possibilità di un inasprimento della crisi energetica globale, andando ad aggiungersi alle significative conseguenze del blocco di Hormuz.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Anatomia di un furto: noi e Navier-Stokes

In data 8 settembre, sul blog dell’azienda di intelligenza artificiale OpenAI è comparso un post il quale sostiene che un modello di IA generativa non disponibile al pubblico – ed evidentemente più potente del loro ultimo modello: GPT-6 Astra – abbia risolto le equazioni di Navier-Stokes, uno dei sette problemi del millennio.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Dibattito su Imperialismo digitale @Blackout Fest 2026 con Dario Guarascio

Il saggio di Dario Guarascio “Imperialismo digitale” analizza la forma del capitalismo attuale a partire dalla militarizzazione del paradigma tecnologico. Di seguito ripubblichiamo il podcast del dibattito tenutosi al BlackoutFest 2026 e condiviso da Radio Blackout.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Francia, antisemitismo e islamofobia: intervista a un attivista di UFJP

Abbiamo intervistato un attivista de l’UJFP (Union Juive Française Pour La Paix) in merito ad alcuni temi all’ordine del giorno: l’antirazzismo e l’islamofobia, l’antisemitismo e l’antisionismo, per approfondire cosa si muove in Francia sul piano delle mobilitazioni e degli avanzamenti della soggettività organizzata su questo dibattito.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Ceuta: il contesto e i responsabili della crisi umanitaria

Ripubblichiamo questo articolo che approfondisce alcuni aspetti della tragedia umanitaria di Ceuta, individua responsabilità politiche e inserisce ciò che è avvenuto in un quadro più ampio di dinamiche di guerra globale e di garanzia per il regime egemonico.