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Appunti sulla valorizzazione dei richiedenti asilo

 Introduzione

Le recenti sortite statistiche parlano di una popolazione nativa europea in una situazione di scompenso demografico molto grave (1). L’abbassamento della fecondità può avere sull’economia conseguenze a lungo termine molto pesanti, portando ad un lento, ma inesorabile rosicchiamento della popolazione lavorativa attiva, con ricadute disastrose sul già comatoso sistema pensionistico e sul Welfare in generale. Insomma, meno nascite significa meno soggetti attivi e, quindi, la perdita di una consistente copertura per il sostentamento dello Stato sociale, già sotto attacco sotto molti fronti. Nonostante la diminuzione numerica dei nativi europei, la popolazione complessiva è comunque aumentata grazie all’apporto migratorio (2).

Secondo alcune voci istituzionali e giornalistiche (3), proprio il fenomeno migratorio sarebbe una vera manna dal cielo per tutto il sistema economico europeo poiché, a causa delle caratteristiche anagrafiche e della disponibilità lavorativa della popolazione migrante, questo aspetto della stabilità economica sarebbe al sicuro. I migranti, cioè, colmerebbero una voragine aperta nel mercato del lavoro e acquieterebbero il divario tra classi d’età. In Italia, secondo i calcoli (4), l’attuale flusso migratorio sarebbe addirittura insufficiente. Allo scopo di mantenere l’attuale livello della popolazione in età lavorativa, infatti, considerando le proiezioni negative del tasso di fecondità, ci sarebbe bisogno di un flusso d’ingressi annui di 157mila migranti in media ogni anno.

Il ruolo che gli stranieri ricoprono nel sistema lavorativo europeo, quindi, è senza dubbio significativo. Un apporto che si esprime attraverso un contributo sostanziale al PIL (in Italia l’8%), ma che si caratterizza sopratutto per gli attributi di questa porzione di classe lavoratrice, caratterizzata da una disponibilità nel ricoprire certe mansioni, attribuibili per lo più ai settori della manodopera non qualificata, e da un alto livello di ricattabilità. Per questo motivo gli stranieri rappresentano per il capitalismo nostrano una variabile non di poco conto.

In linea generale, dunque, l’Europa avrebbe un bisogno impellente di immigrati da immettere, per di più rapidamente, nel mercato del lavoro. Questa dimensione, trattata con le dovute cautele, ci conduce a porci degli interrogativi di base e a tentare di comprendere una realtà che, in modo sempre più preponderante, sta avvolgendo la nostra quotidianità. L’opinione di alcuni, ad esempio, è che il bacino a cui il capitale europeo starebbe attingendo, allo scopo di sanare le proprie falle, sarebbe proprio quello dei richiedenti asilo e dei rifugiati che a milioni stanno varcando le frontiere della Fortezza Europa. Secondo tale prospettiva, sarebbe in atto un inverosimile processo di cooptazione dei flussi allo scopo di riciclare negli ingranaggi dell’economia la massa migrante.

Sulla base delle analisi demografiche sopracitate e in rapporto alle considerazioni sul ruolo economico della popolazione straniera, è corretto pensare che vi sia in atto da parte delle autorità europee un tentativo di arruolamento massiccio di manodopera immigrata attraverso le dinamiche di selezione e gestione della cosiddetta “crisi dei rifugiati”? E, soprattutto, il sistema di controllo e disciplinamento rappresentato dalla Seconda Accoglienza ha una valenza effettiva in linea con tali prospettive? Rispondere a tali questioni è molto arduo, ma, con alcune dovute precisazioni, si possono perlomeno sfatare dei miti grossolani e, allo stesso tempo, scorgere degli elementi significativi nella realtà migratoria in questione.

Il sistema di messa al lavoro nel contesto italiano

Considerare la gestione dei rifugiati e dei richiedenti asilo, come essenzialmente una manovra economica dell’Ue, in particolare della Germania, è sicuramente inesatto e sostanzialmente vittima di un’analisi superficiale sul contesto migratorio. È necessario però fare delle considerazioni sugli elementi a disposizione e comprendere così quali strategie e modelli si stiano mettendo in moto intorno alla questione migratoria.

Come sappiamo bene esistono in tutta Europa dei progetti di messa a valore della popolazione migrante. Attraverso la retorica dell’integrazione, ad esempio, l’Italia ha sviluppato in questi anni un insieme di dispositivi e strumenti di sfruttamento dei soggetti “accolti” nei circuiti della Seconda Accoglienza. Una valorizzazione che, come detto in altri contesti, non si limita alla progettualità istituzionale. I richiedenti asilo dei centri Sprar, dei Cara e dei Cas producono, infatti, un valore in primis in quanto “ospiti”, mettendo in moto un business milionario per centinaia di cooperative, associazioni e ditte e, parallelamente, servono da bacino da cui attingere per l’economia “illegale” limitrofa ai Centri, com’è palese soprattutto nelle zone del sud d’Italia. Ma cosa accade per quanto riguarda l’iniziativa istituzionale?

I tirocini e le borse lavoro

Il 30 giugno del 2016 l’ex Ministro Alfano e il presidente di Confindustria Boccia hanno firmato un protocollo d’intesa senza precedenti, il quale prevede che Confindustria, per mezzo delle sue aziende associate, s’impegnerà a offrire ai richiedenti asilo dei centri Sprar un’opportunità lavorativa attraverso la promozione di tirocini formativi e borse lavoro. Ebbene, in Italia i tirocini formativi non sono una novità, ma anzi, introdotti nel 1997, hanno coinvolto migliaia di persone, soprattutto giovani, in un baratro di flessibilità e assenze di tutela. Solo da pochi anni, invece, hanno iniziato a farsi largo anche nell’ambito della seconda accoglienza. La maggior parte dei tirocini attivati nei centri Sprar nel 2015 (5) hanno riguardato fino ad ora tre settori particolari dell’economia: il turismo-ristorazione, l’agricoltura-pesca e l’artigianato, nonché con percentuali più basse commercio, edilizia e industria. Poiché i richiedenti asilo vengono considerati “persone svantaggiate”, la durata dell’esperienza lavorativa va da un minimo di 3 mesi ad un massimo di 12, momento in cui dovrebbe subentrare obbligatoriamente un dispositivo contrattuale o cessare la mansione. Il pagamento della prestazione, mai associabile ad una retribuzione, viene chiamato indennizzo e viene garantito per 3\4 dalla Regione e per 1\4 dall’azienda, in totale assenza di contributi e coperture, salvo l’Inail e L’RC. Nel 2015 (6) sono stati attivati tra Sprar e Cas 2.900 tirocini, tra questi, più della metà, 1.972, si sono conclusi con la stipula di un qualche tipo di contratto.

Il lavoro gratuito

Nel dicembre 2014, il Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione emise una circolare molto significativa. Il documento è un invito a prefetture ed enti locali a “favorire lo svolgimento di attività volontarie di pubblica utilità da parte degli immigrati in attesa della protezione internazionale” (7), il cosiddetto lavoro gratis. Gli ospiti della Seconda Accoglienza si impegnano volontariamente nei lavori più disparati, dalla manutenzione cittadina alla pulizia delle spiagge, dalla cura di strade e spazi verdi alla partecipazione ai grandi eventi, dai turni sulle ambulanze alle mansioni di assistenza, il tutto ovviamente a titolo completamente gratuito. Lo scopo dichiarato è quello di rendere utile una popolazione altrimenti inattiva e favorire così lungimiranti percorsi integrativi. Nel corso di questi tre anni, molteplici progetti di questo tipo sono stati messi in campo in numerosissime città e paesi sparsi per lo stivale; dalle grandi metropoli ai più microscopici borghi italiani, un esercito di profughi e richiedenti protezione si sono messi a lavorare volontariamente. È evidente quanto questa proclamata volontarietà assuma un volto paradossale poiché inserita in quel contesto di dipendenza psicologica, fisica e burocratica che caratterizza l’essenza di tutto il mondo della Seconda Accoglienza. Detto ciò, il fenomeno, benché molto diffuso, non è ancora di facile quantificazione.

Modelli sperimentali di controllo e sfruttamento

Davanti a questi due fatti sociali è necessaria evidentemente una piccola riflessione. Uno sguardo veloce sui dati a disposizione chiarisce almeno superficialmente la portata del fenomeno. Benché alcuni elementi manchino, il sistema di sfruttamento lavorativo messo in piedi dai progetti istituzionali e associativi, che sia esso il sistema dei tirocini o del lavoro gratis, per il momento, riguarda una porzione molto esigua di individui. È difficile pensare perciò che il fenomeno abbia un qualche peso rilevante nella gestione della popolazione totale di rifugiati e richiedenti e, ancor meno, rispetto alla massa migrante che ha attraversato frontiere marittime e terrestri. Pensare ad una macchinazione tattica su larga scala da parte dei governi europei a salvaguardia dell’equilibrio demografico e della produttività sembra quanto meno esagerato. Tenendo alla larga le teorie complottiste, è necessario, però, comprendere la natura di tali strumenti e cercare di scorgere in essi delle formule, degli esempi applicativi, dei modelli.

 L’acquario della seconda accoglienza

La popolazione dei richiedenti asilo, sulla cui categorizzazione obbligata non è il caso ora di soffermarsi, ha delle caratteristiche peculiari e specifiche rispetto alla popolazione più ampia degli stranieri presenti sul territorio. Come detto essi si trovano in un limbo caratterizzato dall’attesa estenuante della risposta delle Commissioni, una quotidianità di subordinazione totalizzante alle attività dei gestori dei Centri, una dipendenza burocratica dalle carte del ministero che ha come effetto una soggezione psicologica all’universo concentrazionario che “accoglie”.

L’elemento che più di tutti, però, caratterizza questa massa d’individui è la temporaneità.

Nel biennio 2015-2016 in Europa un numero enorme di richiedenti asilo, dopo anni di attesa, ha ricevuto una risposta di diniego alla propria domanda di protezione. Migliaia di persone si sono ritrovate a fare i conti con la propria disillusione e, soprattutto, con una nuova posizione d’irregolarità sul territorio. Anche se i dati sono differenti da paese a paese, così come anche i numeri dei richiedenti presenti, non è azzardato parlare dei luoghi della seconda Accoglienza come una fabbrica d’irregolarità. Tale concetto, già utilizzato per i Cie e per gli Hotspot, sembra essere l’essenza della gestione degli immigrati in Europa, qualsiasi categoria venga loro cucita addosso. In Italia più del 60% (8) dei richiedenti è ritornato ad infoltire la massa di clandestini sul territorio; nel biennio sopracitato, un numero che si aggira intorno alle 120mila persone si è ritrovata in un determinato momento nella posizione di “irregolarizzabile”. Sarebbe sorprendente conoscere, inoltre, la cifra precisa di tali individui in tutto il decennio trascorso, capire cosa la Seconda Accoglienza abbia prodotto in tutti questi anni e quale il ruolo economico di questa manodopera illegale ad altissima ricattabilità.

I documenti vanno e vengono, possono essere ritirati e non rinnovati, la clandestinità è il fantasma che aleggia sulla testa di quasi tutti gli stranieri in Europa e non solo. La provvisorietà e l’instabilità sono caratteristiche che identificano l’esistenza di chiunque abbia un permesso di soggiorno o una qualche “protezione” temporanea. Questa condizione di sospensione si manifesta in maniera ancora più prepotente e greve proprio per i richiedenti asilo, costituendo l’atmosfera che ammanta i luoghi della seconda accoglienza. 

Che rilevanza ha l’applicazione dei modelli lavorativi sopracitati su questo gruppo-campione con tali caratteristiche?

La novità nel contesto europeo, non risiede tanto nei tipi di modelli d’ottimizzazione strutturati, ma nella loro applicazione su un gruppo sociale per certi versi nuovo e sperimentabile. Un vero e proprio laboratorio, quello dei richiedenti asilo, che presenta caratteri ottimali, quali la temporaneità e la ricattabilità, su cui è più efficace e efficiente l’applicazione di modelli di valorizzazione e sfruttamento.

In Italia, è il caso del sistema dei tirocini e borse lavoro, sistema trainante la retorica integrativa dei centri Sprar, che trova a disposizione centinaia di persone malleabili, fragili a livello sindacale e perfette per le mansioni “usa e getta” proposte. Una possibile futura obbligatorietà di tali percorsi, come accade in altri contesti e come viene attualmente paventato, non può non destare in noi delle necessarie riflessioni.

Con altre modalità, ma orientato verso una stessa direzione, il fenomeno della “mansione volontaria” risulta essere ancora più significativo. Il gruppo dei richiedenti assume in tal caso il ruolo di vero e proprio banco di prova su cui applicare determinate misure, introdurle per poi estenderle a tutta la cosiddetta popolazione inattiva. Il concetto secondo cui gli inattivi debbano produrre profitto a costo zero ha già trovato modo di essere sperimentato in altri contesti europei, dove da decenni il lavoro gratuito, definito non a caso “slave labor”, partendo dalla popolazione dipendente appigliata allo Stato sociale, si è esteso ulteriormente ai richiedenti asilo. La Gran Bretagna, come già spiegato in altri contesti, ha fatto da apripista in Europa. L’Italia, a modo suo, comincia a muovere i primi passi in questa direzione; partendo cioè dai richiedenti, ma estendono il dispositivo ad una parte più ampia della popolazione. Non a caso nel febbraio del 2015 Ministero del lavoro, Anci e Forum del Terzo settore firmavano un protocollod’intesa dedicato ai cassaintegrati e ai lavoratori in mobilità con l’obbiettivo di creare “uno scambio tra il sostegno in forma di ammortizzatore sociale e un servizio utile alla collettività, con il fine di coinvolgere i lavoratori in difficoltà in attività di volontariato (9)La normalizzazione e l’estensione di tali dispositivi, prima sperimentati su un gruppo ristretto, insomma, si avvicina sempre di più.

Gli esempi da seguire certo non mancano. C’è già chi, tra i paesi europei, sta elaborando da tempo nuovi parametri di controllo e valorizzazione della popolazione migrante, modelli da cui l’Italia potrebbe prendere spunto. L’esempio della Germania, ad esempio, parla da sé ed è molto interessante da conoscere.

Il modello tedesco

Lo stato tedesco ha già da tempo messo in cantiere strumenti specifici nella regolazione del binomio lavoro\rifugiati. Nella nuova legge sull’integrazione, allo scopo di favorire l’ingresso nel mercato del lavoro e la partecipazione ai corsi d’integrazione, sono state introdotte alcune misure restrittive molto significative. Partendo dall’assunto scellerato secondo cui i richiedenti “dovrebbero dare indietro quello che noi diamo loro ogni giorno”, concetto che ha avuto un grande successo in Italia, la Germania si è spinta oltre. “Fördern und fordern”, promuovere ed esigere, così come viene riassunto dai suoi stessi ideatori, è il criterio che anima la nuova normativa tedesca. Esso è il principio secondo il quale il richiedente debba obbligatoriamente partecipare ai progetti messi in piedi dal Centro che lo ospita, nello specifico i corsi di formazione, i corsi di lingua e di educazione civica, e immediatamente dopo, quindi, prendere parte ai progetti lavorativi propinati. In caso egli si rifiuti o non dimostri interesse in tali percorsi, le prestazioni sociali verrebbero man mano ridotte e quindi irrimediabilmente annullate. Le conseguenze ulteriori porterebbero fino alla perdita della possibilità dell’accoglienza stessa con gravi conseguenze sull’accettazione della propria domanda di protezione. Una vera e propria coercizione insomma. Un ricatto che, anziché latente e legato ad una sudditanza solo burocratica e psicologica, come accade in Italia, in questo caso prende le forme palesi dell’obbligo e della costrizione, pena la perdita di alcuni diritti.

Un elemento non di poco conto presente all’interno del pacchetto normativo è sicuramente l’applicazione dei cosiddetti “Ein-euro jobs”, i lavori da un euro. Allo stesso modo dei “minijob” che riguardano i cittadini che ricevono un sussidio di disoccupazione, i richiedenti asilo possono essere impiegati, senza perdere il pocket money, in lavori che vanno da 1 a 2,5 euro l’ora per un massimo di 20 ore settimanali. Le mansioni considerate sono quelle della manodopera non qualificata, ad esempio, servire in mensa, potare alberi nei parchi, spazzare i marciapiedi. Nella capitale tedesca, i 3.925 rifugiati dei 75 centri di seconda accoglienza sparsi in città sono già impiegati nei progetti, in Baviera, invece, sono quasi 9mila, un fenomeno, quindi, abbastanza diffuso pressoché in tutto il territorio.

A completamento del pacchetto normativo viene introdotto il concetto di “Duldung”, traducibile con il termine tolleranza, una vera e propria sospensione del rimpatrio per coloro che, dopo aver ricevuto il diniego per la richiesta d’asilo, dimostrano di essere attivi in un impiego. È evidente che la perdita del lavoro o il suo rifiuto spianerebbero la strada della deportazione. In questo caso il legame viscerale che s’instaura tra lavoro ed espulsione, tra produttività ed esclusione probabilmente raggiunge il suo apice.

Conclusioni

Accettati solo se produttivi, ancor meglio se portatori di una condizione di precarietà esistenziale che permette una loro amministrazione più agevole; concentrati, controllati e gestiti in Centri grandi e piccoli, i richiedenti asilo sono uno dei laboratori sperimentali su cui provare e riprovare in vitro modelli di controllo, governo e sfruttamento. Modelli vecchi e nuovi, come detto, più o meno diffusi e specifici nei singoli paesi dell’Europa. L’Italia non da meno continua a barcamenarsi tra necessità repressive e desideri di messa a valore; le recenti proposte messe sul tavolo dal nuovo Ministro Minniti parlano chiaro.

Guardare a questi fenomeni con occhio attento, mantenendosi lontani da abbagli analitici troppo teatrali o dalla retorica della “buona accoglienza”, probabilmente potrebbe portarci a comprendere la natura reale di queste strutture e della gestione della “crisi dei rifugiati”. È necessario evitare di certo l’idealizzazione di questi nuovi soggetti, ma, dall’altro lato guardare a ciò che sta accadendo nelle strade d’Italia, periferiche e non, con molta attenzione. Nuovi percorsi di lotta, intersecati intimamente a quelli presenti, ma sviluppati su piani nuovi e livelli complessi, ci si potrebbero parare davanti con grande energia e violenza. Sta a noi coglierli o far finta di nulla.

NOTE

  1. Il saldo naturale – la differenza cioè tra il numero dei nati e quello dei morti tra i cittadini europei- è stato nel 2016 molto negativo ( -135mila unità), con situazioni specifiche anche peggiori ( Italia -162mila unità).
  2. Un saldo migratorio positivo (+1,9 milioni di persone) ha permesso alla popolazione europea totale di aumentare di 1,8milioni e attestarsi nel 2016 a quota 510,1 milioni di individui.
  3. http://www.radicali.it/wp-content/uploads/2016/10/Governance_immigrazione-Radicali-italiani.pdf,http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-10-12/i-lavoratori-immigrati-muovono-pil-e-pagano-italiani-640mila-pensioni-113104.shtml?uuid=ADwBotaB&refresh_ce=1,http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-01-20/fmi-rifugiati-europa-faranno-crescere-l-economia-paesi-coinvolti-110925.shtml?uuid=AC4M4eDC
  4. http://stradeonline.it/istituzioni-ed-economia/1365-tutti-gli-immigrati-che-servono-all-europa
  5. http://www.sprar.it/wp-content/uploads/2016/11/Cittalia-Sprar-Atlante-2015.pdf
  6. Cfr. nota 6
  7. http://www.interno.gov.it/it/notizie/volontariato-lintegrazione-dei-richiedenti-asilo
  8. http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/ottobre_2016.pdf
  9. http://www.forumterzosettore.it/files/2015/01/Protocollo-Intesa-MinLav_Anc_Forum_28.01.2015.pdf

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