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Dalla discarica al clic

Questo pezzo è stato pubblicato anche su Erbacce, l’illustrazione è di Pat Carra. Testo di Sergio Fontegher Bologna apparso su officinaprimomaggio

Il 1 maggio 2026 i principali sindacati italiani si sono dati appuntamento a Marghera. Qualcuno della mia venerabile età, ma anche qualcuno con venti anni di meno, avrà pensato: “Oh che bello! Ricorderanno le lotte contro la nocività degli Anni Sessanta, contro il CVM, cloruro di vinile monomero, che ha portato alla morte centinaia di operai per angiosarcoma. Finalmente si rivaluta quella stagione di ribellione allo sfruttamento, di autonomia della classe, che il sindacato negli ultimi decenni aveva rimosso, anzi, ne aveva dannato la memoria.”
Macché, questa è roba retrò, il sindacato oggi parla di Intelligenza Artificiale. Che c’entra Marghera? Perché lì è successo un caso esemplare, un’azienda high tech che impiegava fior d’informatici li ha licenziati per sostituire il loro lavoro con l’IA (in realtà ha delocalizzato). Quindi il sindacato si prepara alla lotta del futuro: la soppressione di posti di lavoro qualificati. L’IA, in misura maggiore che la vecchia automazione, distrugge posti di lavoro, manda a casa migliaia di laureati, gente con venti anni d’esperienza.
Confesso che rimasi un po’ deluso, speravo che si parlasse di comitati autonomi, di scioperi selvaggi, però andava bene lo stesso, è giusto lottare contro la disoccupazione tecnologica, anzi, è meglio che sbraitare contro la Meloni perché non accetta il salario minimo legale (richiesta che il sindacato, CGIL in testa, ha rifiutato per anni).
Ma un po’ di delusione restava. Per fortuna, qualche giorno dopo, mi arriva un volantino distribuito a Marghera il 1 maggio, con un discorso molto più completo e complesso sulla miseria del lavoro in Italia oggi, un volantino degno di una festa dei lavoratori, firmato da un gruppo di lavoratori iscritti a USB. Me lo manda uno di quei compagni che alle lotte contro la nocività, contro la monetizzazione della salute, ci ha partecipato davvero, uno che ha fatto la sua parte e ancora oggi, come tanti di noi, provenienti dall’area operaista, non se ne sta solo a guardare.

“Beh” mi sono detto, “possono dannare la memoria di quegli anni fin che vogliono, ma da quella esperienza c’è sempre da imparare, è sempre attuale, non c’è IA che tenga.”

Passa un mese e mi trovo a Parigi. Debbo partecipare a una cerimonia accademica ma già che ci sono ripesco vecchi compagni che sono lì dai primi Ottanta, scappati dall’Italia per non finire a Rebibbia o a Trani o a Fossombrone, ormai sono cittadini francesi. Mi parlano di uno del “nostro” giro, che ha frequentato Toni Negri e Paolo Virno, ma assai più giovane, che insegna all’Ecole Polytechnique, ha lavorato sull’IA con una solida équipe di ricerca. Anzi, hanno fatto anche un documentarioLes sacrifiés de l’IA, intervistando circa 4.000 moderatori di contenuti web, in Africa, in India, in America Latina. Sono quei disgraziati, tutti del Sud del mondo, il Global South, che immettono dati, che filtrano immagini e informazioni, da mettere nei Data Center, gente che lavora dieci-dodici ore al giorno, intere famiglie che si alternano al computer 24h su 24, moltissimi soffrono di problemi psichici, alcuni si suicidano, altri sono arrivati ad ammazzare i parenti perché per contratto non debbono rivelare nemmeno ai famliari che lavoro fanno. Tutti al servizio di Meta, ChatGPT, OpenAI, Palantir e altri giganti della rete, ma pochi assunti direttamente, la massima parte è reclutata da intermediari. E sono milioni, le stime della Banca Mondiale, dell’ILO, parlano di centinaia (!) di milioni.
Se n’era parlato prima del Covid, poi un po’ alla volta è diventata roba per specialisti, se si parla di IA la vulgata è quella solita: distrugge posti di lavoro.
Guardatelo, se vi capita, quel documentario. Ci sono riprese di una potenza simbolica terrificante, come quella dove si vede un’immensa discarica alla periferia di una grande città africana, popolata di gente che rovista tra i rifiuti e di lugubri uccellacci, ti chiedi se l’alternativa a quel modo di sopravvivere è lavorare nella moderazione di contenuti web. Sì, lo è, lo è stato per alcuni di loro. Da studi di caso risulta che più del 50% ha una formazione universitaria. L’ultima parte del documentario è girata a New York, alla New School, e a Cambridge in Gran Bretagna. Dei giovani attivisti ci spiegano che tutto questo immane sfruttamento viene giustificato con l’idea di produrre una nuova umanità che conquisterà lo spazio. È il nuovo pensiero utopico/apocalittico, la nuova religione di Elon Musk, di Peter Thiel, della Silicon Valley, il cosiddetto transhumanism o long-termism, per la produzione di una super-intelligenza artificiale, opera di umani dotati di poteri conoscitivi maggiori. Per raggiungere questo supremo obiettivo, l’obbiettivo della AGI, anche lo sfruttamento di milioni di persone diventa moralmente accettabile. Dunque il paradigma dell’IA è: distruggere migliaia di posti di lavoro (buoni) e creare milioni di posti di lavoro (infami).
Eh sì, le cose sono un po’ più incasinate di come le hanno presentate i sindacati a Marghera. Rispetto ai poteri che controllano la rete c’è una sproporzione di forze che trasmette un senso d’impotenza paralizzante, perché riesce difficile concepire un nuovo luddismo. Quello ottocentesco dei sabots, degli zoccoli buttati negli ingranaggi delle macchine, era praticabile. Oggi al posto di quegli ingranaggi c’è il nostro cervello. Eppure, mettendo insieme Ludd, Marx e Proudhon, letti con gli occhiali di Tronti e di Romano Alquati, il modo per sopravvivere lo troveremo. La memoria, invece, non ce la può togliere nessuno, nemmeno l’intelligenza artificiale.

Ho appena finito di buttar giù queste righe che mi chiama un’amica: “Su Repubblica scrivono che il Consiglio regionale della Lombardia si prepara a discutere una legge per regolamentare i Data Center; ne stanno costruendo 10 nella città metropolitana e altri 23 sono in discussione.” Facendo la tara fin che si vuole a questo genere di notizie, qualcosa bolle in pentola, inutile negarlo. E allora bisogna darsi da fare e unirsi alle tante iniziative che già ci sono, come quelle in certi centri sociali. Nel mondo ce ne sono a migliaia, in crescita costante. E intanto imparare a vivere senza IA. Quel documentario, Les sacrifiés de l’IA, ne ha fatto a meno, dicono i titoli di coda. Ma il prodotto è perfetto.

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