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Faida. Alcune tesi sulla crisi (definitiva?) della Lega – Parte 1

Faida è una delle parole germaniche che è sopravvissuta nell’italiano odierno. La sua sopravvivenza è dovuta probabilmente al fatto che per lungo tempo ha rappresentato un istituto giuridico preciso nelle culture germaniche. Infatti, mentre noi usiamo comunemente faida come la definizione di uno scontro brutale e prolungato tra due gruppi di persone (si pensi alle “faide familiari”, o quelle tra le cosche mafiose), il suo significato originale indica il diritto, per un privato, di ottenere soddisfazione per un torto subito ricorrendo all’uso della forza. Una sorta di “giustizia privata”.

Da Orizzonti*

La faida nella sua accezione originaria rappresentava una possibilità di farsi giustizia da sé, ma non era l’unica forma di giustizia: nel caso in cui chi aveva subito il torto non fosse in grado o non volesse avvalersi di questo istituto giuridico, il responsabile veniva portato di fronte ad un tribunale e costretto a risarcire il danneggiato. Naturalmente questo istituto giuridico lasciava spazio a molte degenerazioni e a lunghi conflitti tra gruppi (da cui deriva il significato figurato che comunemente attribuiamo a questa parola), tanto che nel corso del tempo è stato sottoposto a regolazioni ed infine abbandonato.

In questi decenni però la provincia paranoica ha visto rifiorire sparuti cultori del farsi giustizia da sé per dei presunti torti subiti. Alcuni di questi avevano in tasca la tessera della Lega. I casi più noti sono quelli dell’ex assessore di Voghera Massimo Adriatici che uccise a sangue freddo Younes El Boussettaoui1 e quello di Luca Traini2 responsabile dell’attentato di Macerata.

In questi giorni si sta discutendo molto della crisi della Lega di Salvini, dimagrita e assediata dall’ex papa straniero e ora traditore in capo Vannacci. Si ragiona su quali effetti avrà sul governo, sul destino politico del Capitone e sugli psicodrammi interni al partito. Tutta la storia ha oggettivamente dei tratti grotteschi, a partire dai personaggi coinvolti, ma rappresenta un passaggio non secondario nel panorama politico italiano. Ad oggi la Lega è il partito più antico dell’arco parlamentare ed ha attraversato varie stagioni politiche cambiando e trasformandosi. Dunque quanto sta accadendo merita qualche riflessione in più. Di seguito proviamo ad esprimere alcune tesi:

  1. La “tesi madre” è che la crisi della Lega non sia solo il frutto di un ceto politico incapace e degradato. Certo, Salvini e compagnia hanno dimostrato in diverse occasioni di non brillare per acume tattico-politico. Sul piano comunicativo l’ormai consumato armamentario fatto di elenchi infiniti, linguaggio elementare e finto senso comune ha in gran parte stancato. Per non parlare dello spregiudicato opportunismo politico. Ma tutti questi, più che essere cause della crisi, ne sono i sintomi. Ci pare piuttosto che quanto sta accadendo abbia radici profonde, legate alle trasformazioni in corso a livello più generale all’interno del capitalismo italiano ed ai suoi effetti sui tradizionali blocchi sociali di riferimento che il partito ha rappresentato a livello politico. Proviamo ad articolare.
  2. La Lega Nord nasce e si afferma in un momento di crisi istituzionale. Il crollo della Prima Repubblica con i suoi partiti di massa, Tangentopoli, la caduta del Muro di Berlino… Un’accelerazione storica che in pochi anni, se non mesi ha cambiato radicalmente il panorama politico italiano. Ma questa crisi è stata anche il risultato di processi più lunghi e profondi: in fondo è stato l’esito, sul piano politico, della ristrutturazione capitalista che in Italia è iniziata a cavallo tra la fine degli anni ‘70 ed ‘80 del Novecento. I vecchi partiti di massa basavano ancora il loro consenso su delle realtà sociali ormai sulla via del tramonto: l’Italia di Don Camillo e Peppone era finita da tempo e aveva portato con sé tanto la grande concentrazione operaia, quanto il contado rurale. Il decentramento produttivo nel Nord Italia stava cambiando i territori, l’organizzazione del lavoro, i rapporti sociali e le stesse soggettività. Nelle piccole e medie imprese sorte in questo periodo la dispersione operaia rendeva più complesso organizzare le rivendicazioni, il controllo padronale era più intenso e spesso più sottile. I padroni presentavano le aziende come delle grandi famiglie in cui ognuno doveva svolgere il proprio ruolo per il bene comune. A volte lavoravano spalla a spalla con i loro dipendenti, li conoscevano personalmente e potevano utilizzare queste relazioni per mistificare il rapporto di sfruttamento. Inoltre alcune frazioni di aristocrazia operaia, quelle più garantite ed intraprendenti, erano in grado in quella data congiuntura economica di accumulare sufficienti ricchezze tra risparmi e liquidazioni da reinvestire nell’apertura di una piccola attività: un bar, un tabacchino, magari un’impresa. Ironicamente alcuni lavoratori di queste frazioni di classe erano riusciti a prendere il possesso dei mezzi di produzione e a liberarsi dal lavoro alienante alla catena di montaggio grazie alle lotte operaie dei decenni precedenti, ma individualmente invece che attraverso una rivoluzione comunista! Per un breve istante, qualche decina di anni, l’idea che una mobilità sociale all’interno del sistema capitalista fosse realmente possibile dev’essere sembrata vera. In brevissimo tempo la Lega Nord riesce a diventare l’espressione politica di questi fenomeni economico-sociali.
  3. L’indipendentismo ed il federalismo leghista delle origini assomigliano da un punto di vista economico a quello catalano. In entrambi i casi si tratta di due aree ricche e produttive di uno Stato generalmente arretrato che rivendicano l’indipendenza, o per lo meno una maggiore autonomia, per dare pieno sfogo al loro potenziale competitivo sul mercato senza la zavorra delle aree “arretrate”. Altri indipendentismi invece spesso partono da una condizione semi-coloniale o di subalternità. L’importante differenza tra la Catalogna e la Padania è che nel primo caso esiste effettivamente una lingua, un retroterra culturale e sociale comune con una profondità storica, mentre la seconda era interamente, o quasi, un’invenzione politica. Questo spiega in parte perché l’indipendentismo leghista, a differenza di quello catalano, si è caratterizzato da subito di un profondo razzismo, prima antimeridionale, poi contro gli immigrati stranieri. Un’identità debole come quella padana ha la necessità di rafforzarsi costituendosi contro qualcosa. Il progetto leghista in fondo si basava su un compromesso interclassista, un corporativismo economico stringente che richiedeva un controllo dei flussi della forza lavoro. Il modello della piccola-media impresa distrettuale necessitava piuttosto operai altamente specializzati e fidelizzati all’azienda. Dunque la migrazione interna da Sud a Nord andava scoraggiata. Questo in un certo grado valeva (e vale tutt’ora) per i settori dell’agroindustria altamente meccanizzati tipici della pianura padana, con le eccezioni delle zone come Saluzzo dove si raccoglie la frutta (guarda caso governata storicamente dal centrosinistra).

    In effetti, nonostante l’allarmismo padano, nei due decenni finali del secolo scorso i flussi migratori dal Sud si sono attenuati, per poi crescere nuovamente dall’inizio del 2000. Solo che a migrare non erano più i contadini, ma gli studenti, i laureati, i professionisti e principalmente verso le grandi città. Un altro aspetto particolare è che la Padania, ben prima che la Lega diventasse nazionale, aveva dei confini molto più estesi di quanto siamo abituati a pensare. Fin dalla sua fondazione infatti la Lega comprendeva sezioni in Emilia Romagna e Toscana, ma anche in Umbria e nelle Marche. E’ piuttosto indicativa la sovrapposizione che si può fare tra la mappa dei distretti industriali italiani e quella della diffusione della Lega.Nella prima immagine i risultati elettorali della Lega nel 2009, nella seconda la diffusione dei distretti industriali in Italia nel 2011.È necessario sottolineare che le industrie distrettuali sono che una parte di un tessuto produttivo più ampio, articolato ed integrato in cui rientrano altre piccole e medie imprese non distrettuali, aziende agroindustriali, allevamenti e trasformazione agroalimentare che sebbene non siano esattamente sovrapponibili ai distretti ne condividono alcune caratteristiche di filiera, organizzazione del lavoro ecc… Infine va sottolineato che, anche nei momenti di massimo splendore, la Lega è riuscita raramente ad esprimere sindaci nelle principali città industriali ed ex-industriali del Nord: a Milano una sola legislatura tra il 1993 ed il 1997 e a Treviso. In altre città come Bergamo, Brescia e Vicenza è stata a volte nella coalizione di governo, ma senza mai esprimere il sindaco. Di fatto le grandi città sono anche i luoghi dove la richiesta di manodopera per i servizi è più importante. Insomma, l’ipotesi che avanziamo è che la Lega Nord sia stata il partito formale di questa particolare configurazione dei rapporti produttivi e sociali dominati dalla piccola e media impresa.
  4. Il primo devastante crollo della Lega Nord coincide significativamente con l’annus horribilis 2012 in cui la crisi finanziaria del 2008 si trasforma, soprattutto nell’Europa del Sud, in crisi del debito sovrano. Il tracollo della Lega è coronato dallo scandalo Belsito3: una vicenda che già di per sé racconta molto dei travagli interni al partito di Bossi, tra rapporti con ‘ndrangheta ed imprenditoria parassitaria. Lo scontro interno al partito si fa personalistico fra i fedeli del Senatùr e i maroniani, ma probabilmente questo conflitto è la manifestazione dello spirito dei tempi in trasformazione. La questione è di nuovo quella delle trasformazioni geo-economiche. Lo esprime bene questo preoccupato passaggio nella premessa del quarto rapporto4 dell’Osservatorio Nazionale Distretti Italiani proprio del 2012:

    Il mondo è cambiato drasticamente negli ultimi anni, e forse si è avviata a conclusione quella fase evolutiva dei decenni passati che vedeva nel classico distretto industriale marshalliano uno, fra i possibili, sentieri di industrializzazione. Oggi alle imprese distrettuali non basta più godere del vantaggio che traggono dal produrre sullo stesso territorio, capace di generare e ri-generare di continuo competenze specialistiche: perché la forza intrinseca del made in Italy rimane sì il primo fattore di successo ma potrebbe non essere sufficiente in sé a garantire la nostra competitività […]

    La crisi era significativa e veniva da lontano. Già da tempo diverse aziende distrettuali di grandi dimensioni avevano iniziato a delocalizzare parti significative della produzione per rimanere competitive sul mercato globalizzato. Diverso il destino di quelle più piccole. Recita ancora il rapporto:

    Rispetto al 2008, il ridimensionamento del fatturato e degli indici di redditività si è registrato in tutti i livelli dimensionali di impresa. Tuttavia soffrono soprattutto le micro imprese che, oltre ad essere quelle più lontane dai livelli di redditività industriale del 2008 (il Roi è diminuito dell’1,43%) presentano una leva finanziaria molto elevata, caratterizzata da un’eccessiva esposizione verso il debito bancario a breve termine, generalmente più oneroso.5Dunque mentre le piccole imprese affogavano coperte di debiti o si consegnavano al capitale illegale della ‘ndrangheta in casa Lega si consumava lo psicodramma che avrebbe portato al potere assoluto Salvini.
  5. Lo shock, in parte esogeno, del 2012 ha rappresentato l’apice di quella che da diversi economisti viene descritta come “trappola dello sviluppo regionale”6. Questo concetto indica quelle regioni dell’Unione Europea caratterizzate da immobilismo, stagnazione, bassa produttività, scarsi investimenti in ricerca e sviluppo e nelle capacità della forza-lavoro. Questa traiettoria è stata tipica della piccola e media impresa distrettuale:

    […] spesso nei distretti non sono presenti imprese innovative o di grandi dimensioni e quelle presenti non hanno la spinta di cambiamento necessaria. Una piccola impresa locale, fortemente territorializzata e, come in molti casi succede, a conduzione familiare è abituata tradizionalmente ad un circuito produttivo privo di competizione internazionale e per i suoi stessi limiti organizzativi non riesce a cogliere le opportunità di crescita che derivano dall’apertura commerciale all’export, specie fino al periodo di doppia crisi 2008-2012. Si tratta delle imprese “bloccate” e “trainate” prive di incentivi a crescere, ad acquisire quote di mercato, diversificare la produzione, espandersi e innovare con la conseguenza che, come dimostrato dai dati precedenti, il tessuto produttivo italiano presenta un gran numero di questo tipo di imprese che col tempo sono andate incontro a fallimento, acquisizione di soggetti di più grandi dimensioni o a fusioni .7Questo contesto ha delle conseguenze immediate sul mercato del lavoro:
    Dal punto di vista dell’occupazione, si nota sia un basso livello in termini numerici sia una polarizzazione del mercato del lavoro, un fenomeno nel quale avviene un aumento dell’occupazione in settori altamente qualificati e remunerativi e allo stesso tempo in quelli scarsamente specializzati e retribuiti, con una diminuzione evidente di tutte le categorie occupazionali intermedie. Questo comporta anche una polarizzazione sociale, con aumento sia delle alte fasce di reddito che di quelle basse, svuotando la classe media e aumentando le disuguaglianze demografiche, economiche e territoriali. La polarizzazione, inoltre, è accentuata dalle catene del valore globale (global value chains, GVC), processi per cui la catena del valore della produzione di un bene non avviene interamente all’interno di un’impresa ma viene spartita tra attori geograficamente distanti tra loro, per via di una maggior specializzazione di soggetti diversi in quella fase della produzione.
    8In sostanza ciò che avviene è una concentrazione dal punto di vista dei capitali, un’integrazione verticale delle filiere e una distribuzione della ricchezza sempre più diseguale.
  6. La questione dello sviluppo regionale era stata, come abbiamo visto sopra, il principale volano delle fortune della Lega Nord tra gli anni novanta del novecento e l’inizio del 2000. La crisi del modello basato sulla piccola e media impresa a gestione familiare, fortemente territorializzata era inevitabile che si riflettesse sul piano politico e così è stato. La trasformazione della Lega da soggetto politico indipendentista/autonomista in forza nazionale è stato il frutto, tra le altre cose, della convergenza e della contraddizione tra due necessità delle economie distrettuali: da un lato le aziende più grandi avevano il bisogno di superare la dimensione territoriale, di affidarsi a soggetti politici in grado di favorire l’integrazione della filiera, le politiche pubbliche necessarie per aumentare gli investimenti atti alla digitalizzazione ed all’innovazione, la semplificazione e la rimozione di lacci e lacciuoli giuridici, sindacali e fiscali, e naturalmente al nuovo ciclo di infrastrutturazione dalle fortune alterne di cui abbiamo parlato in altri articoli. Inoltre si tratta di mettere le mani sul resto del paese, naturalmente in accordo con le forze economiche autoctone. Creare nuovi cicli di estrazione, infrastrutturazione, espropriazione e sfruttamento che drenino risorse, lavoro e ricchezza dal Sud verso il Nord. Ecco che si spiega come lo stesso governo possa investire nel Ponte sullo Stretto e promuovere l’Autonomia Differenziata.

    Dall’altro lato vi sono le imprese più piccole, senza capacità di reinvestire che nel tempo hanno adottato strategie basate sul lavoro povero, sull’ipersfruttamento della manodopera migrante e sul risparmio dei costi di produzione. Per queste aziende il razzismo è un dispositivo strutturale. Il razzismo economico infatti non va visto solo come una specie di protezionismo della forza-lavoro, ma come uno strumento per gerarchizzarla. Il recente dibattito sulla questione della cittadinanza in seguito ai fatti di Modena ci parla proprio di questo: una parte della forza-lavoro va mantenuta in condizioni di estrema ricattabilità per poter continuare a comprimere gli stipendi. Dunque è il razzismo che contribuisce a generare la competizione sui salari piuttosto che il contrario. Non è un caso che i sindacati della logistica siano stati un obiettivo diretto di Salvini tanto nel ruolo di Ministro degli Interni quanto in quello di Ministro dei Trasporti. Paradossalmente, come abbiamo visto nel punto precedente, proprio la compressione dei salari rappresenta uno degli indici della “trappola dello sviluppo regionale”, ma la Lega (autonomista o regionale che sia) non può rinunciare a questo blocco elettorale che per quanto residuale in molte aree interne rappresenta ancora oggi LA forma del capitale sui territori.
  7. L’Internazionale della vecchia Lega Nord basava i propri rapporti sulla comune aspirazione di indipendenza con partitucoli più o meno eclettici o significativi. La questione nazionale vera o presunta era la base comune di questi soggetti. Tutto sommato si trattava di legami deboli, in uno scenario in cui la politica internazionale contava fino ad un certo punto. Ma alcune aree della vecchia Lega di decisa connotazione fascista già da tempo filavano altre tele (di seguito un podcast che ne fa un’utile ricostruzione, anche se piuttosto centrata sugli aspetti ideologici).https://open.spotify.com/embed/show/0BfE4nVq55IanruVqlCR3c . La definitiva alleanza con partiti politici di natura neo-fascista e post-fascista avviene nello stesso periodo in cui Salvini stava preparando la fase nazionale. Il racconto canonico che si fa della svolta sovranista vede un Salvini che da ottimo opportunista qual è intuisce che esiste uno spazio politico nuovo e coglie l’attimo. Sicuramente c’è del vero, ma lo spazio politico è il prodotto di processi materiali profondi che trascendono tanto l’uomo che il partito. La tendenza a rappresentare le compagini della nuova destra come pagliacci che inseguono il consenso non fa che impedire di comprendere la profondità di questi fenomeni che molto spesso prescindono l’uomo o la donna che li incarna provvisoriamente e persino i partiti. Ad ogni modo l’ingresso della Lega salviniana all’interno della cosiddetta “Internazionale nera” non si può leggere unicamente alla luce delle convergenze ideologiche, ma va considerata anche in base ad una matrice comune di fenomeni economico-sociali che si sono dispiegati in tutto l’Occidente “avanzato”. La globalizzazione è stata anche globalizzazione dei modelli industriali, delle disparità territoriali e persino delle omogeneità delle classi (nell’epoca dei social network i giovani agricoltori della Val Chisone condividono lo stesso abbigliamento di quelli dell’Iowa). Aree differenti del globo, in Stati differenti del globo vivono condizioni simili, ma radicalmente differenti di altri luoghi a pochi kilometri di distanza.

(Continua…)

Disclaimer: questo articolo si concentra sui fattori oggettivi che hanno determinato i fenomeni descritti, anche se a volte vi sono accenni alla composizione dei soggetti sociali. Allo scopo della riflessione che si vuole portare tutta una serie di aspetti soggettivi, culturali, ideologici e anche meramente politici sono stati escussi dal ragionamento. Sono state operate delle scelte, ma ciò non toglie che sarebbe utile e necessario approfondirli.

*Orizzonti è un progetto che mira a indagare le geografie del capitalismo in Italia ed ascoltare le voci dei conflitti e delle lotte nei territori periferici e provinciali. Crediamo che per conquistare un’efficacia, una rotta, una possibilità trasformativa efficace sia la nostra comprensione del sistema che ci sfrutta ed opprime rendendola il più possibile precisa, attuale e radicata.

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