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Faida: alcune tesi sulla crisi (definitiva?) della Lega-Parte 2

In una minuscola frazione dell’Aspromonte un giovane sulla trentina viaggia a dieci km orari a bordo del suo Jimny scalcagnato. Sono le 22, l’aria gelata dell’inverno sta sferzando le cime degli ulivi. I finestrini dell’auto sono appannati. Lui non deve andare da nessuna parte, non deve raggiungere parenti o amici: molti di loro si sono trasferiti in città, altri sono al Nord, forse torneranno per le ferie di Natale. Una grande cappa di solitudine lo avvolge, lo opprime. Si chiede, quando è solo, sempre più solo, se il resto del mondo sappia cosa vuol dire vivere così, abitare in un paese morente senza la possibilità, l’intenzione o la forza di andarsene.

Inciso

Pochi affetti, tante assenze, poco lavoro, nessuna prospettiva. Per non cedere alla follia, per non schiumare come un cane rabbioso deve imporsi delle routines, trovare delle valvole di sfogo. Fa troppo freddo per passeggiare, quindi dentro il suo Jimny ripercorre quelle strade di cui conosce ogni dettaglio, ogni muretto, ogni frasca, ogni riva. A 10 km orari, chissà a cosa pensa. Forse pensa al lavoro: in paese si può trovare solo in un’unica officina che appartiene a una delle poche famiglie benestanti. Che sono padroni lo vedi dalle loro auto, un po’ più belle di quelli di tutti gli altri, dai vestiti che sfoggiano durante la festa del paese, un po’ più belli di tutti gli altri, ma poi in officina hanno lo stesso gilet brandizzato e le stesse scarpe antinfortunistica, a volte un po’ più nuovi di quelli degli altri. Lui ci lavora ogni tanto, in officina, ma ultimamente sempre di meno, hanno iniziato ad assumere extracomunitari, “d’altronde si sa c’è crisi e non è che possono mantenere tutto il paese”. La reverenza rimane. Poi, poco dopo la crisi dei rifugiati siriani, fuori dal paese ci hanno ficcato uno SPRAR in una vecchia casa di mattoni senza intonaco. Il proprietario ha visto la possibilità di farla rendere, lì dove le case non valgano più un cazzo, e ne ha approfittato. Un posto lontano da tutti e da tutto, che si può raggiungere dalla città solo con la corriera che passa quattro volte al giorno, anche loro probabilmente muoiono di noia, di ansia e solitudine, ma in una lingua diversa. In quel posto apparentemente fuori dalla Storia, in quella auto con i finestrini appannati, quel giovane deve aver pensato che tutto sommato quel Salvini non avesse torto, specialmente adesso che aveva smesso di avercela con i meridionali. Lui voleva fare qualcosa per sé e forse qualcosa per quel paese morente. Così comincia la sua militanza nella Lega, partecipa ai convegni, si impegna, conosce persone, si fa persino un selfie in cui stringe la mano al Capitano. Il tutto dura poco, pochissimo, nel giro di pochi mesi, un anno finisce.

Da Orizzonti*

Questa breve storiella, quasi del tutto vera, sarà accaduta in forme simili in un’altra miriade di luoghi in Italia. Non ha una vera morale, ma spiega, in parte, la fulminea ascesa della Lega nazionale in alcune zone del meridione. In molte delle aree interne del nostro paese la vita è feroce, diversa tanto dal romanticismo rurale, quanto dall’immaginario del degrado anni ‘80, dove tutto resta immutabile, lambiti, ma non sfiorati dalla storia. Spesso questi luoghi sono zone di sacrificio, discariche di merci usate ed indesiderabili da occultare, luoghi dove il capitale si presenta per lo più come rapina di risorse, di forza-lavoro, di energia vitale. Essere costretti o convinti a restare lì è una sfida continua con i nervi, con la noia, con la perdita di senso. Questa condizione è così lontana ed oscura ai sociologi, agli intellettuali, ai letterati, eppure ancora oggi una parte non trascurabile della popolazione italiana abita in questi paesi morenti. Il vuoto in politica non esiste.

In questo testo vengono presentate alcune tesi sulla crisi che sta travolgendo la Lega, il partito più antico dell’arco parlamentare. Nella prima parte sono state introdotte delle ipotesi di lavoro partendo dalla nascita della Lega, fino all’avvento di Salvini. In questa seconda parte verrà trattato il periodo tra la trasformazione in Lega nazionale e i giorni nostri. La tesi madre, espressa nella scorsa puntata, è che la Lega per lungo tempo è stato il partito formale di una particolare configurazione economico-sociale, ma adesso qualcosa sta cambiando.

  1. L’operazione della Lega nazionale, come abbiamo visto nella scorsa puntata, non si può archiviare unicamente come un caso di opportunismo politico, in cui un leader spregiudicato, Salvini, annusa il vento di destra che ammorba l’aria e ci si butta a pesce. Questa è solo una parte della storia, l’altra invece risponde ad esigenze ben precise dell’economia distrettuale del Nord alle prese con la lunga crisi denominata precedentemente come “trappola dello sviluppo”. Ma quali sono le forze “compiacenti” che favoriscono la penetrazione del progetto della Lega nazionale al Sud? In parte, come dimostra quanto raccontato nell’inciso, esiste un fenomeno di ripoliticizzazione di alcuni settori sociali completamente ai margini del discorso pubblico. Ma a questi si affianca un’infrastruttura significativa di interessi politici ed economici meridionali che nella Lega di Salvini intravedono la possibilità di rilanciare cicli di accumulazione parassitaria. Parlando di interessi economici non bisogna dimenticare che ancora oggi importanti aree del Sud si basano su una quadripartizione dell’attività economica: servizi, edilizia e costruzioni, agricoltura e attività extralegali. Tutti questi settori sono estremamente dipendenti dall’investimento pubblico per l’attrazione di capitali (sì, anche le attività extralegali). Salvini si è fatto immediatamente sponsor degli interessi di questi settori: Ponte sullo Stretto (e altre decine di grandi opere inutili in giro per il paese) prima considerato uno spreco dalla vecchia Lega, garanzia delle rendite nel settore turistico, continuità dello schiavismo nell’agroindustria e lotta contro la normativa UE a favore dei piccoli e medi imprenditori agricoli. Dal punto di vista politico Salvini costruisce la propria infrastruttura al Sud incamerando militanze fasciste e post-fasciste tradizionalmente radicate e transfughi di Forza Italia dopo la crisi del berlusconismo. Gli esempi sono molti e diffusi, ma vale la pena spendere qualche parola su un caso particolare, quello di Domenico Furgiuele. L’ex parlamentare leghista, ora nella pattuglia vannacciana è di Lamezia Terme e approda alla politica entrando a 14 anni nel Fronte Nazionale di Adriano Tilgher ex di Avanguardia Nazionale. Nel 2015 è tra i fondatori di Noi con Salvini il soggetto provvisorio con cui il Capitano raccoglie attivisti ed elettori al Sud. Nel 2018 Furgiuele entra alla Camera e si impegna nella Commissione Trasporti a promuovere la costruzione del Ponte sullo Stretto. Il deputato lametino inoltre rimane invischiato nell’inchiesta “Waterfront”: secondo la tesi della magistratura la società di costruzioni di cui Furgiuele era rappresentante legale, la Terina, sarebbe stata coinvolta in un un sistema di appalti pilotati per agevolare la ‘ndrangheta, e in particolare la cosca Piromalli di Gioia Tauro1. Al netto di ciò che dicono i magistrati (la “lotta alla mafia” è un dispositivo retorico e statuale ambiguo e scivoloso su cui magari in futuro scriveremo in maniera più articolata) ciò che è evidente è che l’ex campione di Salvini in Calabria è il rappresentante di una summa di interessi economico-politici di una certa rilevanza. La parabola di Furgiuele è poi particolarmente interessante perché ricalca quella di altri della stessa area politica, magari meno famosi, che nel periodo di alta della Lega hanno visto un’opportunità per uscire dalla marginalità politica e oggi “tornano a casa” veleggiando verso Futuro Nazionale di Vannacci. Ne parliamo dopo.
  2. La Lega nazionale dunque diventa per un certo momento lo strumento di ricomposizione degli interessi di classe di frazioni maggioritarie, almeno numericamente, della borghesia distrettuale del Nord con quella estrattiva e parassitaria del Sud. Non c’è nessuna ridefinizione dei rapporti di subordinazione e dipendenza, l’interesse comune è perpetuare questo paradigma. Al di là delle dichiarazioni e della retorica finta working class che Salvini e i suoi mettono in campo le esperienze di governo della Lega nazionale mirano chiaramente a tutelare ed espandere questi interessi. L’immagine di Salvini che dal Papeete (a proposito di tutela della rendita turistica) annuncia la fine del governo Conte I a causa della timidezza mostrata dal M5S rispetto alla volontà di continuare la costruzione del TAV Torino-Lione rimarrà nella storia.
    Meno esplicito e per certi versi più interessante è il curioso comportamento di Salvini durante la formazione del governo Draghi. La Lega virtualmente era ancora il primo partito, anche se insediato da Fratelli d’Italia: perché entrare in un governo con a capo uno di quei tecnocrati europei tenuti tanto in odio? Perché non rimanerne fuori, come ha fatto furbescamente la Meloni e aspettare il prossimo giro di giostra per prendersi tutta la torta? La risposta è semplice, nella fase post-pandemica, con i soldi del PNRR da distribuire era assolutamente centrale per il blocco di interessi di cui abbiamo parlato che ci fosse qualcuno dei loro nella stanza dei bottoni. Particolarmente interessante la composizione del governo in questo senso: la Lega ottiene il Ministero dello Sviluppo Economico con il responsabile Giorgetti (asse di continuità tra legislatura Draghi e Meloni), Ministero del Turismo con Massimo Garavaglia e Ministero della Disabilità con Erika Stefani, più un lungo numero di sottosegretari principalmente concentrati nei Ministeri legati all’economia e alla sicurezza. Riemerge così la duplicità irrisolta della Lega: nella divaricazione impressa dalla ristrutturazione capitalista è semplicemente impossibile comporre gli interessi di quelle aziende che riescono a mantenere ancora un certo grado di competitività sui mercati internazionali con quelli delle imprese piccole, familiari, meno specializzate. La tendenza alla concentrazione del capitale in questa fase è inaggirabile, anche frazionando la classe lavoratrice e comprimendo al massimo i suoi costi. La Lega non poteva fare a meno che sedersi al tavolo di Draghi, così come oggi la Meloni non può evitare di barcamenarsi tra Trump e Von der Leyen. Inevitabile la perdita di consenso.
  3. Per lungo tempo l’economia distrettuale del Nord, centro-Nord è stata considerata un miracolo di “resilienza”, per alcuni addirittura un’alternativa allo stradominio delle multinazionali. Il buon vecchio Made in Italy, l’artigianalità e la passione, le produzioni d’eccellenza. In realtà come abbiamo visto questo modello è in crisi da tempo ed è tutt’altro che resiliente. A dimostrarlo chiaramente è stata la reazione alla sequenza di shock che hanno colpito l’economia globale negli ultimi anni. Partiamo dalla pandemia: come è noto i primi epicentri dell’infezione da Coronavirus in Italia si sono concentrati tra il Veneto e la Lombardia. D’altronde il virus in primo luogo si è mosso sulle catene del valore internazionale. Non è un caso che molte delle località maggiormente colpite nelle prime fasi della pandemia fossero proprio quelle caratterizzate dal modello della piccola e media impresa integrata nelle filiere. La vicenda simbolo è quella della Val Seriana, una vallata alle porte di Bergamo, quasi interamente urbanizzata ed industrializzata in cui l’impatto del Covid è stato particolarmente devastante. Molti dei comuni dell’area sono o erano amministrati dalla Lega. Come è noto questa tragedia fu, tra le altre cose, la conseguenza della mancata zona rossa per i comuni di Nembro ed Alzano. Per quanto tutta la vicenda sia passata in cavalleria è appurato almeno dal punto di vista storico che vi furono pressioni da parte degli imprenditori di Confindustria Lombardia per evitare la chiusura2. La continuità produttiva andava assicurata ad ogni costo.
    I movimenti contro i lockdown, il greenpass e quelli No Vax sono stati una galassia variegata e a tratti ambivalente. Sebbene i fatti più significativi dal punto di vista delle proteste di piazza siano avvenuti in luoghi come Napoli, Torino e Trieste, nei territori periurbani del Veneto e della Lombardia vi è stata una forte diffusione che in parte ha una sua permanenza ancora oggi. Qui il fenomeno ha assunto tratti specifici, che non per niente discendono dal modello produttivo. Questo contesto ha prodotto di nuovo un’apparente convergenza tra una parte degli operai e una parte dei padroni (quelli più sottoposti al rischio fallimento) perché le misure contro la diffusione del virus venissero allentate. Dunque la pandemia ha prodotto due tensioni opposte, ma parimenti in contrapposizione con la sfera istituzionale controllata tanto a livello locale quanto a livello nazionale dalla Lega. Una – forse minoritaria, ma presente – in cui la crisi Covid ha contribuito a chiarire i differenti interessi di classe, un’altra che ha prodotto uno scivolamento politico, perlopiù interno alla destra, ma con alcune eccezioni, su posizioni che richiamano confusamente quelle dell’estremismo libertariano statunitense. Alcuni di questi alle elezioni politiche, in forma di protesta verso la Lega, hanno deciso di dare il loro voto a Giorgia Meloni che ne ha abilmente cavalcato gli umori.
  4. L’altro grande shock che ha colpito l’economia delle piccole e medie imprese della cosiddetta Padania è senza dubbio quello della crisi dei prezzi dei carburanti derivata prima dalla guerra in Ucraina e più recentemente dall’impresa trumpiana in Iran. Nel caso della guerra in Ucraina lo shock è stato duplice perché la Russia, per alcune di queste aziende, rappresentava un importante mercato per le esportazioni. In molti motivano il “pacifismo” che Salvini ha applicato alla guerra russo-ucraina (salvo poi fare orecchie da mercante sul genocidio di palestinesi attuato dal suo amicone Netanyahu) ai finanziamenti che la Lega avrebbe ricevuto dal Cremlino. Può darsi, sicuramente ci sono stati legami politici significativi, ma a convergere con questo posizionamento politico vi è la materialità degli interessi economici dei settori produttivi veneti e lombardi. La ricetta su cui si basavano gli assi industriali dell’Europa Occidentale era semplice: gas a basso costo dalla Russia, core produttivo in Germania e filiere nel Nord Italia3. Con l’interruzione del flusso del gas russo la produzione industriale tedesca è entrata in crisi e di conseguenza la filiera italiana, già stagnante, è andata ulteriormente sotto pressione. Le aziende statunitensi ne hanno approfittato per fare un po’ di shopping in Italia ed Europa e, come se non bastasse, con Trump hanno dato un’altra bella mazzata agli approvvigionamenti energetici europei attraverso la guerra in Iran. Il Salvini di governo (e la Meloni convertita sulla via di Damasco) ha dimostrato di non essere in grado, se non per qualche vaga rimostranza, di contare nulla. Vannacci ha preso appunti e non a caso quello della riapertura alla Russia è stato uno dei principali temi della sua campagna acquisti fino ad oggi.
  5. Parlando del Referendum sulla riforma della giustizia i commentatori si sono concentrati giustamente sulla dilagante vittoria del No. Il Sì ha vinto praticamente solo nella provincia di Reggio Calabria, in alcune aree interne del Lazio e in gran parte della Pianura Padana ad esclusione delle grandi città.
    La vittoria del Sì nella provincia di Reggio Calabria non stupisce, ci sono diverse motivazioni storiche e sociali che vanno oltre alla diffusione e capillarità della ‘ndrangheta, ma meriterebbero una trattazione a parte. In molte aree del paese tradizionalmente di destra ha vinto, ed in alcuni casi stravinto, il no. Perché le aree non urbane della Lombardia e del Veneto rappresentano a tal punto un’eccezione? Si tratta unicamente della polarizzazione politica? Difficile dare una risposta compiuta, ma una chiave interpretativa papabile è quella dell’incidenza dei cosiddetti reati dei colletti bianchi. Non esistono dei dati che aggreghino in maniera sufficientemente dettagliata queste tipologie di reati, ma è evidente che tra i mandati del governo Meloni vi fosse quello di instaurare una giustizia più punitiva nei confronti dei reati di strada e contro la proprietà privata e più lassista rispetto ai reati tipici di imprenditori e politici. D’altronde questa battaglia, incarnata storicamente dal berlusconismo, è consustanziale alla “libertà di impresa”. Facciamo un breve esempio su uno dei reati tipo: la Lombardia nel 2025 ha registrato il 20% di tutte le liquidazioni giudiziali a livello nazionale. Nei primi mesi del 2026 sono aumentate del 23,2% rispetto all’anno precedente4. Sembra evidente che in una condizione di crisi continuativa l’adozione di pratiche extralegali da parte di piccoli e medi imprenditori con bassi margini cresce.

Dunque ci siamo, sta esplodendo una faida nella destra italiana? Alcuni segnali sembrano confermarlo, dalle cene venete di Vannacci con gli imprenditori5, fino a Pozzolo che si porta Alemanno nel feudo biellese di Del Mastro per sublimare la vendetta verso il suo ex compare6. Ogni volta che gli equilibri si rompono a destra le rese dei conti sono drammatiche e grottesche allo stesso tempo. La fulminea ascesa di Vannacci, almeno stando ai sondaggi, fa tremare e godere i commentatori televisivi che stanno lì a discutere se questo alla fine si alleerà o meno con il centro-destra. Tattica politica a parte oggi Futuro Nazionale è potenzialmente espressione di due movimenti: uno è quello del ritorno a casa dei vari post-fascisti e neo-fascisti che hanno fatto un giro di giostra con Salvini o sono rimasti delusi da Meloni. Un altro è l’effettiva radicalizzazione di alcuni settori della piccola e media borghesia in crisi che, destinati a scomparire nel marasma della storia presente, si appigliano all’ex generale. Il nodo, oggi come oggi, è se Vannacci diventerà un’opzione plausibile e digeribile anche per il grande capitale. Si dibatte su chi sia il padrino internazionale di Vannacci, se Trump o Putin o tutti e due. Il futurista, che si presenta come anti-élites internazionali, si è detto un convinto atlantista. Questo posizionamento è già stato una bella sciagura per Giorgia, dato che la guerra economica che gli Stati Uniti (Biden prima, Trump poi) stanno portando all’Europa impedisce ogni spazio di ristrutturazione capitalistica seria, tanto più che quello che gocciola dal tavolo in Italia viene distribuito ai vari imprenditori-parassiti come mancetta elettorale. Il soffocamento del tessuto produttivo italiano nelle spire della trappola dello sviluppo territoriale è destinato ad accelerare, la domanda importante è se tutto questo produrrà un chiarimento degli interessi di classe e se ci saranno dei soggetti politico-sociali in grado di raccogliere queste spinte spesso celate alla vista dall’astensione dilagante.

Disclaimer: questo articolo si concentra sui fattori oggettivi che hanno determinato i fenomeni descritti, anche se a volte vi sono accenni alla composizione dei soggetti sociali. Allo scopo della riflessione che si vuole portare tutta una serie di aspetti soggettivi, culturali, ideologici e anche meramente politici sono stati escussi dal ragionamento. Sono state operate delle scelte, ma ciò non toglie che sarebbe utile e necessario approfondirli.

Qui la prima puntata

  1. https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/02/22/reggio-calabria-turbativa-dasta-in-concorso-chiesto-il-processo-per-il-deputato-della-lega-domenico-furgiuele/6502736/ ↩︎
  2. https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/03/06/covid-nei-verbali-il-no-degli-industriali-alla-zona-rossa-bonometti-ai-pm-disse-non-ricordo-poi-ammise-la-richiesta-a-fontana/7087802/ ↩︎
  3. https://www.carmillaonline.com/2015/09/29/vae-victis-germania-2-car-wars/ ↩︎
  4. https://www.milanofinanza.it/news/imprese-cribis-fallimenti-in-crescita-del-23-2-sul-2025-202604271858388202?refresh_cens ↩︎
  5. https://video.corrieredelveneto.corriere.it/roberto-vannacci-al-ristorante-di-spresiano-cena-e-dibattito-con-150-imprenditori/b83fd9d9-e1cb-4b30-a30d-aee4539d4xlk ↩︎
  6. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/07/03/alemanno-e-pozzolo-insieme-per-inaugurare-la-sede-di-futuro-nazionale-a-biella-delmastro-i-feudi-non-ci-sono-piu-alla-festa-ex-di-fdi-e-lega-ma-gli-iscritti-non-arrivano-solo-da-destra/8438169/ ↩︎

*Orizzonti è un progetto che mira a indagare le geografie del capitalismo in Italia ed ascoltare le voci dei conflitti e delle lotte nei territori periferici e provinciali. Crediamo che per conquistare un’efficacia, una rotta, una possibilità trasformativa efficace sia la nostra comprensione del sistema che ci sfrutta ed opprime rendendola il più possibile precisa, attuale e radicata.

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