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Dalla fabbrica al container: intervista a Sergio Bologna

Co-fondatore di riviste come Classe operaia e Primo Maggio e del gruppo Potere Operaio, Sergio Bologna esamina in quest’intervista la sua traiettoria intellettuale et politica. Dalle lotte in fabbrica negli anni ’60 ai movimenti contemporanei dei precari e dei lavoratori della logistica, passando per il movimento del ’77, Bologna intreccia storia dell’operaismo e storia delle lotte di classe in Occidente.

Potresti ritornare sulle differenti tappe che hanno scandito la storia dell’operaismo, dalla fondazione dei Quaderni rossi fino a Classe operaia?

Non vi è accordo tra di noi circa la periodizzazione della storia operaista. Secondo Mario Tronti questa storia termina nel 1966 con la fine di Classe operaia; secondo me si prolunga fino alla fine degli anni ’70. Il periodo 1961-1966 è senza dubbio quello durante il quale furono tracciate le linee fondamentali della teoria operaista da Romano Alquati, Mario Tronti e Antonio Negri. Raniero Panzieri fu anche lui un fondatore, ma non si è mai definito “operaista”. La questione della storia dell’operaismo è dunque controversa. Il mio punto di vista personale è il seguente: tra il 1961 e il 1966 sono state poste le basi della teoria; tra il 1967 e il 1973 si è cercato di verificare la capacità di queste teorie nel mobilizzare i movimenti sociali e la risposta – almeno per gli anni 1968-69 – non può essere altro che affermativa. Dopo il 1973, vedo da parte mia dei tentativi di andare oltre, dunque di superare l’operaismo ma nel senso di una certa continuità – nel caso di Toni Negri – o di trarre dall’operaismo delle conseguenze per degli ambiti culturali ampi e per dei segmenti di classe differenti dall’operaio-massa classico dell’industria automobilistica – è il caso di Primo Maggio, dove il patrimonio dell’operaismo fu rispettato in modo più “tradizionalista”.

L’esperienza di Classe operaia si è dunque fermata nel 1967. Che cos’è successo in seguito? Quali sono state le specificità del ’68 italiano? Come ti situavi in quest’epoca rispetto al PCI da una parte, e ai gruppi extra-parlamentari dall’altra?

Comincio col rispondere alla prima domanda. Che cos’è successo tra la fine di Classe operaia (1967) e la fondazione di Primo Maggio (1973)? Solamente sette anni, ma che hanno rappresentato la metà della mia vita, tanto furono intense le esperienze che feci allora. Avevo tentato di farne un racconto parziale nel 1988 in un articolo pubblicato su Il Manifesto, “Memorie di un operaista”. È appena stato tradotto in inglese. Riassumo dunque in modo telegrafico. Grande frustrazione dopo il rientro di Tronti e di altri nel PCI e la fine del progetto di Classe operaia. Sensazione di essere tradito. Ripresa del lavoro teorico. Settembre 1967, seminario di Negri a Venezia dove propongo il testo che sarà pubblicato da Feltrinelli cinque anni più tardi in Operai e stato. In questo testo si parla per la prima volta di operaio-massa (rivendico la paternità di questo termine). Ma prima di focalizzarmi sull’operaio-massa, avevo tentato di comprendere l’apparizione di nuovi tecnici di produzione, coloro che lavoravano all’applicazione della scienza nell’industria, white collars molto differenti dai vecchi impiegati. Li avevo conosciuti quando ero io stesso impiegato presso Olivetti come copywriter incaricato della comunicazione e della pubblicità del Dipartimento Elettronica. Avevo scritto per Classe operaia un articolo sulle lotte dei tecnici della manutenzione dei grossi computer sotto lo pseudonimo ridicolo di Sergio Trieste, inventato da Toni Negri. Inverno 1967, la rivolta degli studenti, vengo incaricato di tenere un corso alla Facoltà di Sociologia di Trento, guardato con diffidenza come operaista dagli studenti anti-autoritari e fortemente influenzati dai movimenti guerrilleros dell’America latina. Ma intrattenevo degli ottimi rapporti con degli studenti-lavoratori, salariati in azienda. Incomincio così a reclutare dei nuovi militanti per il progetto operaista, ricomponendo il tessuto dei contatti di Classe operaia a Milano, Lodi, Varese, Como, Monza, Pavia…

Maggio ’68, la Francia. Io e Giairo Daghini partiamo per Parigi, e vi rimaniamo fino alla fine di maggio. Al ritorno, lavoro all’articolo che sarà pubblicato dai Quaderni Piacentini (ristampato da DeriveApprodi nel 2008). Questo articolo scatena un’enorme discussione nelle facoltà occupate. Poco a poco, le idee operaiste marginalizzano le tendenze antiautoritarie e terzomondiste. In particolare nelle facoltà scientifiche, interessate anche al nostro discorso sui tecnici. La rivolta operaia si prepara nell’industria della chimica, a Porto Marghera con Potere Operaio veneto-emiliano e a Milano con il Comitato di Base Pirelli. Redigo due opuscoli, il primo “Lotte alla Pirelli” è la trascrizione di una lunga intervista con uno dei fondatori del Comitato di base, il secondo “Lotta alla SNAM Progetti” è la cronaca dell’organizzazione autonoma dei tecnici di laboratorio nell’industria petroliera dello Stato raccontata da loro stessi. All’inizio del 1969 la nostra strategia è chiara: far scoppiare la Fiat, ma con quale strumento? Un giornale. Il primo numero di La Classe esce il 1° maggio 1969. Il mio articolo indica il bersaglio: la Fiat. Sappiamo che vi è agitazione, che la tensione sale, che vi sono degli scioperi di diverse squadre. Mario Dalmaviva, studente-lavoratore di Trento, che si è appena appropriato dei concetti operaisti, delle idee di base, ma che non ha alcuna esperienza politica, comincia a fare agitazione davanti ai cancelli di Mirafiori – all’epoca una fabbrica di 40 000 persone. Dopo una settimana, fa delle riunioni con decine di operai: è l’inizio di ciò che diverrà nel giro di quindici giorni l’Assemblea operai-studenti. I leader delle facoltà occupate di tutta Italia convergono su Torino. Durante due mesi, giugno e luglio 1969, le fabbriche Fiat di Mirafiori e Rivalta sono sotto la pressione di una presenza costante di studenti e di militanti, che forniscono sostegno e coordinazione alle decine di lotte parziali che gli operai hanno imparato ad organizzare loro stessi. Durante tutto quel periodo sono a Torino. A inizio delle vacanze, la città è ancora sotto il controllo dell’autonomia operaia. Nel mese di agosto i sindacati si riorganizzano e, a settembre, lanciano la lotta per il contratto nazionale di lavoro della metallurgia. È l’“autunno caldo”. Veniamo marginalizzati, i sindacati hanno ripreso il controllo. La nostra reazione consiste nel serrare le fila, nel rinchiuderci in una piccola organizzazione bolscevica, in un partito piccolo piccolo. È la nascita di Potere operaio e di Lotta continua, le due anime dell’Assemblea operai-studenti. Nel gennaio 1970 Potere operaio si struttura, un segretariato di tre persone (Negri, Piperno ed io). Ma l’organizzazione non avanza. A settembre Alberto Magnaghi è nominato segretario generale; dal canto mio, prendo le distanze: la simulazione, o perfino la caricatura di un partito non mi interessa. Porto con me quasi tutti i vecchi compagni di Milano e molti dei nuovi, come i tecnici dell’industria petroliera. Erano presenti non soltanto nelle fabbriche, nei laboratori e nelle piattaforme off-shore, ma anche nel loro quartieri, la città satellite di San Donato Milanese. Sono stordito, anni interi di lavoro militante a tempo pieno mi hanno fatto perdere la dimensione individuale, del privato. La frustrazione e l’amarezza rispetto a ciò che mi appare come la fine del progetto operaista sono moltiplicati dalla sensazione di aver lasciato nelle mani di tendenze che mi erano estranee qualcosa che avevo costruito attivamente. Il 1971 fu un anno di transizione e di malessere, ma anche di solitudine, ciò mi ha permesso di riflettere e di ricostruire un quadro mentale, ritornando sul mio lavoro di storico e ritrovando negli archivi la pace, la serenità di cui avevo bisogno. Nel 1972 mi sposo e nel 1973 nostra figlia Sabina viene a riempirci di gioia; nel frattempo ero riuscito a ricomporre un tessuto di nuove relazioni, che hanno permesso la realizzazione del progetto di Primo Maggio: rivista di storia militante, il cui primo numero esce verso metà 1973. Avevo trovato il modo di fornire continuità al mio percorso operaista. Il primo risultato fu il saggio su Marx e le crisi bancarie (“Marx corrispondente della ‘New York Daily Tribune’, 1856-57”), da cui emergerà il formidabile gruppo di lavoro sulla moneta di Primo Maggio (Lapo Berti, Marcello Messori, Christian Marazzi, Franco Gori, Andrea Battinelli, Mario Zanzani, Fabio Arcangeli, Roberta Bartolini, Serena Di Gaspare). Dei grandi economisti italiani come Claudio Napoleoni e Augusto Graziani entreranno in dialogo con noi, ma anche Suzanne de Brunhoff in Francia, Jochen Reiche in Germania. La sede della rivista è a Milano, vicino alla Libreria Calusca di Primo Moroni, che diventa anche il suo editore.

Che cos’ha motivato la creazione di Primo Maggio? Quali erano le principali linea di ricerca e quali gli orizzonti teorici e politici?

C’era una ragione teorica e una ragione politica. Volevamo vedere se l’approccio operaista era capace di inaugurare una nuova metodologia di ricerca nell’ambito della storia. Sono storico di formazione, ho lavorato soprattutto sulla storia tedesca contemporanea (Repubblica di Weimar, Nazionalsocialismo) et ho insegnato “Storia del movimento operaio” all’Università di Padova. Volevamo lavorare sul ruolo dello storico nella società, sullo sfruttamento del giudizio storico nel dibattito politico attuale (ciò che in Italia viene definito l’“uso politico della storia”). In particolare, volevamo lavorare sui dei passaggi poco conosciuti della storia del movimento operaio, come i movimenti dei “wobblies” negli Stati Uniti tra gli anni 1900-20, dove numerosi immigrati italiani giocarono un ruolo importante come agitatori e organizzatori. I migliori specialisti italiani di storia americana hanno pubblicato articoli su Primo Maggio (Bruno Cartosio, Ferruccio Gambino, Peppino Ortoleva, Nando Fasce, Alessandro Portelli, ecc.). Ma la redazione non era composta esclusivamente da operaisti della prim’ora – per la maggior parte, dei compagni che avevano partecipato all’esperienza di Classe operaia e di Potere operaio ma che avevano lasciato l’organizzazione o molto presto, come me (1970), o poco prima della sua dissoluzione (1973). Abbiamo lavorato con degli storici che, come Cesare Bermani, venivano da una tradizione differente, quella delle ricerche antropologiche sulle culture popolari, sulla storia orale. Bermani sarà il secondo direttore di Primo Maggio dopo me, negli anni ’80. Abbiamo anche lavorato con degli storici e militanti come Marco Revelli, che veniva da Lotta continua.

La ragione politica, riguardava il rifiuto del lavoro nelle organizzazioni dei gruppi come Potere operaio, Lotta continua, Avanguardia operaia, marxista-leninisti, ecc., in quanto stavano diventando delle imitazioni grottesche dei grandi partiti politici, troppo settarie e limitate rispetto alla complessità e all’estensione del movimento di rivolta nel paese. Rischiavano di diventare delle organizzazioni “bolscevico-spontaneiste”, che volevano fare la rivoluzione politica nel senso classico. Al contrario, noi volevamo cambiare le mentalità, i sistemi di valori, il dispositivo intellettuale, volevamo montare un circuito culturale alternativo – ecco spiegato il nostro legame molto forte con la rete delle librerie alternativo, il cui centro d’irradiazione era la Libreria Calusca di Primo Moroni a Milano, che era anche, come ho appena detto, l’editore e il distributore di Primo Maggio. Posso affermare con orgoglio che oggigiorno i giovani più impegnati nei movimenti sociali trovano ancora nelle pagine di Primo Maggio qualcosa che parla loro [Su Primo Maggio vedi Cesare Bermani, La rivista Primo maggio (1973-1989), DeriveApprodi, 2010 NdT].

La rivista includeva un gruppo di lavoro sulla moneta. Perché concentrarsi su quest’oggetto nel contesto di allora? E quale è l’attualità di queste ricerche nel capitalismo finanziario di adesso?

La ragione per la quale abbiamo costituito il gruppo sulla moneta è duplice. Innanzitutto, si trattava di proseguire il lavoro teorico che avevo intrapreso con il mio saggio su Marx e il terzo libro del Capitale (“Marx corrispondente della ‘New York Daily Tribune’, 1856-57”). L’operaismo degli anni ’60 aveva lavorato sul primo e, in particolare, sul secondo libro del Capitale (mi riferisco a Operai e capitale di Tronti). Dal canto mio, volevo colmare un vuoto e lavorare sulla teoria del credito del terzo libro, dunque sulla finanziarizzazione. Seguendo una suggestione di Rosdolsky, avevo analizzato gli articoli che Marx aveva scritto nella “New York Daily Tribune”, che erano considerati come delle semplici occasioni per guadagnare un po’ di denaro da parte di un Karl Marx sempre tormentato da problemi economici. Dunque, dei lavori senza interesse. Io, al contrario, ho avuto l’impressione che questi articoli erano importanti per la genesi della sua teoria del credito. Hanno rappresentato un passaggio fondamentale per la redazione del terzo libro del Capitale. Il risultato di queste ricerche fu pubblicato subito in Primo Maggio e dopo presso Feltrinelli nel 1974 all’interno del libro Crisi e organizzazione operaia (riedito da DeriveApprodi nel libro Banche e crisi. Dal petrolio al container, 2011). E davvero un peccato che il mio lavoro non abbia mai trovato dei buoni traduttori all’estero, perché ho avuto la sensazione di aver apportato qualcosa di nuovo alla riscoperta di Marx durante gli anni della contestazione. La seconda ragione era lo scoppio della crisi petroliera del 1973-74 e tutta la discussione sulla “politica dei redditi”, sulle misure di austerità dei governi dell’epoca, sui vincoli monetari, sulla creazione di denaro ex nihilo – argomenti di scottante attualità. Anche qui Primo Maggio era trent’anni avanti rispetto alla cultura di sinistra. Si tratta della forza dell’approccio operaista, una prova che la storia dell’operaismo non finisce nel 1966, come pretende Tronti, ma prosegue molto oltre, almeno fino alla fine degli anni ’70. E poi, bisogna sottolineare come l’esperienza di Primo Maggio non ha niente a che vedere con Potere operaio. Vi erano differenti linee di sviluppo dell’approccio operaista. Identificare l’operaismo italiano degli anni ’70 solamente con Potere operaio o con l’Autonomia operaia, è deformare la realtà e farci torto.

Nel tuo articolo “Composizione di classe e teoria del partito alle origini del movimento consiliare”, analizzi il passaggio dall’operaio di mestiere all’operaio-massa e i germi della perdita di centralità di quest’ultimo. Questa teoria solleva almeno due questioni: innanzitutto, quale figura soggettiva è sorta dopo l’operaio-massa? E poi, non bisognerebbe cercare di pensare la contemporaneità e l’articolazione tra le differenti soggettività messe al lavoro dal capitale, anziché la loro successione lineare? Che cosa ciò implicherebbe da un punto di vista storiografico e politico?

Abbiamo cominciato a vedere la lente dissoluzione dell’operaio-massa nei movimenti dei precari del 1977 in Italia, quando, per la prima volta, si è annunciato il passaggio tra fordismo e post-fordismo. È evidente che non vi è successione lineare nel passaggio da una formazione sociale all’altra, com’è evidente che l’attuale post-fordismo in Occidente contiene degli importanti resti fordisti ed è evidente che l’operaio-massa continui ad esistere in certi settori industriali, ma è un soggetto sociale, non più un soggetto politico. A partire dal 1977, con l’articolo “La tribù delle talpe”, pubblicato su Primo Maggio – articolo che ha provocato nella redazione una discussione che sarebbe potuta terminarsi con una rottura – ho cominciato a concentrare la mia attenzione sulle forme del lavoro post-fordiste fino al momento in cui, espulso dall’insegnamento universitario, sono diventato io stesso un lavoratore indipendente, un freelance, e ho compreso la grande differenza tra lavoro salariato e lavoro indipendente. È in questo momento che ho cominciato la mia nuova attività, tanto dal punto di vista intellettuale e professionale che dal punto di vista dell’impegno nel movimento internazionale dei freelance. Ma coerentemente con il mio passato operaista. Ho raccontato questo percorso di vita in due piccoli libri pubblicati nel 2015 da Asterios di Trieste, di cui esiste una traduzione in inglese (Knowledge Workers e La New Workforce).

Potresti precisare maggiormente il contenuto di “La tribù delle talpe” e le poste in palio politiche di questo intervento?

Questo articolo è un’esplorazione dell’ignoto, come lo è stato per me il movimento del ’77: un mondo in cui l’idea di lavoro era completamente differente rispetto alla tradizione del movimento operaio, un mondo molto lontano dal territorio su cui l’operaismo aveva concentrato la sua attività. Parlavano di rifiuto del lavoro, ma noi avevamo piazzato il rifiuto del lavoro all’interno della fabbrica, mentre il movimento del ’77 non voleva sentire parlare di fabbrica. Questo articolo è uno sforzo, compiuto da qualcuno che all’epoca aveva quarant’anni, di mettersi nella pelle di un giovane di vent’anni. La mia preoccupazione era soprattutto di evitare la formula “dialogo tra generazione”, la quale costituisce un approccio debole e a volte ridicolo, che scivola quasi sempre verso il paternalismo. Volevo giungere a capire il processo mentale che conduceva i giovani del movimento del ’77 a pensare in un certo modo, i loro sentimenti, e trovarvi una razionalità e una corrispondenza con le tendenze dell’epoca. Grazie a questo approccio, sono giunto a comprendere il post-fordismo, grazie ai comportamenti dei giovani del ’77, grazie al loro modo di esprimersi, ho compreso che vi era un “post-fordismo dal basso”. I precari di oggi messi ai margini del mercato del lavoro sono i figli delle persone del ’77 che volevano essere precarie. Per poter capire il movimento del ’77 bisognava cambiare lenti, levarsi gli occhiali operaisti, rinunciare a considerare la classe operaia come il solo soggetto sul quale si poteva appoggiare la speranza di un processo di liberazione. Tutto ciò ha sollevato delle forti opposizioni all’interno della redazione, soprattutto da parte dei compagni di Torino molto influenzati dalla situazione della Fiat; vi è stato un dibattito intestino e per un certo lasso di tempo ho creduto che la rottura fosse inevitabile. Loro stessi avevano chiaramente compreso che la frammentazione crescente della forza-lavoro avrebbe indebolito le lotte operaie e creato un rapporto di forza tra le classi favorevole al capitale. Si trattava di due modi differenti di vedere lo stesso problema. Loro, vedevano solamente gli aspetti negativi del futuro, io pensavo che si poteva ancora lavorare con gli strumenti operaisti. Questo articolo rappresenta, nel mio percorso personale, la prima tappa della ricerca che mi ha condotto negli anni ’90 a formulare le tesi sul “lavoro autonomo di seconda generazione”. E se oggi, quasi ottantenne, trovo ancora l’entusiasmo per impegnarmi nel movimento dei freelance, lo devo probabilmente a questo vecchio intervento pubblicato su Primo Maggio.

Per concludere, come sei giunto a interessarsi alla logistica? Qual è il suo ruolo nella circolazione mondiale delle merci? E qual è l’importanza dell’organizzazione dei lavoratori in questi settori dell’accumulazione del capitale?

La rivista Primo Maggio aveva due gruppi di ricerca specializzati, uno sulla moneta e l’altro sui trasporti delle merci, che si occupava a) di analizzarne le trasformazioni tecniche (in un periodo in cui pochi sapevano cosa fosse un container marittimo, noi pubblicavamo degli articoli sulla storia del container), b) di documentare le lotte operaie in questo ambito (da cui il mio legame che persiste tutt’ora con il mondo dei portuali), c) di ricostruire i grandi movimenti di sciopero del passato (dei tranvieri, dei camionisti, dei manutentori, ecc.). I lavori di questo gruppo hanno dato luogo a due pubblicazioni, “Dossier moneta” e “Dossier trasporti” (1978-79). Due anni dopo ho abbandonato l’Italia, affidando la direzione della rivista a Cesare Bermani. Ho innanzitutto vissuto a Brema come visiting professor, poi un anno a Parigi. Brema, citta di grande tradizione marittima che risale al Medioevo (la Liga Anseatica) è oggi la sede della potente Associazione della Logistica Tedesca, BVL. Ciò ha accresciuto il mio interesse per il trasporto, che è una componente fondamentale della catena logistica. A Brema ho imparato molto dal punto di vista metodologico e operativo, ma ancor più a Parigi, dove ho incontrato i migliori specialisti francesi, che mi hanno accolto nella loro rete internazionale di ricerca e con i quali ho lavorato fino al 2012-13. Rientrato in Italia nel 1985, sono stato in disoccupazione, perché l’Università di Padova mi aveva licenziato, e, forte delle mie relazioni internazionali, ho avuto l’idea di aprire un piccolo ufficio di consulenza con dei colleghi per poter sopravvivere. Durante una decina d’anni, non ho lavorato che su progetti all’estero, fino a quando all’improvviso il mercato italiano si è aperto per me e, in poco tempo, mi sono ritrovato a redigere il Piano Nazionale dei Trasporti e della Logistica presso il Ministero sotto il governo Prodi nel 1996. La mia carriera professionale come consulente mi ha compensato della miseria della mia carriera accademica.

Mi avete chiesto se la logistica è importante nel mondo capitalista attuale: eh sì, credo sia sufficiente dire che la si chiama the physical Internet. Senza logistica non vi è globalizzazione, è il suo supporto materiale, mentre le tecnologie digitali sono il suo supporto immateriale. L’organizzazione internazionale del lavoro (ILO) stima che a livello mondiale vi siano 450 milioni di persone che lavorano in ciò che si chiama the Global Supply Chain. Negli ultimi anni, la conflittualità è aumentata in questo ambito. Poco a poco, questa forza-lavoro comincia a rivendicare delle migliori condizioni. Vi sono state delle lotte straordinarie nei porti, per esempio (Los Angeles, Long Beach tra 2012 e 2014; a Hong Kong nel 2013, dove sono entrati in sciopero dei portuali senza sindacato né esperienze di lotta; a Rotterdam nel gennaio 2016, ecc.). In Italia abbiamo un’esperienza formidabile presso i manutentori delle piattaforme della Grande Distribuzione, composte al 99% da immigrati, organizzati a lungo in false cooperative spesso controllate dal crime organizzato, senza contratto, senza diritti. Tutto ciò è saltato quando dopo il 2010 delle organizzazioni di base, come AdL Cobas di Padova o Slai Cobas di Bologna, hanno cominciato a organizzare questi lavoratori, a bloccare con dei picchetti “duri” i centri della Grande Distribuzione e a imporre delle negoziazioni ai padroni, resistendo a una repressione violenta da parte dell’establishment, che aveva tollerato una situazione d’illegalità e di violazione dei diritti dei lavoratori durante vent’anni. Ritrovo tra questi nuovi sindacalisti dei vecchi militanti usciti dal grande ventre dell’Autonomia Operaia che avevo conosciuto a Padova e che all’epoca avevano letto con grande interesse il “Dossier trasporti” di Primo Maggio…

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