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La frana in Molise e il prezzo della speculazione sui territori

Nonostante le aspettative tragiche del nostro governo, che prevedeva mesi e mesi di lavori per ripristinare la viabilità della costa adriatica, l’autostrada e la ferrovia nei pressi di Petacciato sono state riaperte entro 5 giorni dalla frana. Questo, tuttavia, fa emergere forti contraddizioni circa il monitoraggio e la tutela dei territori a rischio idrogeologico.

Quasi una settimana fa si riattivava una delle frane più note e longeve della nostra penisola: la frana di Petacciato. Conosciuta da più di un secolo, si riattiva periodicamente ogni 15-20 anni. Proprio in virtù del suo lento ma evidente movimento, è forse la frana più monitorata della storia italiana: la geologia si è spesa parecchio, negli ultimi 40 anni, per studiare le sue caratteristiche geomorfologiche ed eventuali risposte tecnico-normative. Si è trattato dunque di un evento prevedibile, e in effetti l’intervento manutentivo è stato piuttosto rapido. Quello che dobbiamo chiederci, tuttavia, è per quale motivo non ci siano stati interventi di prevenzione sul territorio. A fronte di un rischio conclamato e di studi piuttosto vasti – se comparati agli investimenti di ricerca sulla frana Niscemi, per esempio -, anche incentrati su potenziali soluzioni che arginassero il fenomeno, le amministrazioni comunali, regionali e nazionali non hanno mai messo in piedi i progetti proposti. Il primo, e più rilevante, risale persino al 2002. Riaggiornato e riproposto nel 2015, con un investimento pari a 40 milioni di euro, non è mai entrato nella fase di attuazione. Stupisce quindi che il sindaco di Petacciato parli ora di iniziare ad avviare progetti per mitigare gli effetti della frana.

Il dato sconcertante è che non si tratta di un caso isolato. Su 680mila frane conosciute – un numero piuttosto elevato di rilevazioni, se paragonato anche solo ad altri paesi europei – soltanto lo 0,15% sono monitorate. In un paese come l’Italia, in cui il pericolo sismico e idrogeologico interessa il 94% dei comuni, è un numero irrisorio. Le politiche dei governi, non solo di Meloni&Co, non nascondono questa deficienza. Ogni qualvolta che eventi di questo tipo finiscono sulle pagine dei giornali con morti e miliardi di euro di danni, la reazione è sempre emergenziale. Anche su questo piano, tuttavia, la situazione non è rosea. Come dimostra questo studio di Greenpeace, a fronte di 19 miliardi di euro di danni tra il 2015 e il 2024, i governi ne hanno spesi soltanto 3,1 per intervenire sui territori interessati e coprire i costi. Circa il 17%.

Anche per quanto riguarda la prevenzione, non esiste un piano concreto per far fronte al fenomeno, per altro sempre più diffuso. La crisi climatica è infatti un importante fattore dell’aumento di alluvioni e frane: queste ultime sono spesso causate dalle forti piogge a seguito di lunghi periodi di siccità.

I ritardi nell’approvazione del Piano Nazionale di adattamento al cambiamento climatico evidenziano un disinteresse rispetto ad un fenomeno che diventa sempre più una normalità. Il Piano si lega inoltre a doppio filo alla manutenzione delle infrastrutture urbane, ferroviarie e autostradali. In questo senso il silenzio di Salvini, sempre pronto a sparare slogan altisonanti su qualsiasi notizia gli capiti a tiro, mostra un disinteresse politico nel prendere iniziative in materia, al di là della propaganda becera.

Il definanziamento alle politiche relative al clima e alla tutela dei territori non è infatti una semplice mancanza di attenzione. Come spiega questo articolo, anche laddove si promuovono presunte politiche “ambientaliste” o di rigenerazione urbana, i fattori principali nelle decisioni sono la possibilità di speculazione da parte di privati e un subdolo greenwashing retorico.

Così come è intenzionale che la ricerca, attraverso il FFO, perda progressivamente finanziamenti nelle manovre di bilancio. Questo, oltre a risultare un danno importante per l’università pubblica, danneggia soprattutto i dipartimenti come Scienze della Terra e geologia, che non rientrano nei piani di ristrutturazione economica del governo e, pertanto, diminuisce progressivamente lo studio di una disciplina centrale per dare concretezza a piani di preservazione dei territori.

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pubblicato il in Crisi Climaticadi redazioneTag correlati:

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