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“Ribellarsi è giusto”. L’orizzonte di Fidel Castro e della Rivoluzione Cubana

Con la morte di Fidel Castro si chiude senza dubbio un’epoca, o piuttosto un particolare segmento di un’epoca. Ciò che non si chiude è invece il dibattito sull’attualità delle diseguaglianze che formano il sistema-mondo, la necessità di mettere in campo percorsi di trasformazione dell’esistente che la Rivoluzione Cubana ha simboleggiato.

Questioni aperte in conflitto con ogni teorico della fine della storia, che oggi nel profondo di questa crisi politica e sociale festeggia per la scomparsa della figura che ha saputo incarnare la fiera resistenza contro l’imperialismo americano dei governi-fantoccio e delle repubbliche delle banane; che ha saputo rompere lo strettissimo cappio che stringeva la sua popolazione, riuscendo a comunicare in maniera potentissima il suo messaggio ad ogni altra popolazione oppressa; che ha saputo, insieme ad altri giganti come Ernesto Guevara, Raul Castro, Camilo Cienfuegos, rovesciare quell’esistente per imbarcarsi nel tentativo di costruirne uno nuovo, in una piccola isola dei Caraibi ma con lo sguardo rivolto al resto del mondo.

Il giudizio storico su Cuba e sulla sua esperienza ha troppe variabili per essere pienamente valutato: come parlare dei problemi, innegabili, dell’economia del paese senza approfondire la questione dell’embargo assassino statunitense? Come poter slegare la parabola del governo castrista dal contesto geopolitico della Guerra Fredda e dei vincoli che da questo derivavano? Su questo tanto ancora sarà da ricercare e da scrivere, fuori da sguardi di bottega e dalla appropriazione di questa o quell’altra narrazione.

Ciò che interessa è sottolineare è l’importanza del messaggio rivoluzionario che le figure di Fidel e dei suoi compagni di lotta hanno diffuso, e che vive ancora oggi nel mondo intero e in particolare in quella America Latina alle prese con le contraddizioni e la durezza della fase attraversata dai socialismi del XXI secolo.

Vogliamo allora riproporre questo testo, ripreso da armati.info, nel quale è proprio sulla portata storica della Rivoluzione Cubana di Castro che ci si concentra, insieme al suo messaggio di giustizia e dignità rivoluzionaria. Che è quello che, senza timore di smentite, permette a Fidel Castro di essere, già oggi, assolto dalla Storia.

 

“Ribellarsi è giusto”. L’orizzonte di Fidel Castro e della Rivoluzione Cubana

Si potrebbe parlare del 10 ottobre del 1868 e sostenere di trovarsi in quel di Yara, la cittadina della provincia di Oriente dalla quale Carlos Manuel de Céspedes y Quesada aveva lanciato il famoso «grido» con cui si invitavano tutti i cubani a imbracciare le armi e a lottare per l’indipendenza. Non fosse stato chiaro in quel momento, ci avrebbe immediatamente pensato Antonio Maceo, il «Titano di bronzo», uno dei comandanti del primo esercito rivoluzionario, a precisare che «la libertà non si mendica, ma si conquista con il filo del machete».

In realtà, quasi un secolo divide il periodo glorioso in cui a Cuba si iniziava a combattere per abolire la schiavitù e per cacciare gli spagnoli rispetto al momento in cui un pugno di giovani male armati, capitanati dall’avvocato Fidel Alejandro Castro Ruz, decide di assaltare la caserma Moncada e la stazione militare di Bayamo con l’intenzione di incitare il popolo e l’esercito alla ribellione, sconfiggere il dittatore Fulgencio Batista, instaurare un governo rivoluzionario e, finalmente, grazie all’adozione di precise misure politiche ed economiche, dare un senso compiuto alla tanto sospirata «indipendenza» e alla così a lungo agognata «libertà».

I giorni di Fidel Castro sono quelli successivi al 26 luglio del 1953 quando, alle 5 e 15 del mattino, era stato lanciato il coraggioso attacco agli obbiettivi militari prescelti e quando, subito uno sfortunato rovescio, il manipolo di ribelli era stato costretto a organizzare una veloce ritirata, braccato dai soldati di Batista, immediatamente pronti a uccidere e a torturare, a sparare colpi a bruciapelo su prigionieri inermi ma anche a cavare occhi e a strappare testicoli per ottenere impossibili confessioni pur di mantenere un regime fondato sul più bieco nepotismo e sulla corruzione dilagante e generalizzata dei pochi approfittatori a cui appartenevano le leve del potere.

Sconfitti, ma come si vedrà niente affatto vinti, i resti della piccola avanguardia castrista – cioè il nocciolo duro del Movimento «26 luglio» – si ritroveranno, rigorosamente isolati, nelle celle di un carcere e quindi, in momenti diversi, alla sbarra degli imputati nel tribunale improvvisato all’interno della Sala delle Infermiere dell’Ospedale «Saturnino Lora» di Santiago di Cuba, il luogo in cui Fidel pronuncerà il discorso divenuto famoso in tutto il mondo con il titolo di La storia mi assolverà.

In realtà, nella Sala delle Infermiere, tutto sembrava sapientemente e violentemente orchestrato dal regime affinché la voce del malcontento popolare raccolta dal Movimento «26 luglio» fosse soffocata nel silenzio insieme alle istanze della parte più progressista della gioventù cubana; quella «Generazione del Centenario» che, a cento anni dalla nascita di José Martí, era pronta a battersi per pretendere le conquiste sociali già annunciate da «L’Apostolo» dell’indipendenza, ma, nei fatti, disattese da governi asserviti al proprio tornaconto personale oltre che al giogo dei nuovi padroni statunitensi e agli interessi dei vari potentati economici e mafiosi, colpevoli di aver trasformato Cuba in un bordello a cielo aperto, sempre pronto a soddisfare i voraci appetiti dei corrotti signori locali e/o dei ricchi turisti e uomini d’affari nordamericani.

Così, mentre le multinazionali della frutta prosperavano sulle spalle dei contadini e le aziende statunitensi del telefono e dell’elettricità pretendevano dalla popolazione cubana tariffe triple rispetto a quelle applicate nella madrepatria, a Cuba una fascia sempre più ampia di sottoproletariato urbano e rurale pativa la fame, sopravvivendo a stento in capanne senza né acqua né luce o in misere baraccopoli mancanti di tutto, preda dell’analfabetismo di massa e della piaga endemica della disoccupazione.

La situazione – gravissima – non poteva certo definirsi «casuale». Al contrario, non era altro che la diretta conseguenza della realtà neocoloniale: un assurdo sistema che rapinava (e continua a rapinare) i paesi come Cuba delle loro materie prime per poi derubarli una seconda volta, rivendendo a prezzi maggiorati il frutto delle lavorazioni industriali eseguite esternamente. In teoria si tratta di un perfetto strumento di sfruttamento e di dominio, nella pratica – come è stato dimostrato – soltanto una feroce «tigre di carta», capace di perpetuarsi a patto di mantenere (a spese dei dominati) un implacabile esercito di dominatori e, a livello ideologico, di spacciare come «giusto», «normale» o «naturale» ciò che, in realtà, è il frutto amaro dello sfruttamento e dell’arbitrio.

Questa è la situazione in cui, dopo settantasei giorni di isolamento, il 16 ottobre del 1953, Fidel Castro prende la parola. Il Pubblico Ministero si è già espresso spendendo appena qualche minuto per chiedere nei confronti del leader del Movimento «26 luglio» ben ventisei anni di carcere. Che una simile pretesa si fondi su un testo di legge contrario alla stessa Costituzione cubana, stravolta dopo il colpo di Stato di Batista del 10 marzo del 1952, non sembra avere nessuna importanza. E che esercitare il proprio diritto alla difesa all’interno di un finto tribunale, circondato da militari armati fino ai denti, sia quanto meno una beffa, non crea alcun problema al regime di Batista, per il quale il processo a Castro e al «26 luglio» è soltanto l’ultimo atto di un copione repressivo già messo in scena con successo. Invece, messo con le spalle al muro, Castro non accetta neppure per un minuto di vestire i panni della vittima predestinata. Al contrario, il futuro Líder Máximo della rivoluzione cubana capovolge i termini della questione e, da accusato, si trasforma in accusatore, ridicolizzando la giurisprudenza di Batista insieme ai suoi strumenti di dominio e alla sua ideologia totalitaria. In questo modo, la liquidazione dell’opposizione diventa l’inizio della fine per la dittatura che regge le sorti dell’Isola: un passaggio che sarebbe un grave errore considerare di semplice natura retorica, venendo a fondarsi, all’interno del discorso di Castro, su una strategia ben precisa, destinata a demolire le armi dell’avversario e, contemporaneamente, a indicare una precisa alternativa politica per la gestione dei destini di Cuba. Rispetto a questo discorso, i punti salienti de La storia mi assolverà, riguardano:

– Le forze messe in campo dal nemico

Non ha nessuna importanza, nota Castro, che il regime di Batista possa contare sulla protezione di un esercito ben armato e ben addestrato, e su un servizio di spionaggio foraggiato con milioni di pesos. La storia (non solo) cubana – insieme all’attualità della protesta sociale in America Latina – insegna che un esercito più numeroso di quello di Batista, cioè l’esercito spagnolo, è già stato sconfitto da cubani disposti a lottare persino a mani nude oltre che a colpi di machete. Perché: «Così lottano i popoli quando vogliono conquistare la loro libertà: lanciano pietre contro gli aerei e capovolgono i carri armati!».

– La definizione delle parti in lotta

La visione castrista è quanto mai chiara. Il campo della battaglia è diviso tra due schieramenti. Da una parte l’esigua minoranza degli oppressori e i loro sostenitori, cioè: «Quegli strati agiati e conservatori della nazione sempre pronti a inchinarsi davanti al padrone di turno fino a spaccarsi la fronte per terra»; dall’altra la stragrande maggioranza degli oppressi, vale a dire l’intero «popolo», che si definisce come tale – superando qualunque mistica reazionaria fondata sul «sangue», sulla «lingua» e sul «territorio» – proprio nel momento in cui riconosce se stesso all’interno di una «comunità in lotta».

– I limiti della legalità

Il processo al «26 luglio», da un punto di vista strettamente giuridico, è di per sé frutto di un paradosso. Come è possibile infatti che un regime – quello di Batista – apertamente fondato sulla violazione della Costituzione cubana, stravolta dal colpo di Stato del 10 marzo, si possa permettere di giudicare nei termini della legge chi a quella Costituzione si richiama e che quella Costituzione difende? E come possono i rappresentanti di un pugno di sfruttatori ergersi a pontefici della voce della massa di sfruttati; processare cioè quello stesso «popolo» a cui tutti i poteri dovrebbero essere costituzionalmente demandati?

– Il diritto alla ribellione

È il passaggio a cui Fidel Castro dedica maggiore energia, evidentemente sulla scia della convinzione che sconfiggere l’ideologia del nemico sia più difficile che avere la meglio su un esercito di uomini armati. Compiendo l’impresa, l’arringa di Castro si trasforma in un saggio di storia del diritto costituzionale che, partendo dagli albori greco-romani, si spinge fino alle dottrine politiche contemporanee. L’analisi di Castro è estremamente interessante perché tutta protesa a cogliere i passaggi che, storicamente, consentono di dare corpo al diritto alla ribellione. Da San Tommaso, che nell’ambito del conflitto tra Chiesa e Impero riconosceva ai sudditi la possibilità di ribellarsi ai tiranni se i loro ordini si fossero posti contro la legge di Dio, fino al Thomas Paine padre dell’indipendenza degli Stati Uniti, che invitava alla ribellione chiunque si trovasse assoggettato a un regime nemico del principio dell’uguaglianza degli uomoni, passando per i riformatori luterani, i monarcomani liberali e gli illuministi. Pensatori estremamente diversi, ma legati a uno stesso filo rosso e a un’identica considerazione. Perché tutti coloro che a vario titolo hanno contribuito a dare corpo al motto «ribellarsi è giusto» – che facessero riferimento a Dio, alla Libertà o all’Umanità – lo hanno fatto concependo le loro dottrine all’interno di un orizzonte più vasto di quello strettamente teoretico e speculativo. Un orizzonte «più vasto» abbracciato anche da Castro che, nel suo discorso, dopo aver ripercorso le principali tappe di quella che è stata la lotta mai conclusa per la liberazione della schiavitù dell’uomo sull’uomo, attraversa i concetti di «Patria» e di «Popolo» – eredità fondamentale delle lotte sociali e anticoloniali sudamericane – per arrivare a indicare l’unica prospettiva rivoluzionaria degna di questo nome: il Socialismo.

*

Nell’Accademia, come nel senso comune, accade spesso di sentire parlare della rivoluzione cubana e della stessa biografia di Fidel Castro alla luce di alcune fasi, contrassegnate da date precise. In modo particolare, il 2 dicembre del 1961, dopo aver sventato alla Baia dei Porci un colpo di Stato organizzato dalla cia (17 aprile 1961) e dopo aver nazionalizzato le raffinerie statunitensi che rifiutavano di raffinare il petrolio importato dall’Unione Sovietica, Castro parla alla Nazione definendo se stesso «marxista-leninista» e dichiarando «comunista» la natura della Rivoluzione.

Questo discorso, in sostanza, rappresenterebbe lo spartiacque tra un Castro animato da una sorta di socialismo utopistico di stampo quasi mazziniano e il Castro comunista contro il quale si scagliano i tanti detrattori reazionari, sempre pronti a gettare fango addosso alla rivoluzione cubana. Sconfessare i miopi demolitori del mito del comunismo tropicale, magari citando gli straordinari progressi cubani in tutti i campi del vivere civile, non è l’obbiettivo di questa introduzione. Più interessante, invece, è rileggere La storia mi assolverà per notare, dalla giusta distanza prospettica, come l’approdo di Cuba al socialismo non derivi in maniera diretta né dalle particolari condizioni geopolitiche degli anni della guerra fredda, né da una successiva elaborazione teorica compiuta dal Líder Máximo. Al contrario, proprio questo è «l’orizzonte» a cui tende il percorso rivoluzionario della Cuba di Castro, con una chiarezza talmente luminosa da rendere La storia mi assolverà un perfetto manuale pratico di avvicinamento al socialismo reale, una vera e propria guida alla realizzazione concreta di quanto pensato da Friedrich Engels in persona che, nel lavoro di preparazione alla redazione de Il Manifesto del Partito comunista, afferma chiaramente:

Prima di tutto la rivoluzione del proletariato introdurrà una costituzione democratica, e con questo strumento favorirà il dominio politico diretto o indiretto della classe operaia. (…) La democrazia sarebbe del tutto inutile per il proletariato se non venisse usata immediatamente come strumento per avanzare ulteriori rivendicazione che intacchino direttamente la proprietà privata e garantiscano l’esistenza al proletariato. Di queste misure, le più importanti, per come già adesso suggerisce la situazione vigente, sono le seguenti: 1. Limitazione della proprietà privata mediante imposte progressive, forti imposte di successione, abolizione della successione per via collaterale (fratelli, figli di fratelli ecc.), prestiti forzosi, eccetera. 2. Espropriazione graduale dei proprietari fondiari, degli industriali, dei proprietari di ferrovie e degli armatori navali, in parte mediante la concorrenza dell’industria nazionalizzata, in parte direttamente, tramite indennizzo in titoli di stato. (…) 7. Aumento delle fabbriche nazionali, delle officine, delle ferrovie e delle navi, dissodamento di tutti i terreni incolti e miglioramento di quelli già dissodati, nella stessa proporzione con la quale aumentano i capitali e gli operai a disposizione della nazione. 8. Educazione di tutti i ragazzi, a cominciare dal momento in cui possono fare a meno delle prime cure materne, in istituti nazionali e a spese della nazione. Educazione e lavoro di fabbrica insieme. 9. Costruzione di grandi palazzi sui terreni nazionali, destinati ad abitazioni collettive per comunità di cittadini impegnati nell’industria o nell’agricoltura, unificando in questo modo i vantaggi sia della vita cittadina che di quella rurale, senza condividere l’unilateralità e gli svantaggi di tutti e due i modi di vivere. 10. Demolizione di tutte le abitazioni e di tutti i quartieri malsani e malcostruiti. (…) Ovviamente tutte queste misure non possono essere attuate in un solo momento. Ma l’adozione di uno qualunque di questi provvedimenti comporterà sempre l’introduzione dell’altro. Una volta compiuto il primo assalto radicale contro la proprietà privata, il proletariato sarà costretto ad andare sempre più avanti, a concentrare sempre più nelle mani dello stato tutto il capitale, tutta l’agricoltura, tutta l’industria, tutti i trasporti, tutti gli scambi (Friedrich Engels, Il libretto rosso dei Comunisti, Red Star Press, 2012).

È Engels che scrive, eppure sembra di sentire Fidel Castro che parla nella Sala delle Infermiere. Nel momento in cui, sviluppando il ragionamento su cui si poggia la difesa per i fatti del 26 luglio, il Líder enuncia il «programma del Moncada», spiegando le celebri «cinque leggi rivoluzionarie» a cui si sarebbe uniformata la nuova politica cubana:

La prima legge rivoluzionaria restituiva al popolo la sovranità e proclamava la Costituzione del 1940 quale vera legge suprema dello Stato. In attesa che il popolo avesse deciso di modificarla e agli effetti della sua entrata in vigore e della condanna esemplare di tutti coloro che l’hanno tradita (…). La seconda legge rivoluzionaria concedeva la proprietà inconfiscabile e inalienabile della terra a tutti i coloni, i subcoloni, i fittavoli, i mezzadri e gli abusivi (…). La terza legge rivoluzionaria accordava agli operai e agli impiegati il diritto di partecipare al trenta per cento degli utili di tutte le grandi imprese industriali, commerciali e minerarie, zuccherifici inclusi (…). La quarta legge rivoluzionaria concedeva a tutti i coloni il diritto di partecipare agli utili della raccolta della canna da zucchero nella misura del cinquantacinque per cento (…). La quinta legge rivoluzionaria ordinava la confisca dei beni dei colpevoli di peculato e dei loro aventi causa o degli eredi relativamente ai beni ottenuti per testamento o ab intestato dalla dubbia fondatezza. (…) Queste leggi sarebbero state proclamate immediatamente e, una volta terminata la lotta e svolto un esame minuzioso del loro contenuto e dei loro effetti, sarebbero seguite un’altra serie di leggi e di norme fondamentali come la riforma agraria, la riforma della scuola e la nazionalizzazione del trust elettrico e del trust telefonico, con la restituzione al popolo delle eccedenze illegali che i monopoli hanno continuato a riscuotere con le loro tariffe e il versamento al fisco di tutte le somme estorte alla finanza pubblica.

Questo è il cuore del discorso di Castro, più che di una difesa, in effetti, si tratta di una rivendicazione per quanto accaduto il 26 luglio e, cosa ancora più importante, è questo il punto che segna la fondamentale differenza qualitativa tra la rivoluzione castrista e i conflitti per l’indipendenza e la libertà combattuti fino a quel momento a Cuba. Perché il Programma del Moncada è la base che consentirà a Castro e ai compagni del Movimento «26 Luglio» di passare dall’ammirevole e coraggioso socialismo di un Martí o di un Chibás ad un’altrettanto coraggiosa, ma concreta, azione rivoluzionaria. Un cambiamento reale che, non a caso, permetterà al «26 Luglio» di guadagnare una volta per tutte la giustizia sociale, inseguita dai cubani dai tempi della lotta per l’abolizione della schiavitù, e l’indipendenza politica, che per molte società sudamericane, schiacciate dall’ombra del gigante statunitense, resta ancora un mito. Allo stesso modo, il Programma del Moncada è l’orizzonte in cui tutto il celebre discorso castrista sulla rivoluzione e sulla libertà acquista senso. Il palco ideale sul quale, oggi come allora, è possibile affermare che «ribellarsi è giusto», sfidando i sempre severi giudici delle lotte sociali con una splendida affermazione: «Condannatemi pure. La storia mi assolverà».

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