InfoAut
Immagine di copertina per il post

Scacco matto in Iran. Washington non può invertire o controllare le conseguenze della perdita di questa guerra – di Robert Kagan

“L’aggiustamento globale a un mondo post-americano sta accelerando. La posizione un tempo dominante dell’America nel Golfo è soltanto la prima di molte vittime”.

Da Acta Media

Abbiamo tradotto questo articolo di Robert Kagan uscito su The Atlantic (https://www.theatlantic.com/international/2026/05/iran-war-trump-losing/687094/) lo scorso 10 maggio. Kagan è uno storico e politologo statunitense, cofondatore del Progetto per un nuovo secolo americano ed è stato consulente per la politica estera per alcuni candidati repubblicani alla Presidenza degli Stati Uniti. Kagan è un esponente molto ascoltato, ha sempre difeso l’interventismo americano e una politica estera aggressiva degli Stati Uniti. Proprio per questo il punto di vista esposto in questo articolo risulta interessante, inquadrando la “sconfitta” in Iran come parte di una più ampia incapacità strategica statunitense di porsi come attore egemonico planetario. Il tema della crisi egemonica americana è al centro oggi di un forte dibattito. Chi nega una vera crisi egemonica parla piuttosto di una trasformazione in corso: gli Stati Uniti resterebbero ancora al centro del sistema internazionale grazie alla loro superiorità militare globale, al ruolo centrale del dollaro e della finanza statunitense, alla densità delle loro alleanze come la NATO e i partner indo-pacifici, e alla loro persistente capacità di innovazione e attrazione tecnologica e migratoria; in questa visione la Cina rappresenta un concorrente crescente ma non un sostituto dell’egemonia americana, che continuerebbe quindi a strutturare l’ordine globale, seppur in modo meno unilaterale e più contestato rispetto al passato. Chi invece parla di “crisi egemonica statunitense” sostiene che gli Stati Uniti non riescano più a esercitare la stessa forma di leadership globale tipica del momento unipolare successivo al 1991, a causa della crescita economica e geopolitica di potenze emergenti come la Cina, della maggiore contestazione dell’ordine internazionale da parte di molti Stati, della riduzione del consenso e della credibilità politica degli USA anche in seguito a guerre inconcludenti come Iraq e Afghanistan, e della crescente competizione tecnologica e industriale in settori strategici. In questa prospettiva, l’egemonia non scompare ma si indebolisce, diventando meno capace di produrre ordine stabile e consenso globale. Kagan pare collocarsi su questo secondo versante, e indubbiamente il modo in cui proseguirà la vicenda iraniana ci dirà molto sull’evoluzione del potere planetario nei prossimi anni.

Buona lettura.


È difficile pensare a un momento in cui gli Stati Uniti abbiano subito una sconfitta totale in un conflitto, un arretramento così decisivo che la perdita strategica non potesse essere né riparata né ignorata. Le perdite calamitose subite a Pearl Harbor, nelle Filippine e in tutto il Pacifico occidentale nei primi mesi della Seconda guerra mondiale furono infine ribaltate. Le sconfitte in Vietnam e in Afghanistan furono costose ma non causarono danni duraturi alla posizione complessiva dell’America nel mondo, perché erano lontane dai principali teatri della competizione globale. Il fallimento iniziale in Iraq fu mitigato da un cambiamento di strategia che alla fine lasciò l’Iraq relativamente stabile e non minaccioso per i suoi vicini e mantenne gli Stati Uniti dominanti nella regione.

La sconfitta nell’attuale confronto con l’Iran avrà un carattere del tutto diverso.

Non potrà essere né riparata né ignorata. Non ci sarà alcun ritorno allo status quo ante, nessun trionfo finale americano che annulli o superi il danno arrecato. Lo Stretto di Hormuz non sarà “aperto”, come lo era un tempo.

Con il controllo dello stretto, l’Iran emerge come l’attore chiave della regione e uno degli attori chiave del mondo. I ruoli di Cina e Russia, alleate dell’Iran, si rafforzano; il ruolo degli Stati Uniti si riduce sostanzialmente. Lungi dal dimostrare la potenza americana, come i sostenitori della guerra hanno ripetutamente sostenuto, il conflitto ha rivelato un’America inaffidabile e incapace di portare a termine ciò che ha iniziato. Questo scatenerà una reazione a catena in tutto il mondo, mentre amici e nemici si adattano al fallimento americano.

Il presidente Donald Trump ama parlare di chi abbia “le carte”, ma non è chiaro se gliene restino di buone da giocare. Gli Stati Uniti e Israele hanno martellato l’Iran con efficacia devastante per 37 giorni, uccidendo gran parte della leadership del paese e distruggendo la maggior parte del suo esercito, senza tuttavia riuscire a far collassare il regime o a ottenere da esso anche la minima concessione. Ora l’amministrazione Trump spera che il blocco dei porti iraniani realizzi ciò che la forza massiccia non è riuscita a ottenere. È possibile, naturalmente, ma un regime che non è stato messo in ginocchio da cinque settimane di attacco militare incessante difficilmente cederà in risposta alla sola pressione economica. Né teme la rabbia della propria popolazione. Come ha osservato recentemente la studiosa dell’Iran Suzanne Maloney, “Un regime che ha massacrato i propri cittadini per mettere a tacere le proteste a gennaio è pienamente preparato a imporre loro difficoltà economiche anche adesso.”

Alcuni sostenitori della guerra stanno quindi chiedendo la ripresa degli attacchi militari, ma non riescono a spiegare come un altro ciclo di bombardamenti possa ottenere ciò che 37 giorni di bombardamenti non hanno ottenuto. Un’ulteriore azione militare porterà inevitabilmente l’Iran a colpire gli Stati del Golfo vicini; anche a questo i sostenitori della guerra non hanno risposta.

Trump ha fermato gli attacchi contro l’Iran non perché fosse annoiato, ma perché l’Iran stava colpendo le infrastrutture vitali di petrolio e gas della regione. Il punto di svolta è arrivato il 18 marzo, quando Israele ha bombardato il giacimento di gas South Pars dell’Iran e l’Iran ha risposto attaccando la Ras Laffan Industrial City del Qatar, il più grande impianto mondiale di esportazione di gas naturale, causando danni alla capacità produttiva che richiederanno anni per essere riparati. Trump ha reagito dichiarando una moratoria su ulteriori attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane e poi annunciando un cessate il fuoco, nonostante l’Iran non avesse fatto una sola concessione.

Il calcolo del rischio che ha costretto Trump a fare marcia indietro un mese fa resta valido. Anche se Trump dovesse attuare la sua minaccia di distruggere la “civiltà” dell’Iran attraverso ulteriori bombardamenti, l’Iran sarebbe comunque in grado di lanciare molti missili e droni prima che il suo regime crolli — ammesso che crolli. Bastano pochi attacchi riusciti per paralizzare per anni, se non decenni, le infrastrutture petrolifere e del gas della regione, gettando il mondo, e gli Stati Uniti, in una crisi economica prolungata. Anche se Trump volesse bombardare l’Iran come parte di una strategia di uscita — apparire duro come modo per mascherare la propria ritirata — non può farlo senza rischiare questa catastrofe.

Se questo non è scacco matto, ci va vicino. Negli ultimi giorni, Trump avrebbe chiesto alla comunità d’intelligence statunitense di valutare le conseguenze del semplice dichiarare vittoria e andarsene. Non si può biasimarlo.

Sperare nel collasso del regime non è una grande strategia, soprattutto quando il regime è già sopravvissuto a ripetuti martellamenti militari ed economici. Potrebbe cadere domani, o tra sei mesi, o mai. Trump non ha così tanto tempo da aspettare, mentre il petrolio sale verso i 150 o persino 200 dollari al barile, l’inflazione aumenta e iniziano carenze globali di cibo e altre materie prime. Ha bisogno di una soluzione più rapida.

Ma qualsiasi soluzione diversa dalla resa effettiva dell’America comporta enormi rischi che Trump finora non è stato disposto a correre.

Coloro che con leggerezza invitano Trump a “finire il lavoro” raramente riconoscono i costi. A meno che gli Stati Uniti non siano preparati a impegnarsi in una guerra terrestre e navale su vasta scala per rimuovere l’attuale regime iraniano, e poi a occupare l’Iran finché un nuovo governo possa consolidarsi; a meno che non siano preparati a rischiare la perdita di navi da guerra che scortano petroliere attraverso uno stretto conteso; a meno che non siano preparati ad accettare i devastanti danni a lungo termine alle capacità produttive della regione probabilmente derivanti dalle ritorsioni iraniane — andarsene adesso potrebbe sembrare l’opzione meno peggiore. Come questione politica, Trump potrebbe benissimo ritenere di avere maggiori possibilità di sopravvivere a una sconfitta piuttosto che a una guerra molto più grande, lunga e costosa che potrebbe comunque finire in un fallimento.

La sconfitta degli Stati Uniti, quindi, non è soltanto possibile ma probabile. Ecco come appare una sconfitta.

L’Iran rimane in controllo dello Stretto di Hormuz. L’assunzione comune secondo cui, in un modo o nell’altro, lo stretto verrà riaperto quando la crisi finirà è infondata. L’Iran non ha alcun interesse a tornare allo status quo ante. Si parla di una divisione tra falchi e moderati a Teheran, ma persino i moderati devono comprendere che l’Iran non può permettersi di lasciare andare lo stretto, indipendentemente da quanto buono ritenga possa essere un accordo. Per prima cosa, quanto è affidabile qualsiasi accordo con Trump?

Si è praticamente vantato di replicare l’attacco a sorpresa giapponese a Pearl Harbor approvando l’uccisione della leadership iraniana durante i negoziati. Gli iraniani non possono essere certi che Trump non decida di attaccare di nuovo entro pochi mesi dalla firma di un accordo.

Sanno anche che gli israeliani potrebbero attaccare di nuovo, poiché non si sentono mai vincolati dall’agire quando percepiscono i propri interessi minacciati.

E gli interessi di Israele saranno minacciati. Come molti esperti dell’Iran hanno osservato, il regime di Teheran attualmente sembra destinato a uscire dalla crisi molto più forte di quanto fosse prima della guerra, avendo non soltanto mantenuto il proprio potenziale nucleare ma anche ottenuto il controllo di un’arma ancora più efficace: la capacità di tenere in ostaggio il mercato energetico globale.

Quando gli iraniani parlano di “riaprire” lo stretto, intendono comunque mantenerlo sotto il proprio controllo. L’Iran sarà in grado non soltanto di imporre pedaggi per il passaggio, ma anche di limitare il transito alle nazioni con cui intrattiene buone relazioni. Se una nazione si comporta in un modo che ai governanti iraniani non piace, essi saranno in grado di infliggere punizioni semplicemente rallentando, o anche solo minacciando di rallentare, il flusso delle navi cargo di quella nazione in entrata e uscita dallo stretto.

Il potere di chiudere o controllare il flusso delle navi attraverso lo stretto è maggiore e più immediato del potere teorico del programma nucleare iraniano. Questa leva consentirà ai leader di Teheran di costringere le nazioni a revocare le sanzioni e normalizzare le relazioni oppure affrontare penalità. Israele si troverà più isolato che mai, mentre l’Iran si arricchisce, si riarma e preserva le proprie opzioni per dotarsi di armi nucleari in futuro. Potrebbe perfino trovarsi incapace di colpire i proxy iraniani: in un mondo in cui l’Iran esercita influenza sull’approvvigionamento energetico di così tante nazioni, Israele potrebbe affrontare enormi pressioni internazionali affinché non provochi Teheran in Libano, a Gaza o altrove.

Il nuovo status quo nello stretto provocherà anche un sostanziale spostamento del potere relativo e dell’influenza sia a livello regionale sia globale.

Nella regione, gli Stati Uniti avranno dimostrato di essere una tigre di carta, costringendo gli Stati del Golfo e altri Stati arabi ad accomodarsi con l’Iran.

Come hanno scritto recentemente gli studiosi dell’Iran Reuel Gerecht e Ray Takeyh, “Le economie arabe del Golfo sono state costruite sotto l’ombrello dell’egemonia americana. Togliete quello — e la libertà di navigazione che ne consegue — e gli Stati del Golfo andranno inevitabilmente a supplicare Teheran.”

Non saranno gli unici. Tutte le nazioni che dipendono dall’energia del Golfo dovranno elaborare propri accordi con l’Iran. Che scelta avranno? Se gli Stati Uniti con la loro potente marina non possono o non vogliono aprire lo stretto, nessuna coalizione di forze con solo una frazione delle capacità americane sarà in grado di farlo. L’iniziativa anglo-francese di pattugliare lo stretto dopo un cessate il fuoco è quasi uno scherzo. Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiarito che questa “coalizione” opererà soltanto in condizioni pacifiche nello stretto: scorterà le navi, ma soltanto se non avranno bisogno di una scorta. Eppure, con l’Iran al controllo, lo stretto non tornerà sicuro per molto tempo.

La Cina presumibilmente ha una certa influenza su Teheran, ma nemmeno la Cina può forzare da sola la riapertura dello stretto.

Uno degli effetti di questa trasformazione potrebbe essere un’espansione della corsa navale tra grandi potenze. In passato, la maggior parte delle nazioni del mondo, inclusa la Cina, contava sugli Stati Uniti sia per prevenire sia per affrontare emergenze di questo tipo.

Ora le nazioni in Europa e Asia che dipendono dall’accesso alle risorse del Golfo Persico sono impotenti di fronte alla perdita di forniture energetiche vitali per la loro stabilità economica e politica. Per quanto tempo potranno tollerare tutto questo prima di iniziare a costruire le proprie flotte, come mezzo per esercitare influenza in un mondo del “ciascuno per sé” in cui ordine e prevedibilità sono crollati?

La sconfitta americana nel Golfo avrà anche conseguenze globali più ampie. Tutto il mondo può vedere che poche settimane di guerra con una potenza di secondo rango hanno ridotto le scorte di armi americane a livelli pericolosamente bassi, senza alcun rapido rimedio in vista. Le domande che ciò solleva sulla prontezza americana per un altro grande conflitto possono o meno spingere Xi Jinping a lanciare un attacco contro Taiwan, o Vladimir Putin ad aumentare la propria aggressione contro l’Europa. Ma quantomeno gli alleati americani nell’Asia orientale e in Europa devono interrogarsi sulla capacità degli Stati Uniti di reggere nel caso di futuri conflitti.

L’aggiustamento globale a un mondo post-americano sta accelerando. La posizione un tempo dominante dell’America nel Golfo è soltanto la prima di molte vittime.

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Approfondimentidi redazioneTag correlati:

guerrairantrumpUsa

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Bisogni

Cosenza: Basta carovita, carburante, bollette, spese

Il 1 ottobre alle ore 18 in Piazza XI Settembre a Cosenza è stata indetta una manifestazione contro il carovita. Riprendiamo il testo da La Base.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

“La fine del genocidio è la fine del sionismo”. Appello per scendere in piazza per la Palestina il 10 ottobre

Diffondiamo l’appello dei Giovani Palestinesi d’Italia per una mobilitazione nazionale sui territori il 10 ottobre 2026.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Le nuove regole della Resistenza

Gli Houthi – o più propriamente Ansar Allah -, negli ultimi giorni hanno colpito e conquistato territori e isole fondamentali per il controllo dello stretto di Bab El-Mandeb, minacciando la chiusura alle petroliere saudite e paventando la possibilità di un inasprimento della crisi energetica globale, andando ad aggiungersi alle significative conseguenze del blocco di Hormuz.

Immagine di copertina per il post
Antifascismo & Nuove Destre

Torino è partigiana, Vannacci torna a casa!

L’ex generale contestato oggi da centinaia di persone a Torino. Di seguito il comunicato congiunto di diverse realtà sociali torinesi che hanno partecipato alla mobilitazione.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

L’invasione barbarica dei data center a Torino e provincia

Quando il calcolo diventa bersaglio militare. L’impatto economico, ecologico e militare delle cattedrali digitali sul territorio piemontese. L’impatto dei mega data center sul sistema territoriale torinese: speculazione infrastrutturale, reti di produzione energetica rinnovabile, sistemi di accumulo energetico BESS e profili di rischio dual-use

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Anatomia di un furto: noi e Navier-Stokes

In data 8 settembre, sul blog dell’azienda di intelligenza artificiale OpenAI è comparso un post il quale sostiene che un modello di IA generativa non disponibile al pubblico – ed evidentemente più potente del loro ultimo modello: GPT-6 Astra – abbia risolto le equazioni di Navier-Stokes, uno dei sette problemi del millennio.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Houthi alla conquista di Mocha. La situazione nel corridoio energetico globale e il possibile ingresso di nuovi attori

Tra il 9 e il 10 settembre il movimento politico-militare scita libanese Ansar Allah (detti comunemente Houthi Yemeniti) ha preso in controllo di Mocha, una città portuale affacciata su una delle più importanti rotte marittime del pianeta, lo stretto di Bab el-Mandeb.

Immagine di copertina per il post
Antifascismo & Nuove Destre

Elezioni in Sassonia-Anhalt: una lettura del risultato ottenuto da Afd

Il partito di ultradestra guidato da Alice Weidel ha ottenuto oltre il 44% dei voti nel land della Sassonia-Anhalt alle ultime elezioni.

Immagine di copertina per il post
Editoriali

(E)lezioni tedesche

Chiamati alle urne gli abitanti del land della Sassonia-Anhalt hanno scelto: oltre il 44% dei voti è andato all’Alternative für Deutschland.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Di greenwashing, militarizzazione dei territori e questione energetica

La Toscana è sempre più al centro di una serie di interessi economici legati a doppio filo alla macchina bellica e al complesso militare-industriale.

Immagine di copertina per il post
Confluenza

Più canadair meno armi

In vista della due giorni di iniziativa che si terrà a Torino il 19-20 settembre contro il riarmo (al fondo all’articolo il programma completo) alla quale anche Confluenza contribuirà per portare il tema su come la guerra investe il nostro territorio, condividiamo un’intervista che abbiamo svolto a Don Renato Sacco, prete della Val d’Ossola sconvolta dagli incendi durante questa estate di calore ed emergenza ecoclimatica.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Dibattito su Imperialismo digitale @Blackout Fest 2026 con Dario Guarascio

Il saggio di Dario Guarascio “Imperialismo digitale” analizza la forma del capitalismo attuale a partire dalla militarizzazione del paradigma tecnologico. Di seguito ripubblichiamo il podcast del dibattito tenutosi al BlackoutFest 2026 e condiviso da Radio Blackout.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Francia, antisemitismo e islamofobia: intervista a un attivista di UFJP

Abbiamo intervistato un attivista de l’UJFP (Union Juive Française Pour La Paix) in merito ad alcuni temi all’ordine del giorno: l’antirazzismo e l’islamofobia, l’antisemitismo e l’antisionismo, per approfondire cosa si muove in Francia sul piano delle mobilitazioni e degli avanzamenti della soggettività organizzata su questo dibattito.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Ceuta: il contesto e i responsabili della crisi umanitaria

Ripubblichiamo questo articolo che approfondisce alcuni aspetti della tragedia umanitaria di Ceuta, individua responsabilità politiche e inserisce ciò che è avvenuto in un quadro più ampio di dinamiche di guerra globale e di garanzia per il regime egemonico.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

“No NBA Europe”: una campagna necessaria

All’interno di una fase in cui può sembrare difficile distinguere tra potenze in declino o in ristrutturazione, anche dal mondo dello sport arrivano segnali che propendono verso la seconda alternativa.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Genova 2001. Una storia del presente

Riproponiamo questo lungo testo di Emilio Quadrelli, compagno che ci ha lasciati nel 2024 e che con le sue parole ha accompagnato riflessioni preziose per una prospettiva antagonista. A 25 anni da Genova ci aiuta a ricordarci il significato e il carico di quel momento che fu, con tutte le sue contraddizioni, un momento di rottura.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Faida: alcune tesi sulla crisi (definitiva?) della Lega-Parte 2

In una minuscola frazione dell’Aspromonte un giovane sulla trentina viaggia a dieci km orari a bordo del suo Jimny scalcagnato. Sono le 22, l’aria gelata dell’inverno sta sferzando le cime degli ulivi. I finestrini dell’auto sono appannati. Lui non deve andare da nessuna parte, non deve raggiungere parenti o amici: molti di loro si sono trasferiti in città, altri sono al Nord, forse torneranno per le ferie di Natale. Una grande cappa di solitudine lo avvolge, lo opprime. Si chiede, quando è solo, sempre più solo, se il resto del mondo sappia cosa vuol dire vivere così, abitare in un paese morente senza la possibilità, l’intenzione o la forza di andarsene.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Qualcosa di nuovo sul fronte orientale

Negli ultimi anni, l’Armenia e più in generale i Paesi del Caucaso stanno emergendo come nuovi attori cruciali nel processo di ristrutturazione del capitalismo digitale nato dal boom della Silicon Valley. Mentre Stati Uniti, Israele e Unione Europea costruiscono i presupposti per future capitalizzazioni e posizionamenti strategici nell’area, Russia e Iran  – per ora – prendono nota.