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Smascherare il merito

Smascherare il merito è un’iniziativa che si è tenuta il 28 e 29 maggio 2026, due giorni di interventi e assemblee organizzati dallə studentə della Normale e della Sant’Anna, le scuole superiori universitarie di Pisa. L’evento è nato dalla volontà di mettere in discussione alcuni pilastri ideologici su cui si fondano queste istituzioni di eccellenza, la cui funzione dichiarata è promuovere il merito. 

Ripubblichiamo l’approfondito resoconto prodotto dal Collettivo SNS

Le scuole di eccellenza propongono un’idea di merito come criterio neutro e oggettivo in base al quale garantire un’istruzione di eccellenza gratuita a chi è particolarmente capace, anche se privo di mezzi. Al riconoscimento del merito individuale seguono perciò una serie di privilegi: vitto e alloggio gratuiti, un contributo didattico mensile, finanziamenti per soggiorni all’estero, attività didattiche integrative, etc. Insomma, tantissime agevolazioni economiche per un numero ristretto di studenti di cui apparentemente si premia il solo merito, al di là di genere, provenienza, classe socioeconomica. Un’idea che sembra egualitaria, se non fosse che la composizione studentesca delle due Scuole superiori universitarie pisane riflette in pieno le disuguaglianze del Paese: a maggioranza maschile, proveniente dalle regioni e città più benestanti, e appartenente alle fasce ISEE più alte del Paese e dunque a famiglie già privilegiate, in barba alla retorica dell’ascensore sociale portata avanti dalle nostre Scuole.

Diventa allora inevitabile chiedersi se il merito sia davvero un parametro oggettivo come viene presentato oppure se non sia più che altro il prodotto stratificato di dinamiche sociali, economiche e culturali preesistenti. Smascherare il merito è nato proprio dall’esigenza di rispondere a questa e altre domande.

Il 28 maggio è stato dedicato al dialogo con Paul Pasquali, sociologo presso il CNRS. Abbiamo iniziato a parlare con Paul mesi prima dell’iniziativa e lo vogliamo ringraziare per l’umanità e l’intelligenza con cui ha voluto trascorrere il suo soggiorno pisano insieme a noi. Pasquali è autore di Héritocratie (éditions La Découverte, 2021) in cui propone una genealogia storica e politica delle grandes écoles francesi e del consenso meritocratico che le circonda. Attraverso la nozione di “ereditocrazia”, il libro mostra come i percorsi universitari d’eccellenza funzionino storicamente come luoghi di trasformazione delle disuguaglianze sociali in differenze percepite come legittime, naturali o meritate. L’iniziativa, tenutasi in Sala Azzurra e molto partecipata, ci ha insegnato che la grande scoperta della sociologia dell’educazione risiede nell’aver svelato l’importanza della cultura legittima come vero e proprio capitale e non come una semplice passione o inclinazione personale. L’essenziale dei codici culturali e comportamentali non viene infatti insegnato esplicitamente dalla scuola, ma viene trasmesso primariamente all’interno della famiglia; questo capitale invisibile influisce in maniera determinante sui destini individuali e scolastici, anche a parità di capitale economico. La scuola, e in particolare le scuole d’eccellenza, opera così una valorizzazione implicita di ciò che non viene insegnato esplicitamente, trasformando l’eredità sociale in un presunto valore accademico.

Da questo meccanismo derivano due conseguenze fondamentali per coloro che affrontano un percorso di mobilità sociale (i cosiddetti “transfughi di classe” o transclasse) e che devono accumulare questo capitale da soli e per primi:

  1. la percezione di minore legittimità: il capitale culturale che non è frutto di un’eredità familiare risulta visibilmente meno “naturale”; si nota cioè che è stato acquisito con fatica, e viene perciò socialmente percepito come meno spontaneo e quindi “poco legittimo” agli occhi delle élite.
  2. l’adesione profonda al mito del merito: coloro che hanno dovuto accumulare questo capitale in prima persona finiscono per definirsi totalmente in base ad esso. Avendo dato così tanto della propria persona per conquistarlo, non riescono a concepire la propria esistenza al di fuori di questo bagaglio; di conseguenza, risultano spesso i più legati all’idea di merito, perché è stato proprio attraverso il duro lavoro che hanno acquisito ciò che oggi li definisce.

Le Scuole di merito pubbliche vengono comunemente vendute dalla retorica istituzionale come l’alternativa “giusta” ed egualitaria alle università private. Tuttavia le Scuole d’eccellenza pubbliche e i grandi atenei privati sono in realtà due facce della stessa medaglia, operando entrambe all’interno delle medesime logiche di selezione e riproduzione elitaria. L’ingresso della Bocconi nella rete “Merita” ne è l’ultima conferma. Al di là dei vuoti richiami alla mobilità sociale, l’approccio delle direzioni è puramente estrattivo: la vera preoccupazione non è contrastare le disuguaglianze o favorire il diritto allo studio, ma si dice esplicitamente che il punto è evitare lo “spreco di talenti”, riducendo di fatto gli studenti a puro capitale umano da mettere a valore. 

Nel corso del nostro dialogo con Pasquali è emerso chiaramente come il merito non sia una “cosa”, non sia un fatto oggettivo né una semplice nozione giuridica. Il merito arriva ad assomigliare molto di più a una posta in gioco e a un terreno di scontro permanente all’interno delle lotte sociali. Il merito è monopolio della classe dominante: una classe che, già avvantaggiata per nascita, riesce attraverso questa retorica a presentare i propri privilegi ereditati come il risultato esclusivo dell’impegno personale e di talenti innati, rendendoli socialmente legittimi e inattaccabili.

Da questo punto di vista le grandes écoles non sono strumenti di mobilità sociale ma, al contrario, sono riproduttrici fedeli di disuguaglianze sociali. Invece di spingere nella direzione dell’estensione del diritto allo studio, l’esistenza delle istituzioni di eccellenza giustifica esattamente il contrario: la riduzione legittima di questo diritto a una piccola enclave di meritevoli.

L’intervento di Pasquali ha aperto una serie di questioni che abbiamo voluto approfondire il 29 maggio con un’assemblea plenaria tenuta nei giardini del Sant’Anna, un luogo non scontato. Nel corso dell’assemblea abbiamo cercato di capire cosa voglia dire, una volta dentro a queste istituzioni, dimostrare di “essere meritevoli”. La cosiddetta “passione” per la nostra materia di studio – di cui noi “meritevoli” avremmo un inspiegabile surplus innato rispetto a chiunque non varchi di un decimale la soglia del punteggio di ammissione – viene presto incanalata nell’esercizio di pratiche formali e già preconfezionate, si traduce in skills espositive e sociali, nella ripetizione dei modelli che vediamo incarnati in quelli più grandi di noi o negli stessi docenti. E se questa dinamica inizialmente la subiamo, spesso standoci anche male, finiamo col tempo, a nostra volta e spesso inconsapevolmente, per riprodurla: nella reiterazione di forme di goliardia, nella piena assimilazione a un ambiente e nell’esclusione e discriminazione di chi non rientra nei parametri che abbiamo incorporato.

Le nostre energie vengono spesso incanalate non tanto in un’istruzione di qualità quanto in un sistema di pratiche, nell’apprendimento di un saper essere, forse lo stesso che ha permesso a moltə di noi di entrare. Quello che ci siamo proposti è, anche attraverso l’autoriflessione, di riconoscere la nostra posizione privilegiata non da vittime ma da perpetratori del sistema stesso e da questa posizione riflettere su come inceppare determinati meccanismi.

Cosa fare di queste contraddizioni? L’obiettivo è non solo smascherarle, ma anche incepparle. E’ quello che abbiamo fatto nel corso di questi anni di mobilitazioni per la Palestina, che ci hanno portato a credere che un sapere diverso e giusto è realmente possibile. Si pensi all’incoerenza di studiare discipline come i gender studieso il diritto internazionale quando poi le nostre istituzioni non riescono a prendere posizione contro un genocidio, proprio perché i saperi vengono tenuti distanti e resi irresponsabili. I contenuti delle stesse materie che studiamo sembrano impermeabili alle dinamiche coloniali, ma in realtà aiutano a mascherarle, a giustificarle e persino ad alimentarle direttamente. È il caso delle facoltà scientifiche e delle loro collaborazioni con le aziende d’armi come Leonardo, o delle facoltà informatiche che permettono lo sviluppo di software di sorveglianza.

Un ultimo tassello va aggiunto, per ricostruire l’intreccio di riflessioni che ci ha portato a Smascherare il merito: il bisogno di tracciare la storia di queste istituzioni da una prospettiva diversa, di scoprire esperienze passate di dissenso verso un sistema di privilegi intellettuali ed economici. Ci siamo resə conto che oltre a un generico sentimento identitario, sul piano politico poco altro viene trasmesso da una generazione di normalistə all’altra, per cui in un certo senso ognuno deve ricominciare da zero a pensare criticamente l’istituzione di cui è entrato a fare parte. Eppure eravamo certə che altrə prima di noi si fossero fattə simili domande, nel passato recente o anche lontano, specie in momenti di particolare contestazione rispetto alla chiusura e al classismo delle università, come furono gli anni delle proteste studentesche attorno al ‘68. Così abbiamo scoperto che quel movimento è entrato eccome anche in Normale, soprattutto grazie a una generazione di studentə che ha annullato la distanza tra un’università claustrale e una città attraversata dai conflitti e dalle contestazioni.

Di questa generazione ha fatto parte Carla Melazzini, entrata in Normale nei primi anni Sessanta per studiare filosofia, che ha poi scelto di rifiutare i privilegi di un’istituzione chiusa in sé stessa e impermeabile alle istanze di giustizia sociale che stavano scuotendo la città di Pisa e l’Italia. Dopo aver lasciato la Normale, Carla Melazzini ha continuato a dedicarsi all’istruzione, questa volta sul campo e nei quartieri popolari di Napoli, dove insieme ad altrə ha dato vita a “Chance”, progetto sperimentale di insegnamento in contesti di grande disagio sociale e frequentissimo abbandono scolastico. La storia di Melazzini è una delle tante di cui raramente veniamo a conoscenza. Accanto alle stanze dei vari Ciampi, ci piace guardare alle scale, ai corridoi più stretti, ai tunnel sotterranei che potrebbero portare altre migliaia di nomi, e che somigliano di più a quei percorsi tortuosi, ogni tanto in compagnia, ogni tanto in salita, che ci troviamo a vivere dietro la vetrina scintillante del merito.

Questa introduzione e le pagine che seguono sono il tentativo di restituire mesi di riflessioni confluite nei due giorni dell’iniziativa Smascherare il merito, con cui ci siamo posti, per sintetizzare, due obiettivi:

1) mostrare come dietro alla meritocrazia declamata si celi una “ereditocrazia” da combattere.

2) capire che ruolo abbiamo noi nel far funzionare la macchina dell’eccellenza.

Il documento è diviso in tre capitoli e un’appendice, organizzati come segue. Nel capitolo Merito e diritto allo studio abbiamo trattato del primo aspetto per avere una prospettiva “dall’alto”, per analizzare il funzionamento del sistema di cui il merito è la giustificazione ideologica. Trattiamo del secondo aspetto in Merito e riproduzione, provando a considerare lo stesso tema “dal basso”: cerchiamo, cioè, di capire come le nostre pratiche quotidiane alimentano questo sistema. L’ultimo capitolo, Il ruolo (potenzialmente) strategico delle scuole d’eccellenza, prova a riflettere sul rapporto tra le scuole di eccellenza e lo Stato. Infine, un’appendice è dedicata ad una prima mappatura del coinvolgimento del Sant’Anna nei progetti strategici dello Stato e per concludere abbiamo lasciato la bibliografia dei testi che abbiamo collettivamente usato per preparare questa riflessione e questa iniziativa.

1. Merito e diritto allo studio

Il merito come maschera del definanziamento dell’università

Un’immagine spesso e giustamente evocata nel discorso sulle Scuole di eccellenza è quella delle oasi nel deserto. Mentre intorno a noi il diritto allo studio viene smantellato e le università pubbliche sono sempre più sfibrate, nelle scuole di eccellenza sembrano vigere altre tendenze: si studia a costo zero, con borse di studio e servizi non paragonabili a quelli delle università di massa. Dai fondi per la mobilità, agli alloggi e alla mensa gratuita si offrono possibilità e ambienti di ricerca inimmaginabili nelle altre istituzioni universitarie. Di questa contraddizione dà conto Virginia Magnaghi in un articolo significativamente intitolato “Le oasi nel deserto del sapere” pubblicato su Jacobin nel 2023, che chiarisce le profonde disparità che segnano il paesaggio universitario italiano. In un simile scenario l’ingiustizia delle istituzioni di eccellenza, che garantiscono un’istruzione universitaria gratuita e di alto livello a un numero di studenti irrisorio, risulta lampante. Invece che eccezionalità da conquistarsi, un’istruzione tale dovrebbe essere la norma dell’università per tuttə. Il diritto allo studio veramente garantito e uniformemente diffuso farebbe cadere la spinta alla creazione di nicchie privilegiate che sono solo l’altra faccia dell’impoverimento generale.

Posto questo, vorremmo aggiungere un tassello all’analisi: vorremmo individuare l’ideologia comune che giustifica insieme l’accentramento delle risorse in piccole istituzioni e l’impoverimento dello scenario universitario circostante. Il sistema che prosciuga il diritto allo studio nelle università è lo stesso che conferisce alle scuole di eccellenza la loro caratteristica struttura di piccola isola florida per pochi scelti.Questo sistema consiste nel vincolare l’accesso al welfare universitario alle prestazioni dellə singolə studentə, con il risultato che un diritto si trasforma in una competizione, che ignora le condizioni di partenza di chi vi prende parte.

Tutto questo può succedere grazie al dispositivo ideologico del merito, che per definizione seleziona e isola una parte della componente studentesca ponendola al di sopra del resto sulla base di un principio apparentemente universale e oggettivo – un concorso di ammissione superato con il massimo dei voti, una media alta conseguita negli esami – che risponde però a uno sguardo selettivo sulla realtà che esalta unicamente la capacità di soddisfare le richieste prestazionali dell’istituzione, tacitando una costellazione di altri aspetti sociali, economici e di genere.

Vorremmo puntare l’attenzione sul fatto che l’ideologia del merito agisce non solo nelle scuole di eccellenza, dove è più esibita ed è intrinseca alla loro stessa esistenza; ma anche nelle università di massa quando i fondi vengono meno si riproducono le stesse logiche gerarchiche seguite nelle scuole di merito (per esempio, vengono tagliati ed esternalizzati i servizi considerati più marginali, come mensa e portineria, tipicamente femminilizzati).

I tagli ai fondi di finanziamento ordinario (FFO) che si sono senza tregua approvati negli ultimi vent’anni mostrano drammaticamente che quando lo Stato sceglie di impoverire le università, ecco che la retorica del merito soccorre a giustificare tale scarsità, essendo un’ideologia ben collaudata per assegnare a pochi ciò che prima era di tutti. L’operatività di questa retorica la possiamo vedere in ogni campo, dalle mense universitarie agli erasmus; sull’erasmus sottolineiamo l’ammontare sempre più esiguo della borsa, che rende di fatto impossibile a chi non gode di un sostegno economico aggiuntivo, autonomo o familiare, prendere parte al programma di scambio universitario.

Un discorso analogo si può fare per le borse del DSU, la cui fruizione è vincolata al rispetto di una serie di obblighi paragonabili a quelli delle scuole di eccellenza: rimanere in corso, conseguire un certo numero di crediti all’anno e tutto questo senza molti dei privilegi materiali che consentono agli studenti delle scuole di eccellenza di concentrarsi esclusivamente sullo studio.

L’idea egualitaria da cui nascono le scuole di eccellenza è servita in realtà negli ultimi anni solo a coprire l’immobilismo sociale dell’Italia, dove è sempre più difficile per chi è privo di capitali economici e/o culturali di partenza accedere a queste istituzioni che dichiarano di “premiare il merito al di là di tutto”. Il merito ha finito così per coincidere sinistramente con una caratteristica ereditaria: tutt’altro che frutto esclusivo dell’impegno personale, della passione o del talento; infatti, arrivare ad avere le competenze intellettuali e sociali per vincere concorsi di ammissione o superare brillantemente esami universitari è vincolato alla professione e al reddito dei genitori, alle città e ai licei in cui si sono compiuti gli studi, al proprio genere e alla libertà da compiti di cura e di automantenimento.

Sono aspetti che le Scuole di eccellenza ignorano in fase di selezione e di cui anche i parametri di erogazione della borsa del DSU, che pure è basata sull’ISEE dello studente, non tengono a sufficienza in considerazione. Per esempio il fatto che molti studenti anche se assegnatari di borsa devono lavorare per mantenersi durante gli studi e di conseguenza hanno più difficoltà a fare tutti gli esami nei tempi richiesti non è preso minimamente in considerazione.

Il merito serve a giustificare trasversalmente una distribuzione di risorse sempre più iniqua secondo il criterio di assegnare non secondo il bisogno ma secondo le capacità – capacità, però, che sono specchio di condizioni di partenza assai inique e il “merito” finisce per aiutare inoltre a riprodurre proprio l’immobilismo sociale che invece si prefigge di affrontare.

Riesce ad accedere ai benefici del merito chi ha più facilità con un certo tipo di ragionamento e ha sviluppato capacità logico-argomentative, chi è stato educato allo studio costante e alla dedizione, all’uso sapiente di un repertorio mnemonico e lessicale. Tutto questo dipende da pregresse condizioni socio-economiche. Non ci stupisce affatto, quindi, che l’ISEE medio sia molto più alto nelle scuole di eccellenza rispetto alla media della società italiana ma anche rispetto a quella delle università. Abbiamo avuto modo di accedere a questi dati per la Scuola Normale solo quest’anno, e solo in modo obliquo: un obiettivo che si può prefiggere chi voglia smascherare il merito dell’eccellenza universitaria potrebbe essere quello di produrre un’inchiesta sui redditi, sul genere e sulla geografia di provenienza di chi accede alle scuole d’eccellenza italiane. Non ci stupisce neanche la prevalenza di studenti del Nord rispetto a quelli del Sud e delle isole, così come quella di studenti socializzati maschi.

Ecco, vorremmo porre più lucidamente l’attenzione su questo: il fatto che le scuole di eccellenza siano nella loro composizione specchio delle disuguaglianze sociali del nostro paese non è un accidente verificatosi negli anni, e non è solo un meccanismo un po’ arrugginito nel tempo: fa parte del modo in cui la nostra società fa andare avanti chi nasce in determinati contesti e che ha sviluppato un preciso tipo di intelligenza, quella analitica. Lo squilibrio di partenza si accentua poi una volta entrati nel meccanismo: chi riesce a studiare, a maggior ragione in una scuola di eccellenza, avrà cento marce in più rispetto a chi l’Università non ha neanche potuto pensare di farla: sarà il direttore di azienda, il Presidente, il professore universitario di domani.

La (troppo) fortunata metafora dell’ascensore sociale

Quella del merito, quindi, è a tutti gli effetti un’ideologia, ovvero un apparato di simboli e significati mobilitati per l’interesse di chi ne detiene il controllo e per perseguire determinati obiettivi.

Secondo Paul Pasquali, che in questo, come su molti altri punti, si rifà a Bourdieu, molte grandes écoles nascono in Francia negli anni ’80 come risposta alla massificazione dell’Università pubblica: una vera democratizzazione dell’accesso allo studio avrebbe costituito un pericolo per la classe dominante, che avrebbe rischiato di perdere il monopolio sugli spazi e sui ruoli di potere e avrebbe visto eccessivamente inflazionati i propri titoli di studio.

L’ideologia del merito, perciò, giustifica esattamente il contrario dei valori di cui si fregia: la realizzazione del diritto allo studio. Al contrario – e coerentemente con i suoi presupposti – giustifica una rigida segmentazione tra chi questo diritto se lo guadagna e chi invece non ha fatto abbastanza per ottenerlo. E i criteri di questa distinzione, presentati come giusti e razionali, funzionano in modo da permettere la riproduzione di quella stessa élite che prima aveva accesso a opportunità e ruoli in modo esplicitamente ereditario, e che ora invece vi accede ugualmente ma secondo ragioni di “merito” .

Le grandes écoles e le scuole di eccellenza (così come ormai persino il Ministero dell’Istruzione… e del Merito) ricorrono spesso alla fortunata metafora dell’ascensore sociale a cui si mischia, in una sintomatica confusione semantica, quella della naturalità di un talento. “Uno dei principali scopi della Normale è individuare e coltivare il talento dei propri allievi e allieve” si legge nella presentazione che di sé fa la Scuola Normale. “Decine di ragazze e ragazzi sono selezionati ogni anno, tramite concorso, sulla sola base del merito”, si legge poi. Dunque, si diventa Normalisti per merito o per talento? Non interessa tanto chiarire i termini: duro lavoro (incensato dalla retorica del self-made man) oppure inclinazione naturale e passione, il punto è solo giustificare ideologicamente una struttura di potere. L’importante quindi è passare il concorso d’ammissione che, tutti continuano a ripeterlo, è assolutamente neutrale: garantisce a chiunque, indipendentemente dalla propria provenienza sociale, di mostrare quel che sa fare. Poco importa che in quest’opera di messa in mostra siano determinanti genere, accento, padronanza linguistica, aspetto esteriore, savoir-faire. Il preteso “talento” dovrebbe emergere in modo indipendente da tutto ciò, come se non fosse anch’esso il frutto delle scuole che si è frequentate, della condizione economica della famiglia da cui si proviene nonché del suo capitale culturale, della città in cui si è nati, eccetera eccetera.

Varrà la pena allora soffermarsi brevemente sulla metafora dell’ascensore sociale, solitamente invocata per descrivere l’obiettivo del sistema universitario. Oppure, come nel caso della Normale, invocato dai rettori per dire che ormai l’ascensore sociale si è rotto (dichiarazione del 2020). L’idea alla base della metafora dell’ascensore è sempre quella di premiare l’individuo che è in grado di lasciarsi alle spalle la propria classe per approdare a una superiore.

Ci sono quindi due domande da porsi: 1) davvero l’ascensore sociale funziona? 2) se anche funzionasse, davvero vogliamo una società basata su questo principio piramidale? Alla prima domanda bisogna rispondere che no, l’ascensore in realtà non funziona: ecco perché Paul Pasquali parla di un’ereditocrazia che si mantiene sotto le mentite spoglie della meritocrazia. Alla seconda domanda vogliamo rispondere senza lasciare spazio all’equivoco: il problema del sistema dell’ascensore sociale non è il miglioramento delle condizioni materiali e culturali di chi riesce a salirci, al contrario, il problema è che accettando questo meccanismo si accetta implicitamente che la stragrande maggioranza non potrà mai raggiungere tali condizioni. Il nostro obiettivo, infatti, deve rimanere in primo piano: l’estensione a tuttə del diritto allo studio.

Non si può negare, infatti, che in certi casi questo ascensore funzioni. Questa “non-riproduzione” (casi in cui l’élite non si riproduce in esclusiva ma ammette tra i suoi ranghi qualche meritevole) è in realtà l’altra faccia della riproduzione: serve a giustificare l’apparato ideologico basato sul merito, ma statisticamente rappresenta un fenomeno irrilevante (un’indagine sulla condizione economica dei Normalisti lo confermerà… o lo ha già confermato).

Ciò che i cosiddetti “transclasse” (cioè migranti di classe che riescono a salire sul famigerato ascensore) confermano con la traiettoria della loro ascesa sociale è in realtà molto distante da un ideale di mobilità sociale diffusa. Per compiere fino in fondo questa migrazione di classe, infatti, occorre che l’habitus della classe dominante venga del tutto incorporato. Quando si compie un passaggio di classe, bisogna tradursi in delle cifre comprensibili alla classe d’arrivo, altrimenti si rimane esclusi. Bisogna strapparsi al proprio ambiente, dall’umorismo della propria famiglia, condannare la grossolanità dei compagni d’infanzia, educarsi all’eleganza e alla sprezzatura.

La letteratura intorno al tema dei transclasse è florida, soprattutto in Francia. La più celebre autrice forse è Annie Ernaux, ma abbiamo un illustre esempio in casa: L’amica geniale. A questo proposito, è sintomatico lo scambio di battute tra Lenù, paradigma della migrazione di classe (a farle da ascensore è stata proprio la Normale!), e la suocera, emblema della buona borghesia intellettuale torinese, antica di generazioni, che accusa la protagonista di essere “un’intelligenza senza tradizione”. Questa è la condanna dei transclasse: individui eternamente divisi, mai abbastanza per nessuno dei due mondi.

Senza farla eccessivamente tragica: vogliamo dire che per capire sociologicamente e antropologicamente l’umanità che popola le Scuole d’eccellenza dobbiamo considerare che si tratta di istituzioni che fanno da incubatore per una grande percentuale di borghesia che si riproduce e per una piccola percentuale di migranti di classe che devono imparare la lingua della classe dominante per potervi accedere. Ed è qui che agisce il ricatto del merito, è qui che noi dobbiamo lavorare per liberarci e incidere.

2. Merito e riproduzione

L’eccellenza si riproduce

Ogni anno in Sant’Anna è usanza tramandare, al termine del famigerato mese di “matricola”, un curioso libro, scritto da un “Anonimo collegiale”: Ma prima venne il ‘58. Quegli allegri casini al Medico-Giuridico di Pisa. Matricola è il mese di goliardia in cui i nuovi allievi del Sant’Anna vengono sottoposti a lunghe sessioni di socialità corporativa, con l’intenzione dichiarata di permettere a tuttə di socializzare e non rimanere isolatə, di conoscere il contesto del Sant’Anna per potervisi orientare nei 5 anni successivi, e tante altre buone azioni d’accoglienza. In quel mese impari anche come funzionano le dinamiche di potere alla Scuola, impari che non si parla mai seriamente di nulla, neanche della guerra, perché la politica è un gioco, è un palco di opinionismo di cui fare sfoggio al bar; impari che al Sant’Anna si è tutti una grande famiglia, che non se ne deve mai parlar male perché in fondo dobbiamo esserle grati.

In questo libro tramandato agli iniziati si trova la brillante e scanzonata autobiografia di uno studente dell’antenato della Scuola Sant’Anna, il Collegio Medico-Giuridico (che fu chiamato così alla fine degli anni ‘40, ma prima si chiamava Collegio Mussolini per le scienze corporative, non fa male ricordarlo) che racconta delle notti brave trascorse con i suoi compagni al collegio, i cui nomi non possono essere fatti perché ora sono persone importanti, persone con la cravatta, persone che ricoprono ruoli strategici e prestigiosi nei ranghi dello Stato. Ciò che colpisce sin da subito è la nomenclatura con cui vengono designate pratiche, istituzioni e luoghi: gli stessi nomi che oggi vengono insegnati, durante il mese di matricola, ai giovani santannini che impareranno a nominare il mondo alla stessa maniera di come lo nominarono gli anonimi incravattati. Magari sarà proprio per un’affinità di lessico, curriculum e riferimenti durante un apericena di networking con vecchi santannini nostalgici che si apriranno luminose porte per una carriera alla NATO, al ministero o in qualche azienda di droni dual use, in qualche ambasciata o in un’importante industria agroalimentare che opera in quelle che furono colonie italiane, e ora sono terra ghiotta per il neocolonialismo.

Questa è una delle facce della riproduzione: riproduzione di un’istituzione con i suoi codici, i suoi linguaggi, i suoi legami con le più importanti istituzioni e aziende. Ma la riproduzione non è qualcosa che si subisce e basta: la riproduzione richiede di essere agita da chi in un primo momento la subisce, e noi vorremmo capire perché e come. Ovviamente questa riproduzione esiste a prescindere dalle dinamiche di goliardia, una volta comuni a tutte le scuole di eccellenza e oggi meno diffuse. Il merito trova le sue vie per la riproduzione: per spiegare alcune di queste dinamiche ci serviremo di esempi di esperienze fittizie basate su fatti reali e attraverso un’alternanza di punti di vista tra la Scuola Superiore Sant’Anna e la Scuola Normale Superiore, che sono quelle di cui abbiamo fatto esperienza.

Immaginiamo una persona. Un ragazzo di provincia, ha fatto un buon liceo classico: certo, per arrivarci doveva fare ogni giorno un’ora di bus ad andare e una a tornare, perché abitava in una cittadina periferica, però la sua famiglia ha sempre creduto molto nel valore dello studio, nella scuola come riscatto, lo ha incoraggiato sempre a studiare, ad avere quella come priorità: se fosse andato all’università, sarebbe stato il primo della famiglia a laurearsi.

La professoressa di italiano del liceo, notando caparbietà e passione del ragazzo, alla fine della quarta superiore gli ha parlato dell’esistenza della Scuola Normale di Pisa (o della Scuola Superiore Sant’Anna), dove si studia gratis e si accede ad una formazione di eccellenza nelle discipline umanistiche. Il ragazzo si entusiasma: fare della sua passione una carriera prestigiosa! Che orgoglio per la famiglia, che orgoglio per coronare così le sue fatiche di tanti anni di studio.

Passa l’ultimo anno del liceo, il ragazzo è mentalmente già emigrato dalla cittadina di provincia in cui vive, che ormai sa di periferia del mondo ai suoi occhi; rinuncia a molta della socialità dell’estate della maturità perché mentre tutti festeggiano lui deve preparare l’esame d’ammissione in Normale.

Dopo un po’ di scleri, rinunce, autodisciplina e isolamento supera il concorso d’ammissione e diventa Normalista. Passano gli anni, e 5 son lunghi, però quel ragazzo ne ha fatta di strada! In e in 5 anni ha conseguito due lauree, un diploma da Normalista che vale come master di II livello (un riconoscimento negli anni tanto richiesto dai normalisti che, in questi tempi di magra del mercato del lavoro, non si accontentavano più del prestigio ad aria fritta della Normale e hanno pregato per un pezzo di carta che valesse qualcosa): ora è pronto ad essere precario nel mondo della ricerca universitaria! Oppure a fare il concorso per insegnare al liceo (dopo aver pagato quasi ə000 euro di tasca sua – dei suoi genitori – per i percorsi abilitanti all’insegnamento): certo che… come lo racconti ai tuoi orgogliosi parenti che la scuola come riscatto e la prestigiosa Normale ti hanno mandato a guadagnare 1500 euro al mese per una delle professioni più screditate d’Italia?

E fu così che il ragazzo decise – aveva, in realtà, già preso questa decisione all’inizio della magistrale – che avrebbe stretto i denti, alzato un po’ il termometro della boria, non avrebbe più guardato in faccia nessuno e avrebbe passato le notti sui libri per conquistarsi un meritato posto nel mondo attraverso la carriera universitaria.

Oppure immaginiamo una ragazza, negli ultimi anni delle superiori ha preso contatto con le piccole realtà locali, magari il nodo locale di Fridays For Future, e sta cercando davvero di dare il suo contributo per combattere il cambiamento climatico, ma la dimensione locale sembra sempre troppo piccola e genera senso di impotenza. Poi un giorno vede un cartello promozionale della Scuola Superiore Sant’Anna (parte della massiccia campagna di pubblicizzazione del concorso volta a far salire il tasso di selettività aumentando il numero di chi tenta il concorso d’ammissione) che promette una formazione interdisciplinare e vanta tra i suoi professori ospiti politici famosi e funzionari di alto livello. Decide così di provare il concorso di Scienze Politiche: finalmente potrebbe avere una chance di fare qualcosa di utile, di finire nelle stanze di chi prende davvero le decisioni e di far valere davvero i propri ideali e la propria etica.

Anche questa ragazza, entrando in Sant’Anna, ne avrà fatta di strada: dopo cinque anni ha preso il master di I e di II livello e ora si chiede quale è la sua strada, ha visto molti e molte prima di lei entrare nel Pantheon di chi ce l’ha fatta e ora ha un lavoro prestigioso, un lavoro che conta. Sa anche che per i santannini accedere a una serie di opportunità è più facile: la Scuola ha molte relazioni, nei programmi esclusivi ha più possibilità di essere presa perché aver fatto il Sant’Anna vuol dire avere addosso una certificazione di qualità.

Se fa Scienze Sociali ad esempio può fare un tirocinio nei ministeri oppure la sua candidatura all’OCSE verrà valutata prima, se ha fatto Ingegneria magari ha partecipato alla squadra di droni “Caelus” e ora ha proprio un bel CV. Così chiede ancora di più a sé stessa, vuole garantirsi una buona posizione e allora è disposta a chiudere un occhio sull’eticità di quello che andrà a fare, sulla cattiva nomea di quell’azienda in cui va a lavorare o con cui collabora. È stata educata alla realpolitik, quindi non avrà problemi a ricoprire ruoli da tecnico; certo si chiede come far valere adesso quell’etica e quegli ideali, ora che è in quelle stanze dei bottoni e c’è solo spazio per consulti tecnici o per attività che riproducano lo status quo. Che sia in un’ambasciata, in una commissione europea che valuta progetti HORIZON, in una posizione in pubblica amministrazione o in una ASL, avere ideali o convinzioni etiche, aver anche studiato tanto, non cambia di un millimetro il suo agire, perché in quelle stanze non c’è spazio per i valori e le sensibilità personali.

Per tornare alla nostra domanda su come si riproduce il merito: che effetto ha questa consapevolezza prematura sul normalista? Rivestiamo i panni del nostro brillante ragazzo di provincia che ce l’ha fatta, che sente sin dal primo giorno in Normale parlare di prospettive precarie, salvifico estero, notti in biblioteca. Il fatto è che quando si entra in Normale si impara sin da subito cosa conviene fare tra la discussione della tesi magistrale e l’inizio del dottorato, si impara sin da subito che è raccomandabile lavorare sempre con lo stesso professore, si impara che cosa è bene dire e cosa no davanti a un dottorando, un ricercatore, un professore, si impara che certe posizioni a sinistra sono accettate e anzi quasi previste in università, ma se ti spingi troppo in là sei davvero scomodo.

Forse allora questo merito di cui tanto si parla non è qualcosa con cui entriamo in Normale. Forse il merito impariamo a performarlo, a crederlo e ad esserlo nel corso dei 5 anni. I normalisti sono meritevoli non perché hanno superato un concorso ma perché dopo quel concorso sono stati esposti, più di qualunque altro studente universitario, al sistema delle regole implicite dell’accademia e nel giro di qualche anno hanno fatto proprie quelle conoscenze e quelle tecniche. Come direbbe Bourdieu, hanno acquisito un habitus. Ecco che allora, forse, il merito è qualcosa di più simile a un habitus, e non il valore personale grazie a cui entriamo in una scuola d’eccellenza.

Diventare meritevoli

Proviamo a riprendere lo sforzo immaginativo, questa volta con la lente d’ingrandimento sugli anni trascorsi in Normale. Il nostro transclasse normalista questi cinque anni come li ha vissuti? In quale quotidianità? Secondo quali riti?

Dal primo giorno di arrivo ha trovato lenzuola pulite e pasti pronti, insieme a una lunga serie di piccole e grandi agevolazioni che ben conosciamo. Il messaggio è molto chiaro: sei qui per il tuo studio, è questo che conta. Lo studio e la ricerca sono il core business, dello studente così come dell’istituzione. Il termine core business indica ciò che un’azienda decreta essere la propria attività principale, la quale deve definire l’identità dell’impresa e rappresenta la voce di spesa principale; usiamo questo termine perché una delle conseguenze dell’aziendalizzazione dell’università (https://collettivoscuolanormale.substack.com/p/contro-laccademia-neoliberale-appunti?utm_campaign=post&utm_medium=web&triedRedirect=true) è quella di omologare la struttura dell’università a quella di un’azienda. Per questo motivo, anche gli atenei hanno iniziato a definire cosa è core business (la ricerca, principalmente) e cosa non lo è (tutto ciò che gravita intorno al diritto allo studio come le mense e le residenze universitarie, i servizi ormai esternalizzati delle pulizie, dei portierati, delle biblioteche, ecc). Sul piano dell’istituzione la conseguenza di questo ragionamento ha portato a esternalizzare tutto il lavoro di cura: e sul piano della vita dello studente?

Si instaura, se non era già presente, una strutturazione dello spazio mentale e una gestione del tempo nelle quali le incombenze materiali non occupano mai un posto e vengono profondamente svalutate. Le ore passate sulle sudate carte assumono quasi un’aura liturgica: sono al contempo studio e ragione di esistenza, di riconoscenza per un investimento, di prova di un valore. Questa forma “scolastica” di esistenza – secondo la definizione di Bourdieu – si basa per l’appunto su un surplus di tempo libero (scholé) che non è soltanto una condizione estrinseca rispetto al lavoro intellettuale, ma ne determina internamente i risultati. Impariamo così a valutare il mondo con distacco, assumendo spesso posture etiche che sono più il frutto di un’estetica accademica incorporata, come se ciò che accade non ci riguardasse. Ci viene chiesto, al massimo, che “opinione” abbiamo su un “tema”. Questa postura anestetizzata viene costruita giorno dopo giorno da quelle condizioni materiali di privilegio che vengono sistematicamente disconosciute.

Un discorso simile può essere fatto per gli studenti e le studentesse del Sant’Anna: lə santanninə si ritrovano dal primo ottobre del loro primo anno in un mondo dorato, tra mensa e pulizie in camera, fornite sotto l’egida del merito. Velocemente si impara a svalutare il lavoro di cura. D’altronde, se ci meritiamo che qualcuno faccia queste cose al posto nostro vuol dire che il nostro tempo è più importante e non può essere sprecato in faccende improduttive. Le tradizionali serate di Matricola sono un’occasione eccezionale per stringere molto velocemente rapporti con i propri compagni d’anno. In pochissimo tempo si vivono situazioni assurde e imprevedibili – adrenaliniche quasi – che sono un vero carburante per le amicizie.

Non ci dilungheremo in questa sede sulla controversa e chiaccherata “accoglienza”, Ciò che ci interessa è riflettere su come queste attività cambino e modellino l’organizzazione interna delle scuole d’eccellenza. Grazie a Matricola viene affrontata anche la dimensione della “riproduzione sociale/relazionale”, ovvero la capacità di fare gruppo e formare legami di fiducia. Questa opportunità è garantita a tuttə, indipendentemente dallo sforzo personale e dalle singole abilità relazionali. Una simile dinamica genera immediatamente nel giovane studente una sensazione di gratificazione e di riconoscenza verso l’istituzione che l’ha accolto e gli ha fornito questo spazio per coltivare le sue amicizie.

Lo studio all’interno delle scuole d’eccellenza è anche subito improntato, come già si è detto, a opportunità future e alla consapevolezza che ci si stia già costruendo un curriculum. Fin da subito si impara a compiere scelte strategiche e a capitalizzare il proprio studio e la propria ricerca, ci si chiude in un ermetismo che custodisce gelosamente le conquiste e il sapere accumulato, in una gara fatta spesso più per paura che per vera volontà di prevalere sull’altro.

Questo dunque il rapporto con lo studio, che sfocia inevitabilmente nel rapporto con le altre persone, ma la configurazione delle dinamiche sociali è assai più complessa. Per diventare e dimostrarsi meritevole il normalista seleziona aspetti di sé da mantenere o amplificare, così da essere più adatto all’ambiente e alle interazioni, così da rientrare in una comunità organica di persone e da conquistarsi reti sicure di amicizie – le quali possono sempre trasformarsi in rapporti professionali – e di rapporti professionali veri e propri, anche se le dinamiche di potere sono sempre sfumate e fumose, così come in tutto il mondo universitario: sta qui la difficoltà e la sfida di capire come sindacalizzare un universo così opaco.

Giorno per giorno il normalista si ritaglia, occulta e dimentica di sé tratti ormai irrilevanti o di ostacolo per il suo nuovo status, giorno per giorno controlla come parla, come prende gli appunti, cosa usa come materiale umoristico, e si mostra per come vuole essere accolto dall’ambiente che irrimediabilmente fissa e plasma i suoi nuovi valori. Questa forma di autodisciplinamento performativo va di pari passo con – e per molti versi scaturisce da – il disciplinamento della vita e della quotidianità sanciti dalla struttura totale dell’istituzione: orari fissi e luogo unico per i pasti, vita collegiale ben scandita, spazi bibliotecari e abitudini di studio incoraggiate e diffuse fanno in modo che questo contatto con l’altro e questa costruzione del sé avvengano in modo estremamente ordinato e con una grande consapevolezza costante: siamo tutti insieme, non siamo molti, siamo insieme ogni giorno.

Il rapporto con i pochi altri – normalisti anch’essi – che il normalista vede sempre è davvero centrale e onnipervasivo. C’è quasi un più di realtà, un sovra-potere della realtà interna rispetto a ogni istanza esterna, tanto da rendere distante, opaco e potenzialmente irrilevante tutto ciò che per quelle soglie non passa… chi frequenta la Normale spesso non riconosce davvero di essere studente universitario a Pisa, non entra in contatto con la città, né con gli ambienti di UniPi, se non in certe sporadiche e poco rilevanti occasioni. Questo tipo di socialità è frutto dello stesso meccanismo corporativo che regola le logiche dietro a Matricola o alle Olimpiadi di Matematica e Fisica. Sta a noi capire come boicottarlo.

Per capire bene come questi meccanismi funzionino basta un esempio dal Sant’Anna: la prima settimana le “inziazioni” di matricola sottraggono tantissimo tempo ai nuovi allievi, anche durante la notte; il risultato è che non si va in università, non si conoscono i colleghi e le colleghe di unipi, piano piano proprio per le esperienze vissute insieme si entra in uno stato di eccezionalità in cui diventa quasi impossibile condividere quello che succede dentro con il fuori. Quando a Novembre Matricola finisce i gruppi all’Università si stanno già formando, si avvicina la prima sessione in cui bisogna essere impeccabili, normalmente quindi ci si rivolge più a quel dentro che al fuori. Questa dinamica continua per tutto il primo anno e velocemente si produce l’isolamento sopra citato.

Le tecniche volte a perimetrare l’esperienza d’élite degli allievi eccellenti è connessa anche alle forme di brandizzazione e merchandising che le scuole superiori universitarie hanno messo in campo negli ultimi anni. Questa strumentalizzazione al contempo commerciale e visiva mostra tutto il profitto che queste scuole traggono da una forma di docilità e di complicità insidiosa (in particolare nell’abbigliamento), che veicola la loro immagine di brand come se fosse neutrale. Il fatto di diffondere nello spazio pubblico il nome e il logo di un’istituzione non ha nulla di neutrale, così come non lo ha il fatto di farla entrare in ciascuno dei nostri gesti quotidiani come vestirsi, scrivere, leggere, bere dalla propria borraccia. Al di là della pubblicità (gratuita/spontanea) che ciò comporta, c’è una dimensione performativa a livello delle identificazioni soggettive (farne parte o meno) e relazionali (coloro che già non sono gli “eletti” si vedono pubblicamente rinviati alla propria non-appartenenza), come se queste frontiere sociali visibili e tangibili dovessero legittimarsi attraverso l’accettazione di una “membership premium” integrativa ed escludente, e in fondo molto alienante, che nessuno mette in discussione.

E’ proprio a questa convergenza tra socialità corporativa e postura accademica verso il mondo che va imputata la mancata riflessione o presa di posizione riguardo a certi funzionamenti, riforme e meccanismi della governance della Scuola, che pure sono politici, complici, interconnessi con innumerevoli sistemi, come abbiamo imparato a vedere.

Questo silenzio, o questo giudizio distaccato, o ancora la fiacchezza nel condannare che, se un giudizio avviene, avviene quasi sempre solo a parole e in contesti sconnessi e lascia il tempo che trova, ecco, tutto ciò è in ultima battuta alimentato da quello che fondamentalmente è un ricatto costante da parte dell’istituzione nei confronti delle persone che seleziona sulla base del merito e nelle quali investe. Il nostro normalista non si sognerebbe mai di attaccare o mettere in dubbio la Scuola, ovvero la sua casa, il piatto in cui mangia, il nido per le sue amicizie e per i rapporti più profondi, il luogo da cui trae un’ottima – o quantomeno prestigiosa – istruzione, il luogo che per alcune persone rappresenta comunque l’unica alternativa al non studiare affatto, oppure allo studiare senza raggiungere l’indipendenza da un ambiente familiare scomodo. Insomma, il normalista è costantemente in debito per i suoi privilegi: criticare l’istituzione che glieli garantisce è di solito l’ultima cosa che si sogna di fare.

Qualcosa si è inceppato

Ma torniamo un’ultima volta alla riproduzione. Siamo il ragazzo di provincia con tante aspettative addosso, con tanti desideri e con una passione per le lettere che viene ogni giorno capitalizzata e spremuta per diventare un lavoro in futuro e nel presente un’identità distintiva.

E cosa accade se ti devi laureare mentre c’è un genocidio in corso in Palestina? Se avevi basato la tua identità sull’essere progressista è un po’ un casino, perché almeno a una manifestazione devi andare. Se hai sempre fatto finta di nulla, ripetendo in giro che le lettere non devono avere a che fare con il mondo reale, puoi dormire sereno: sei abbastanza anestetizzato da non curarti di cosa accade intorno a te.

Quello che è successo a noi è che il Movimento per la Palestina è entrato fragoroso nelle nostre aule, nelle nostre vite e ci ha cambiato per sempre. Ci ha posto di fronte al mondo in fiamme, ci ha imposto la responsabilità verso il tempo presente, ci ha interrogati nel profondo.

E la risposta a queste urgenze non l’abbiamo data nel silenzio della nostra camera di collegio, ma camminando insieme su un’autostrada occupata. Il Movimento per la Palestina ha avuto la capacità di fermare almeno per un momento gli ingranaggi della macchina del merito e dell’eccellenza: ci ha mostrato grigi molti professori incapaci di prendere una posizione, o colpevolmente sordi o intenzionalmente complici. Ci ha fatto vedere che la raffinatezza concettuale delle nostre discipline non era in grado di esprimere una parola sul reale, che le metodologie disciplinari non consentivano di interpretare la realtà.

Il Movimento ha fatto nascere anche nuove amicizie: non più amicizie basate su quella socialità consolatoria che anestetizza e tappa i buchi tra un aperitivo con le amiche e una nottata a piangere prima di un esame; amicizie nuove, diverse, non relegate ad occupare il tempo libero (sempre in eccesso), ma amicizie che liberano il tempo e lo sanno inventare; amicizie con cui scoprire che la Normale non è virtuale ma è in un territorio di cui prendersi cura e in cui non è obbligatorio vivere come ospiti (come i collegi suggeriscono, come la carriera accademica prospetta); amicizie con cui scoprire che non è obbligatorio studiare 11 ore al giorno costringendosi a rinunciare a ogni altruismo e a ogni impegno nel mondo. Non è obbligatorio cedere al ricatto del merito, per cui “hai fatto tanta strada fin qui, non mollare, disciplina il tuo tempo, seleziona le tue amicizie, perimetra i tuoi interessi, non disturbare e non essere disturbato”.

Per cui, dopo aver smascherato il merito, quali strade ci si aprono? Che fare? Abbandonare la Normale, il Sant’Anna, e ogni scuola d’eccellenza, con un certo nichilismo, con un certo moralismo? Crediamo che la ritirata individuale non sia una via trasformativa, e noi vogliamo trasformare questo contesto, non rinnegarlo.Pensiamo che a ognuna di noi si aprano due possibilità: o riprodurre la macchina dell’eccellenza o incepparla. Stare dentro, nella contraddizione, senza essere fagocitati, arrampicandoci su questa torre d’avorio per fare buon uso di questa posizione di vedetta. Lavorare ogni giorno per rompere la bolla patinata in cui si bea la classe dominante di oggi e di domani, “bruciare la distanza tra la Normale e la città” come ha detto Adriano Sofri raccontando della sua generazione di Normalisti, intrecciando sempre di più legami e percorsi con la città di Pisa, con la gente che la abita, ci lavora e la difende da militarizzazione e sfruttamento.

3. Il ruolo (potenzialmente) strategico delle scuole d’eccellenza

Per cominciare, vogliamo tracciare delle linee di lettura che, nel corso di questi anni in cui siamo statə allievə di scuole d’eccellenza, sono andate gradualmente chiarendosi, e che possono essere utili per orientare riflessioni, inchieste e mobilitazioni future.

Proviamo ad esporne alcune. Le Scuole di eccellenza sono la punta del sistema di ricerca dello Stato: rappresentano il modello di ciò che dovrebbero essere gli studi universitari e vengono finanziate di conseguenza.

Il loro interesse è selezionare le persone più capaci per svolgere ricerca di alto livello. Allo stesso modo le Scuole si contraddistinguono dalla selezione all’ingresso degli studenti, generalmente con ottime carriere di studio alle spalle. L’aspetto selettivo a monte ci è sempre sembrato uno degli aspetti principali di ciò che chiamiamo “eccellenza”, più che la qualità della formazione che riceviamo in queste istituzioni.

La selezione degli studenti va a ricercare aspetti come il “talento” o indicatori “oggettivi” di capacità in una determinata materia: ma un aspetto fondamentale che accomuna i normalisti è la loro “dedizione”, ovvero la disponibilità a donare la totalità del proprio tempo per dedicarsi allo studio, cosa che a sua volta implica (e ha implicato nel corso della carriera di studi precedente) le risorse per farlo. Questo è forse il più grande non detto del mito meritocratico: il tempo e la calma con cui ci si è potuti dedicare a “meritarsi” il proprio posto dipende anche dal non doversi cercare lavori per guadagnare qualche soldo, non avere persone a cui badare o di cui curarsi, avere una famiglia che supporta, e via dicendo. Come si è detto nel capitolo precedente, questa dedizione ha un prezzo: lo abbiamo chiamato ricatto del merito. Questo ricatto agisce in maniera ancora più subdola sui cosiddetti “transclasse”, cioè su coloro per i quali l’accesso ad una scuola di eccellenza ha significato un notevole miglioramento di condizioni materiali, simboliche e culturali. Per un transclasse la dedizione e il dono integrale del proprio tempo saranno ancora più necessari.

Proprio sulla dedizione puntano le Scuole: annullando il carico di lavoro riproduttivo sulle spalle dell’allievə (garantendo mensa, pulizie in camera, reddito, accesso a tutte le risorse necessarie e a chilometro 0), puntano a massimizzare il tempo e l’impegno dedicato allo studio. Entrare in una scuola d’eccellenza levels the playing field, rende uguali le condizioni di partenza. E allora l’implicito diventa: nel momento in cui ciascuno ha la stessa vita e gli stessi impegni, quanto siamo dispostə a darci dentro nel nostro lavoro? La competizione e la peer pressure che viviamo si nutrono proprio di questo, dato che sarebbero molto più difficilmente pensabili senza queste condizioni di partenza pseudo-egualitarie. “Pseudo”, perché di fatto agiscono solo sull’individuo e mai sulla struttura della società, solo per alcuni aspetti, e per una parte limitata della propria vita. In questo modo, la cosiddetta “dedizione”, che spesso equivale al grado di sfruttamento a cui siamo disposti a sottoporci, implica anche il sacrificio di diversi aspetti della nostra vita o della nostra personalità allo studio. Qui si apre lo spazio per il disciplinamento: per ottenere e conservare i privilegi che si ottengono in queste istituzioni bisogna sottostare a tutta una serie di regole e ricatti impliciti da parte di chi è in grado di assicurarti il proseguimento della tua carriera di studi o lavorativa. E’ per questa ragione che ogni percorso di lotta interno alle scuole d’eccellenza si è per noi sempre accompagnato a un senso di liberazione del tempo e della disciplina interiorizzata, ed è sempre per questa ragione che in futuro dobbiamo e vogliamo continuare a interrogarci sulle possibilità che abbiamo di rifiutare i ritmi imposti e la concordia ordinum dell’istituzione.

Tramite questi meccanismi, infatti, le scuole d’eccellenza si rendono fucine di conoscenza e ricerca in cui la produttività viene massimizzata grazie alle maggiori garanzie che la popolazione studentesca e il personale di ricerca sono in grado di offrire, ottenute tramite una selezione molto più esclusiva rispetto all’università generalista. Questa produttività viene sia incentivata tramite una micropolitica dei rapporti (di cui abbiamo parlato nel capitolo su merito e riproduzione sociale), ma in cui esistono anche regole formali: non si può prendere meno di 24 agli esami in università, bisogna mantenere una media del 27, non si può andare fuori corso o perdere tempo senza giustificazione (non sono poche le persone che, per bisogno di 6 mesi o un anno di respiro dalla Normale, hanno dovuto chiedere a uno psicologo di dichiarare un grave stato di malessere psicofisico, l’unico status per cui si può accedere alla “sospensione”, cioè ad una messa in pausa di diritti e doveri nella Scuola Normale).

Chi è dentro deve fare il massimo possibile. E lo fa, altrimenti è fuori. Ma, come in ogni contesto, abbiamo avuto esperienza del fatto che esistono delle possibilità di resistenza a questo totalitarismo della produttività e sappiamo bene che il controllo e il disciplinamento hanno dei limiti. Sta a noi capire quali spazi di protagonismo e autonomia possiamo – e siamo disposti a – coltivare. Ad esempio, crediamo che le mobilitazioni per la Palestina non avrebbero saputo risuonare allo stesso modo se non avessimo lavorato negli anni precedenti per aprire delle brecce al corporativismo normalista e spezzare l’idea che ad ogni costo studentə e istituzione stanno dalla stessa parte. Oltre al lavoro del Collettivo, ha giocato un ruolo non indifferente il fatto che due collegi su quattro della Normale sono stati chiusi e molte persone sono andate a vivere in casa facendo un’esperienza di vita più simile a quella di qualunque fuorisede (per quanto i privilegi della mensa gratuita e del contributo alloggio continuino a rendere la nostra un’esperienza d’élite), e ci siamo resi conto dell’importanza di spazi altri rispetto a quell’unità di collegio-mensa-biblioteca-lezione.

Il rapporto con le aziende

Le scuole d’eccellenza, rispetto all’università di massa sempre più definanziata, si rivelano dunque degli attori potenzialmente strategici data la loro capacità di assicurare standard elevati di ricerca, che sono di interesse per le aziende e per gli organi governativi. La loro capacità di reclutare e formare secondo questi standard può essere utilizzata da diversi stakeholder (portatori di interesse), che infatti mostrano sempre di più un interessamento nei confronti di queste istituzioni.

Tuttavia, non siamo di fronte ad una macchina perfetta – il confronto con la ben più prestante macchina francese ce lo ha mostrato. Piuttosto intravediamo delle tendenze che, pur con vari contraccolpi, si stanno delineando in maniera sempre più evidente. In un mondo in trasformazione, anche in accademia vediamo progressivamente cambiare i criteri di sopravvivenza della ricerca. Sempre più registriamo uno spostamento da criteri di selezione tra pari a criteri di produzione secondo standard aziendali definiti, all’insegna di slogan come “dal laboratorio all’impresa”. La ricerca ora è finanziata sempre più “conto terzi”, cioè previa commissione di un’azienda, o tramite bandi UE con obiettivi molto specifici (ai bandi Horizon abbiamo dedicato un paragrafo in appendice).

Questo sta evidenziando le carenze strutturali di una istituzione come la Scuola Normale (rispetto, ad esempio, alla ben più allineata Sant’Anna), che più difficilmente di altre riesce a stare al passo con le trasformazioni e le nuove richieste del mondo delle aziende e del lavoro e non a caso vuole investire maggiormente sul settore dell’intelligenza artificiale. In questi anni assistiamo, e assisteremo sempre di più, a un avvicinamento tra le nostre istituzioni e gli interessi di stati e imprese. In una congiuntura storica come la nostra questo significa progetti sempre più volti alla guerra, allo sfruttamento di risorse, alla competizione tecnologica dual-use, non importa quanto estrattive e nocive per la natura e per l’umanità. A tal proposito, il 27 gennaio 2026, la Scuola Superiore Sant’Anna, in collaborazione con TOUR4EU, ha organizzato un seminario online, aperto anche alla Normale, dedicato alla proposta del futuro Programma Quadro europeo per la ricerca e l’innovazione. Riportiamo citando dal report pubblico che ne è stato fatto: “secondo la proposta della Commissione, l’intero programma Horizon Europe sarà aperto al dual use, ovvero alla possibilità di finanziare tecnologie con rilevanza sia civile sia militare. La novità principale consiste nel fatto che non è più richiesto che tutte le azioni abbiano uno scopo esclusivamente civile: tutte le iniziative possono ora avere applicazioni dual use, in linea con le esigenze dell’attuale contesto geopolitico. In particolare, l’European Innovation Council prevede non solo l’apertura al dual use, ma anche il supporto ad applicazioni nel settore della difesa, con azioni coordinate con la quarta finestra dell’ECF.”

Eppure questa condizione di dipendenza economica, condivisa con tutte le altre università italiane, non esaurisce i problemi che riscontriamo nel rapporto con le aziende. Nel caso specifico delle scuole di eccellenza si tratta di una fusione tra le alte sfere dell’accademia e dell’azienda, anche quando non si manifesta direttamente in condizionamenti sulla ricerca. Il nome e il prestigio dell’istituzione vengono utilizzati come terreno di incontro tra potere economico e accademico. Questo fenomeno lo vediamo bene nelle aziende rappresentate all’interno dell’associazione degli “Amici della Normale”, che trovano un loro corrispettivo nell’Associazione ex-allievi del Sant’Anna, che si impegna per statuto a “sviluppare un collegamento diretto tra il mondo economico e imprenditoriale e la Scuola”, ma anche in numerose conferenze e eventi tenuti alla Scuola, tra i quali possiamo ricordare riunioni con Leonardo SPA e Ministero della Difesa, o riunioni di Confindustria ospitate nella nostra sede negli scorsi mesi. Il punto, quindi, non riguarda solo la quantità di fondi che arrivano direttamente dalle imprese e il loro peso nella definizione dell’agenda di ricerca. Le scuole di eccellenza sono anche luoghi privilegiati di incontro tra soggetti che ricoprono diverse posizioni di potere in cui il prestigio dell’accademia fornisce uno spazio di relazione che appare neutro e scientificamente legittimato.

Le scuole d’eccellenza come ingranaggi di progetti strategici per lo Stato

Quale ruolo svolgono le scuole di eccellenza nell’infrastruttura politico-diplomatica dello stato? Gli spazi della scuola ospitano spesso eventi che non hanno scopi didattici o scientifici, ma offrono occasioni per costruire relazioni, networks e consolidare rapporti tra istituzioni. Due esempi lampanti sono le già citate conferenza sulla sicurezza tenutasi in sala Azzurra un anno e mezzo fa, con la presenza di Ministero della difesa e Leonardo S.P.A. e la riunione di Confindustria, ma ne è una prova anche l’ingente e ingiustificata partecipazione degli apparati militari alle inaugurazioni di ogni anno accademico e ad eventi come l’apertura di una nuova biblioteca della Scuola.

Con questi eventi la Normale si fa sostenitrice della presenza di queste istituzioni all’interno del mondo dell’accademia: e sotto la legittimazione data dall’istituzione universitaria e dalla ricerca scientifica, ciascuna di queste occasioni viene venduta come una collaborazione tra accademia e società civile. In realtà, è segno del fatto che le nostre Scuole si prestano ad essere ingranaggi di progetti strategici per lo Stato, rispetto a cui la maggioranza di chi lavora nelle nostre istituzioni non ha diritto di parola.

Uno di questi progetti è strettamente collegato alla proposta dei tre atenei pisani di rendersi un polo di peace studies, creando un “Hub di Pace” sul territorio. Già il nome è curioso: è noto infatti che la Toscana ospita un reale hub di infrastrutture militari che si dipana in tutta la Provincia di Pisa e di Livorno (aeroporto e porto militare e Camp Darby a cui si aggiunge il progetto di una base militare nel parco naturale di San Rossore su terreni che in parte appartengono proprio all’Università di Pisa). I rettori, in linea con l’agenda del Ministro Tajani su Gaza, si impegnano, in concomitanza con questo progetto, a sostenere la costruzione di un polo universitario italiano a Gaza, presentato come una iniziativa di science diplomacy. In questo modo, atenei che collaborano con la Leonardo SpA, fondamentale esportatore d’armi per conto del governo italiano ad Israele, responsabile del genocidio del popolo palestinese, si propongono di ricostruire emanazioni del nostro governo sulle macerie di Gaza, legittimando un’operazione di politica estera dal taglio profondamente coloniale nel nome della “pace” e della cooperazione internazionale.

Mettendo insieme queste informazioni, pur parziali, la lettura che crediamo di dover dare è che le scuole di eccellenza funzionano da struttura con la quale lo Stato è in grado di far passare scelte politiche come più accettabili o addirittura neutrali perché scientificamente informate. È così che decisioni diplomatiche, riforme sanitarie, normative o dell’istruzione, accordi militari-industriali, vengono legittimati. Questa possibilità è data proprio dalla permeabilità tra il mondo accademico e quello dell’amministrazione statale, e dal ruolo ambivalente e versatile che assumono le governance delle università. Il ruolo politico di queste istituzioni, infatti, consiste proprio nella capacità di mettere in relazione e legittimare reciprocamente soggetti economici, politici e accademici, contribuendo alla costruzione e alla riproduzione degli assetti di potere esistenti. 

Ideologia

Per rendere sostenibile tutto questo, le nostre istituzioni si devono armare di un apparato ideologico tanto aggressivo quanto quello materiale. Molte iniziative orientate alla cosiddetta “Terza Missione”, se guardate da vicino, tradiscono l’intento dichiarato di valorizzazione della didattica e della ricerca a beneficio del territorio. Si tratta infatti dell’ennesima svendita di saperi e patrimoni pubblici a privati. Uno dei fronti su cui possiamo lavorare per costruire un’università pubblica degna di questo nome è proprio quello di ridare alla “Terza Missione” la dignità di valorizzazione della conoscenza prodotta dall’università a beneficio della collettività e del territorio. Crediamo infatti che sia il momento di infrangere il rapporto estrattivo che le università, e in particolare le scuole d’eccellenza, hanno con il territorio. La Normale e il Sant’Anna hanno un patrimonio immobiliare nella città di Pisa (e non solo) che priva la cittadinanza dell’accesso a patrimoni architettonici e artistici, a infrastrutture e servizi come le biblioteche, e anche al verde. Come abbiamo esposto nel capitolo precedente le scuole d’eccellenza hanno tutto l’interesse a isolare le vite dei meritevoli rispetto al mondo e questa bolla che viene a crearsi, sul modello del campus americano, assume anche le vesti urbanistiche di spazi claustrali (letteralmente) separati dall’esterno. Una Terza Missione davvero impegnata sulle ricadute sociali e culturali dunque metterebbe in circolo questi patrimoni, invece che regalare le proprie stanze alle riunioni di affaristi e ai comizi di guerrafondai.

Un altro aspetto dell’ideologia tipica dell’università neoliberale è la cooptazione di valori e orizzonti “progressisti” per rendere più accattivante e presentabile il progetto di aziendalizzazione e privatizzazione dell’università. Ne sono un esempio i progetti sulla parità di genere, volti principalmente ad integrare maggiormente le donne nella ricerca scientifica, di fatto per riprodurre gli stessi ruoli accademici (gerarchici e produttivisti) tradizionali, ma al femminile. Lo mostra un recente convegno del Sant’Anna su come generare valore con la parità di genere (sic!). Un evento di questo tipo evita abilmente di scontrarsi con contraddizioni profonde, ma cerca di ritagliarsi uno spazio di compatibilità chiedendo il diritto di esistere all’interno di una logica di per sé ingiusta. Non importa che tu sia leader di un’azienda che sfrutta lavoro e risorse, oppure sviluppatrice di tecnologie belliche utilizzate in un genocidio. Già dal titolo, questo convegno pare una confessione del fatto che l’integrazione delle donne non è una questione di giustizia o di parità, ma va messa al vaglio della loro produttività e capacità di generare profitti.

Questo meccanismo è ben inquadrato da Mimmo Cangiano in un articolo apparso su Jacobin (autunno 2024), Università, guerre culturali e Studies: le guerre culturali, se scollegate da un’analisi economica e di classe, finiscono per essere riassorbite e messe a profitto dallo stesso neoliberismo che dovrebbero contestare. Diventando una sorta di “brand”, fanno da parafulmine per le reali istanze di trasformazione sociale su cui dovrebbe poggiare il loro senso. È importante sottolineare che l’accademia non si limita a ratificare uno stato di cose esistente, ma è attivamente coinvolta nell’elaborazione dei concetti che ne stanno alla base: il diversity management e le metriche ESG (Environmental, Social, Governance) nascono in larga parte in centri di ricerca universitari, spesso nei più prestigiosi, proprio perché è il prestigio a fornire la legittimazione scientifica necessaria. Le università fanno da avanguardia in questo processo di costruzione delle categorie (vocabolario, metriche, certificazioni) che rendono questa brandizzazione possibile e credibile.

Pensiamo vadano letti in questa prospettiva pure i tentativi di riallineamento ideologico alla Normale. Ci riferiamo agli eventi della Normale delle Idee, in testa l’incontro con Omri Böhm del 4 marzo 2026 dal titolo Thinking Bi-Nationalism Today. Federative Israeli-Palestinian Politics Amid the Genocide Accusation, tenuti dopo le potenti mobilitazioni per la Palestina, per riabilitare posizioni liberali sul tema del colonialismo israeliano, come contraccolpo ai moti della comunità studentesca e accademica che hanno messo in discussione l’idea della “neutralità” della cooperazione istituzionale e accademica con Israele, e che sono riusciti ad ottenere il boicottaggio delle istituzioni israeliane, come avvenuto nel caso della classe di Scienze Politiche della Normale. Eventi di questo tipo servono a farci disperdere nell’immobilismo e nella convinzione che le cose siano più complicate di quanto non sono veramente, o che il loro essere “complicate” sia una giustificazione per la passività. Si tratta di un meccanismo utile solo a fare da cuscinetto alle richieste che provengono dal basso. Cosa costituisce una maniera accettabile di esprimere il proprio dissenso, quali istanze vengono elevate su un piedistallo e quali vengono considerate irricevibili non è dettato da scrupoli etici, ma da interessi politico-economici e dall’ideologia con cui vengono fatti circolare.

Per questo, vogliamo continuare a valorizzare i momenti collettivi di confronto ed elaborazione: dalle prime assemblee sulla nostra vita quotidiana negli spazi della Normale, a eventi più articolati come l’Intifestival di dicembre 2025 e la due giorni di riflessione sul merito di maggio 2026, ci siamo messə in gioco e in discussione, anche riuscendo a mettere a disposizione per degli scopi collettivi i saperi che coltiviamo tutti i giorni, respirando finalmente un’aria diversa. La risonanza e la partecipazione che hanno avuto queste occasioni, il senso di novità e possibilità che nasceva nelle aule (le solite aule, ma finalmente dedicate ai nostri bisogni e alle nostre idee), ci dicono che questa è la strada giusta da continuare a percorrere.

Appendice: mappatura del ruolo del Sant’Anna

Dopo aver provato a elaborare una cornice teorica entro cui cogliere tendenze di medio periodo e catturare i cambiamenti a cui stiamo assistendo nelle nostre università, pensiamo sia tempo di avviare un’inchiesta sugli effettivi ruoli strategici giocati dalle scuole d’eccellenza nel loro costituirsi come poli di accentramento/colonne parastatali. Come in precedenti testi che abbiamo pubblicato, si tratta di appunti, frutto di riflessione collettive che maturano nel tempo, nelle assemblee, nelle mobilitazioni, nelle giornate di autoformazione: si tratta quindi di saperi in divenire, che proviamo a costruire e far reagire con l’evoluzione delle nostre istituzioni. Questa Appendice è quindi un primo tentativo di elaborazione di un’analisi del coinvolgimento strutturale della Scuola Sant’Anna nello sviluppo della politica estera ed economica italiana. Un ambiente che si interseca sempre più con il complesso dell’industria tecno-militare.

La ricerca scientifica è uno dei core business delle scuole d’eccellenza, almeno al pari della formazione: al Sant’Anna lo testimoniano la ratio di soli 6.4 studenti per insegnante, la presentazione di 3.5 brevetti per persona (prima in Italia) e il ristretto numero di ore di lezione previste per contratto da ogni professore grazie allo statuto speciale. Secondo il bilancio 2026 della Scuola, i fondi per la ricerca valgono circa 13,5 mln di Euro, su un bilancio totale di circa 51 mln di Euro.

I fondi per la ricerca provengono principalmente dall’Unione Europea, dal Ministero dell’Università e della Ricerca e da altri ministeri, seguiti dai privati. Non di rado, infatti, i progetti finanziati intersecano in modo abbastanza chiaro le linee di policy dell’UE e del governo, generando non poche contraddizioni tra alcune linee di ricerca, ad esempio su diritti umani o cambiamento climatico, e lo spirito promosso nel codice etico da una parte e il sistema a cui la ricerca della Scuola, talvolta, contribuisce dall’altra.

Scienze politiche e giuridiche: migrazioni, Africa e missioni internazionali

L’area di ricerca interdisciplinare DREAM (Dati, Ricerca E Analisi sulle Migrazioni) è piuttosto attiva sia nell’ambito della ricerca che nell’offerta di corsi interni per gli allievi. Le politiche migratorie e di asilo dell’UE, a partire dall’ultimo Patto Europeo su Migrazione e Asilo in vigore dal giugno 2026, e del governo italiano vengono dissezionati in modo critico, evidenziando la crescente securitizzazione dell’area del Mediterraneo e la strumentalizzazione del fenomeno per fini politici, financo attraverso la diffusione di teorie cospirative. Se da questo filone di ricerca emergono le violazioni dei diritti umani nei lager libici, e il modo in cui vi contribuiscono gli stati europei, allo stesso tempo la Scuola ha ospitato e formato alcuni funzionari dell’agenzia europea FRONTEX, che gioca un ruolo centrale nei respingimenti, nell’interferenza con le operazioni di soccorso delle ONG e nella collaborazione con le milizie libiche. Queste formazioni, che negli anni in realtà hanno coinvolto una moltitudine di agenzie italiane, europee e internazionali, si iscrivono nel solco degli studi sul diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. La formazione e i conseguenti certificati forniti dalla Scuola qualificano quindi questi enti, a cui vengono affidate grandi responsabilità e discrezionalità nell’operare in contesti fragili come la ricostruzione post-bellica o la risposta a crisi ambientali e naturali, come conformi e formati sotto il profilo del diritto internazionale. Sono gli stessi ricercatori del Sant’Anna, tuttavia, ad evidenziare con i loro corsi e le loro pubblicazioni i comportamenti talvolta problematici e neo-coloniali delle organizzazioni internazionali.

Nell’ambito degli studi su diritto internazionale, relazioni internazionali e cooperazione, la Scuola è piuttosto attiva in Africa: dal progetto Africa Connect alla formazione di funzionari statali nell’Africa Sub-sahariana in materia di stato di diritto e cooperazione giudiziaria. I progetti in questo ambito sono realizzati dalla Scuola grazie a finanziamenti del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo e della Scuola Nazionale di Amministrazione (SNA). Oltre alle indubbie possibilità di arricchimento personale e professionale messe a disposizione del personale e degli allievi della Scuola, queste missioni concorrono alla creazione di legami diplomatici e trans-nazionali tra l’Italia e i Paesi ospitanti, particolarmente rilevanti nell’ottica del Piano Mattei e dei crescenti interessi economici ed estrattivi del nostro Paese verso l’Africa.

Management della sostenibilità e dell’innovazione: o di come ripulire il fossile di ENI

L’Istituto di Management del Sant’Anna offre un PhD in Sustainability Management e un master in Gestione e Controllo Ambientale (GECA). Tuttavia lo stesso istituto vanta tra i propri partner aziende private come ENI S.p.a. e Intesa SanPaolo, notoriamente responsabili di gran parte delle emissioni e dei finanziamenti fossili in Italia e nel mondo, oltre a numerose altre aziende del comparto energetico. Nonostante alcuni docenti dell’Istituto si spendano in conferenze e meeting per parlare delle normative anti-greenwashing, il Sant’Anna figura tra i partner principali di Joule, la scuola di formazione di Eni per giovani imprenditori innovativi e sostenibili. Da una parte Eni forma gli start-upper del futuro, dall’altra continua a investire milioni e milioni di Euro nell’energia fossile e nella ricerca di nuovi giacimenti da sfruttare. Ma non basta: il master GECA si occupa anche di valutazione degli impatti sociali. E infatti proprio un dipendente Eni ha conseguito il master nel 2021 con una tesi intitolata “Analisi dei Sistemi di Monitoraggio Emissioni in Atmosfera della Eni S.p.A. Raffineria di Taranto”. La stessa raffineria che, secondo la Regione Puglia, ancora nel 2026, presenta “rischi sanitari inaccettabili” per la popolazione.

L’Istituto di BioRobotica: protesi e Difesa

L’istituto di BioRobotica è una delle espressioni più note e rilevanti dell’eccellenza del Sant’Anna. La ricerca di altissimo livello su protesi ed esoscheletri ha portato alla creazione di numerose aziende spin-off e al riconoscimento, nel 2026, del settimo posto al mondo per quanto riguarda la Robotics’ Science and Engineering, secondo lo Shanghai Ranking. Una posizione di indubbia eccellenza in un ambito molto specifico, in grado di produrre tecnologie con numerose applicazioni sia in ambito civile che militare. In particolare, negli ultimi anni la progettazione di protesi di ultima generazione ha portato il Sant’Anna a stringere un accordo quadro con il Ministero della Difesa, alla partecipazione di figure apicali della Scuola alle celebrazioni per la quarta “Giornata del veterano” nel novembre 2025, e all’invito del Ministro della Difesa Crosetto, in qualità di rappresentante istituzionale del governo, all’inaugurazione dell’Anno Accademico 2025-2026 del Sant’Anna. Una scelta di campo chiara, che non si è concretizzata per una questione di disponibilità del Ministro, che ha però presenziato attraverso una lettera.

Istituto di Telecomunicazioni, Informatica e Fotonica (TeCIP) e Istituto di Intelligenza Meccanica: droni e formazione

Sebbene diversi aspetti vadano ancora indagati, diversi elementi e testimonianze evidenziano la partnership tra questi istituti e Leonardo S.p.a. In particolare Leonardo finanzia da anni alcune borse di dottorato in Emerging Digital Technologies. Ma questo è solo uno degli oltre 170 posti di dottorato finanziati da Leonardo nelle università di tutta Italia. «Per lo svolgimento delle proprie attività didattiche e scientifiche, il Corso si avvale di numerose collaborazioni con organismi di ricerca pubblici e privati, nazionali e internazionali, definite da appositi accordi e convenzioni. I dottorandi svolgono un periodo di ricerca e formazione di almeno 6 mesi all’estero, in prestigiose università o industrie.» si legge nella pagina di presentazione del corso. Un dottorato che, spesso, oltre al titolo di dottore di ricerca, garantisce anche un posto di lavoro a Leonardo. In più, gli ingegneri di Leonardo reclutati da altre università spesso vengono attivamente formati negli Istituti e nei laboratori di ingegneria da personale della Scuola. Non è chiaro quali accordi disciplinino tale attività, ma emerge chiaramente il ruolo centrale della Scuola e dei suoi istituti (ma anche delle università in generale) nel formare e contribuire attivamente alla progettazione e la produzione di veicoli e sistemi d’arma che Leonardo S.p.a. distribuisce agli eserciti di tutto il mondo, Israele compreso, che non sarebbe possibile senza un ecosistema che permetta passaggi così disinvolti tra pubblico e privato.

A seguito del tentativo di mappatura portato avanti dagli allievi e dai ricercatori della Scuola, è emerso che la Scuola ha diversi accordi di collaborazione attivi con aziende del settore bellico coinvolte con il genocidio in Palestina, ma solo i membri del Senato accademico hanno potuto conoscere i nomi delle aziende e le aree disciplinari coinvolte.

EELISA: come l’UE integra la Turchia nell’ecosistema di ricerca europeo

Da ultima, viene EELISA, l’European Engineering Learning Innovation and Science Alliance, di cui sono parte sia la Scuola Sant’Anna che la Scuola Normale. Un’alleanza europea specificamente riferita all’ingegneria, che coinvolge dieci università e istituti di ricerca europei, e non solo. Tra gli atenei partner di questa alleanza troviamo infatti l’Istanbul Technical University (ITU), in Turchia. La Stato turco è già di per sé un partner problematico: segnalato per le violazioni di diritti umani, repressione della libertà di espressione (tra cui gli attacchi che dal 2016 in particolare porta avanti nel Rojava con l’obiettivo di distruggere l’esperienza rivoluzionaria dell’amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est, la persecuzione dei Curdi in Bakur e i sovvenzionamenti a ISIS) e nella figura del dittatore fascista Erdogan. Da molti anni Erdogan cerca di armonizzarsi con le altre “democrazie” europee presentandosi come uno stato moderno, ed EELISA è un ottimo strumento per farlo. La ITU, nel novembre 2025, ha infatti ospitato ad Istanbul oltre 130 persone tra studenti, ricercatori e personale delle università EELISA, in occasione della riunione degli EELISA Governing and Executive Boards e dell’EELISA Student Council, all’inizio del suo semestre di presidenza dell’alleanza.

La ITU presenta in uno dei suoi campus una facility di ricerca e sviluppo tra le più avanzate del settore. È il principale parco tecnologico dell’università, descritto come un hub per lo sviluppo di tecnologie per l’industria della difesa, aerospaziale e spaziale, non solo ci sono anche lauree condivise con alcuni dei colossi della difesa turchi tra cui ASELSAN, MKE e Baykar. Proprio quest’ultima è un’azienda di droni e dell’aerospazio turca, che collabora con l’italiana Leonardo. Oltre ad aver acquistato la Piaggio Aerospace and Defence, Baykar ha intrapreso con Leonardo una joint venture, grazia alla quale il governo italiano investe 2.4 mld di euro nell’acquisto di droni e aerei.

Questa azienda è un pezzo fondamentale del complesso bellico turco, tra i suoi prodotti sono celebri gli aerei UAV (veicoli a guida autonoma) Bayraktar TB3 usati per bombardare dall’alto l’amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est sopra citata.

ITU è a pieno titolo membro di EELISA: non è difficile immaginare che la cooperazione tra università e scuole di ingegneria di tutta Europa possa toccare anche l’ambito dei droni e della difesa, permettendo e facilitando il trasferimento di conoscenze e competenze direttamente verso l’industria militare di uno stato autocratico e colpevole di molteplici violazioni dei diritti umani.

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