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Nosso Povo Tá Na Rua

La notte del ballottaggio tra Lula e Flávio Bolsonaro si conclude con una enorme manifestazione di gioia della classe lavoratrice brasiliana: l’avenida Paulista di São Paulo è piena da scoppiare di gente e di bandiere rosse; nelle favelas delle principali città del paese i fuochi d’artificio scoppiano insieme a colpi di armi da fuoco sparati in aria per festeggiare. La vittoria di Lula al secondo turno è data matematicamente per certa intorno alle 9 di sera, ora brasiliana, con oltre 4 milioni di voti di differenza rispetto al candidato dell’estrema destra e il capovolgimento del risultato del primo turno, tenutosi il 4 ottobre.

«Bora Bora Bora Lula,

Bora Bora Bora Virar

Nosso Povo Tá Na Rua

A Mudança Continua»

Avanti Avanti Avanti Lula,

Avanti Avanti Avanti Ribaltiamo (il risultato),

Il nostro popolo è per strada,

Il cambiamento continua.

(Bora Lula Bora Pra Rua, “Avanti Lula Avanti per Strada”, jingle a favore di Lula uscito 4 giorni prima del ballottaggio)

La campagna di Lula per il primo turno è stata considerata da più parti una campagna fredda, imperniata intorno alla storia personale del presidente e alla celebrazione dei risultati del governo, e non è riuscita a stimolare la partecipazione attiva della base sociale storica del Partito dei Lavoratori e della sinistra brasiliana. L’estrema destra bolsonarista, al contrario, aveva condotto una campagna elettorale aggressiva, cercando di organizzare la rabbia contro la crisi sociale e presentandosi come forza di rottura, ma allo stesso tempo tutelando gli interessi economici che producono la crisi e spostando la frustrazione dei brasiliani verso l’ostilità contro altri lavoratori, le donne, le persone LGBTQIA+, i migranti e i popoli indigeni. Bolsonaro Jr prometteva aggressive politiche anti-criminali ed elogiava apertamente le operazioni militari condotte dai governatori bolsonaristi nelle favelas, che avevano causato massacri ed omicidi di massa. Si presentava fieramente come alleato degli Stati Uniti nella regione ed esortava il suo elettorato a dare la spallata finale alla sinistra latino-americana, garantendo che il sostegno servile di Brasilia agli interessi americani nella regione avrebbe portato alla crescita economica del paese. Il bolsonarismo, che condivide i propri interessi economici con la destra liberale, aveva infine stretto alleanze con i grandi proprietari terrieri del centro-sud, le industrie forestali ed i grandi capitali industriali promettendo l’abbattimento di ogni barriera legale alla deforestazione, sdoganando il fracking e lo sfruttamento intensivo dei bacini minerari del paese.

A questo bisogna aggiungere – da un lato – la spudorata ingerenza dell’imperialismo americano nella campagna elettorale, come al solito condotta dagli americani senza carota ma con tanto bastone: dagli endorsement ufficiali di Trump alle minacce di un crollo dei mercati finanziari in caso di vittoria di Lula, fino ad arrivare all’adozione ufficiale da parte del Brasile di sistemi di conteggio dei voti progettati negli USA e dipendenti dalle tecnologie satellitari Starlink di Elon Musk. Dall’altro lato, anche la magistratura brasiliana storicamente legata a doppio filo all’estrema destra aveva fatto il suo, aprendo ad arte – al culmine della campagna elettorale – due inchieste per corruzione contro alcuni ministri del PT e contro lo stesso figlio di Lula. Al primo turno, diversi stati in cui la vittoria di Lula era data per garantita dal PT sono quindi andati al bolsonarismo e l’astensione si è collocata intorno al 20%.

Un dato significativo della prima tornata, tuttavia, risulta essere l’elezione (o la rielezione) con il PT o altri partiti della coalizione (tra cui il PSOL e il PCdoB) di decine di militanti provenienti da differenti settori sociali in lotta, un elemento che conferma come il massiccio e combattivo movimento sociale brasiliano abbia, nel corso degli ultimi anni, puntato sul Lulismo come vetrina elettorale: tra loro, Rick Azevedo, leader del movimento Vida Além do Trabalho (Vita Prima del Lavoro), ex-commesso che si batte da anni per l’abolizione della scala 6×1 (6 giorni di lavoro, 1 di riposo); Rosa Amorim, storica dirigente del Movimento Sem Terra; Ana Júlia Ribeiro, dirigente del movimento studentesco in prima linea durante le occupazioni delle scuole del Paraná; Erika Hilton, attivista LGBTQIA+ e storica militante per i diritti delle persone trans e nere. 

Proprio le rivendicazioni portate dai movimenti sociali brasiliani hanno, dopo il primo turno, dato slancio e forza alla campagna elettorale di Lula in vista del ballottaggio. La prima risposta alla sconfitta del 4 ottobre è arrivata dai giovani brasiliani: dal giorno dopo il voto gli studenti hanno cominciato a convocare assemblee e manifestazioni che si sono diffuse in diverse città del paese; iniziative con una forte spinta spontanea, ma appoggiate e anche dalle storiche organizzazioni studentesche del Brasile. Dal 5 ottobre le piazze brasiliane non si sono più svuotate e hanno progressivamente visto la partecipazione alle manifestazioni di lavoratori, sindacati e moltissime organizzazioni popolari. Da un lato, il movimento esprimeva in piazza la paura e la preoccupazione per una vittoria di Bolsonaro, e prometteva una dura opposizione di strada se il ballottaggio avesse visto vincere l’estrema destra: una vittoria del bolsonarismo avrebbe rappresentato la possibilità di attaccare frontalmente ed indebolire le organizzazioni popolari ed ampliare il controllo sulle istituzioni e sulla magistratura, uno scenario reso ancora più pericoloso dal fatto che Bolsonaro Jr avrebbe potuto contare sull’esperienza accumulata nel precedente governo di estrema destra e su un contesto internazionale e latino-americano di generale sottomissione agli interessi dell’imperialismo statunitense. Dall’altro lato, la mobilitazione di piazza delle ultime tre settimane ha effettivamente imposto al PS le condizioni per una sua vittoria, ed i termini della sua seconda campagna elettorale: dall’abolizione del 6×1 alla fine dell’assedio poliziesco contro i quartieri proletari, dalla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario alla riforma agraria, dalla ripartizione delle terre allo stop all’abbattimento della foresta amazzonica. L’impegno più importante chiesto a Lula – ed a sua volta una promessa che l’ex-presidente aveva fin da subito messo al centro della propria campagna – è la richiesta di impegnare battaglia contro l’imperialismo americano e di mantenere intatta la sovranità nazionale del Brasile.

Il movimento ha contato perché ha saputo costruire un rapporto di forza diffuso in (quasi) tutto il paese, che è dipeso dalla capacità collettiva di trasformare una posizione politica, inizialmente derivante dalla paura per una vittoria della reazione, in una presenza sociale organizzata capace non solo di influenzare decisivamente la campagna elettorale, ma anche di far avanzare concretamente l’agenda di classe del Brasile – costringendo i candidati a misurarsi sui temi del costo della vita, della riproduzione sociale, della violenza della polizia e del futuro modello economico del paese. Un terreno su cui Lula, da vecchio sindacalista e capo-popolo delle mobilitazioni sociali degli anni 80, ha avuto l’intelligenza di spostarsi e la capacità di dominare: memorabile, in questo senso, il dibattito elettorale trasmesso in TV qualche giorno prima del ballottaggio, in cui un arrogante Bolsonaro Jr ha deriso Lula con l’appellativo «nove dita», facendo riferimento al suo mignolo amputato. Un inferocito Lula, ricordando a Bolsonaro come avesse perso il dito a 17 anni, quando era costretto a fare (illegalmente) i turni di notte in fabbrica per portare a casa il pane, ha riscoperto dentro sé stesso l’odio di classe dei suoi giorni giovanili – e, cosa più importante, lo ha risvegliato in milioni di telespettatori davanti agli schermi. 

Basta un’occhiata ai commenti sotto le clip della risposta di Lula che girano a migliaia su Youtube e Instagram per rivelare come decine di migliaia di brasiliani e brasiliane incazzate abbiano considerato l’insulto rivolto a Lula un affronto contro tutti i lavoratori e le lavoratrici, ed abbiano reagito definendo Bolsonaro un figlio di papà e rivendicando la fine delle condizioni di lavoro disastrose, degli incidenti e dei licenziamenti. Allo stesso tempo, negli ultimi giorni della campagna sui social hanno spopolato i jingle fatti con l’IA o i pezzi dei funkeiros, dj famosi soprattutto nei quartieri popolari, a favore di Lula, con hit come “Ele investiu em VC” di MC Carol, funkeira di Niterói (Rio de Janeiro) e militante dei movimenti femministi, che ha totalizzato 10 milioni di visualizzazioni in soli 2 giorni: «Bolsonaro é um caralho / essa porra é Lula da Silva / Ele já investiu em você / ele já mudou sua vida / Com Farmácia Popular e também Bolsa Família» («Bolsonaro non vale un cazzo / è Lula da Silva, porca miseria / che ha già investito su di te / ti ha già cambiato la vita / con “Farmácia Popular” [programma di distribuzione popolare di farmaci] e anche con il “Bolsa Família” [sussidio per le famiglie, due storici programmi di sostegno sociale dei primi governi PT che Lula ha promesso di ampliare e difendere di fronte alla promessa di Bolsonaro di eliminarli]»).

Con l’emergere di questa massiccia mobilitazione popolare – che ha trascinato la campagna sul terreno della risposta ai bisogni materiali della popolazione impoverita e ha imposto i termini della sfida – si possono almeno parzialmente spiegare i motivi della storica rimonta del candidato del PS, che ha vinto ieri con uno scarto di oltre 4 milioni di voti. Facendo un po’ di matematica, rispetto al primo turno Lula ha ricevuto oltre 10,3 milioni di voti in più, passando da 53,88 milioni ai 64,2 con cui si è concluso il conteggio ieri sera, mentre Bolsonaro è riuscito a crescere di solo 3,7 milioni di voti, passando dai 56,1 del primo ai 59,8 milioni di suffragi al secondo turno. La sinistra brasiliana ha recuperato i voti degli indecisi e di chi al primo turno aveva votato un altro candidato, ma ha anche sottratto voti al bolsonarismo ed è riuscita a portare alle urne oltre 3 milioni di elettori che si erano astenuti il 4 ottobre. Un successo giocatosi, in gran parte, sul terreno della risposta ai bisogni sociali del Paese: nell’impoverito Nord del Brasile, Lula ha guadagnato tra 5 e 7 punti per Stato; complessivamente, il PS ha ricevuto, al secondo turno, il 62% dei voti degli afro-brasiliani; il 55% del voto femminile; il 63% dei voti di chi prende il salario minimo; il 57% dei voti di chi ha solo la licenza elementare; l’80% dei suffragi dei prigionieri e delle prigioniere. Un ultimo dato a conferma di questa ipotesi è il ribaltamento del risultato nello Stato di Minas Gerais, uno dei bastioni del bolsonarismo, dove al primo turno il PS aveva preso il 43% ed al secondo, invece, ha vinto con il 50,5% dei voti: un distretto nella cui zona nord, siderurgica ed operaia, l’astensione aveva raggiunto picchi altissimi, mentre il sud agricolo e latifondista votava compatto l’estrema destra, ha visto un radicale aumento dell’affluenza culminata con la vittoria del Lulismo.

Bolsonaro ha ufficialmente annunciato che disconosce il risultato delle elezioni. A chi pensa che sia solo il raglio dell’asino sconfitto, bisogna ricordare che l’estrema destra brasiliana controlla ancora la maggior parte degli organi legislativi del Brasile, esprime diversi governatori e comanda su grossi pezzi di magistratura, oltre ad avere a sua disposizione decine di migliaia di agenti di polizia e criminali (i cosiddetti milicianos) impegnati in una guerra di sterminio contro le favelas e i settori sociali proletari del paese. Un blocco sociale reazionario che pochi anni fa ha organizzato un colpo di Stato in piena regola cercando di prendere il potere a Brasilia, e che può contare – da adesso – con l’appoggio politico, economico e logistico degli Stati Uniti e dei governi suoi alleati nella regione. Difficile, quindi, pensare che la partita sia chiusa.

Osservata sul piano globale, tuttavia, la vittoria di Lula rappresenta innegabilmente due cose. La prima: l’estrema destra latino-americana, il cavallo di Troia degli interessi americani nel continente, ha subito una battuta d’arresto di portata storica, venendo sconfitta nell’unico tassello che mancava per completare l’assoggettamento del continente agli USA – ed, elemento non indifferente, questo tassello è il più popoloso paese latino-americano, e la principale potenza economica della regione. Un bel guaio per chi, a Washington, sperava di fare cappotto definitivamente nel “cortile di casa” . Non è un caso che ieri notte gli Stati Uniti abbiano immediatamente esercitato la loro piccola, meschina vendetta spedendo in Venezuela l’esiliata di estrema destra Maria Corina Machado – in mezzo a bagni di folla organizzati ad arte -, per dimostrare al mondo di poter scatenare a proprio piacimento il definitivo tramonto di quel poco che rimaneva del governo bolivariano del Venezuela. La seconda cosa: la sconfitta di Bolsonaro permette di tirare un sospiro di sollievo a Cuba, l’unica esperienza rivoluzionaria ancora viva e combattiva del continente, stretta nella morsa dell’assedio economico statunitense, e che potrà continuare a contare sul Brasile come un alleato, sebbene forse non all’altezza del proprio compito, quantomeno disponibile a lottare per sostenere l’isola.

Sul piano nazionale, è difficile predire se un ottuagenario come Lula, per quanto combattivo, e la sua alleanza politica traballante (che contiene anche forti correnti liberali) saranno capaci di dare risposte concrete alla mobilitazione dei movimenti sociali che li ha portati alla vittoria, o se presto o tardi finiranno per tradire le promesse fatte in campagna elettorale e cercheranno di mantenere il potere con accordi ed equilibrismi con la destra moderata e le associazioni padronali. La vittoria di Lula non rappresenta certamente un passaggio politico rivoluzionario per il Brasile, ed anzi corre il rischio concreto di limitarsi ad amministrare il presente in termini riformisti e fungere da argine elettorale allo sviluppo di un reale rapporto di forza capace di trasformare la società. Questa scelta rappresenta la tomba storica della sinistra latino-americana, la risposta deleteria ad una sfida su cui si sono schiantati con gran fragore la maggior parte degli esperimenti di governo più o meno radicali della regione: dal cileno Boric alle ultime espressioni del peronismo di sinistra argentino. I danni sarebbero enormi: da un lato, una vittoria a valanga dell’estrema destra sarebbe solo rimandata; dall’altra, i movimenti sociali potrebbero subire un iniziale recupero da parte del Lulismo, che si tradurrebbe in un loro depotenziamento ed in una delega in bianco al governo, per poi uscire da uno scenario di potenziale tradimento con le ossa rotte e la fiducia sotto i tacchi, giustamente indisposti a sostenere ancora una volta il PT ma incapaci di difendersi e rispondere di fronte agli attacchi violenti della destra. Lungi da noi, quindi, lo scadere in facili entusiasmi per le vittorie elettorali di una sinistra riformista che troppo spesso, nel continente latino-americano, ha finito per ripiegare in disordine di fronte all’incapacità di sciogliere le proprie contraddizioni e spalancare le porte dei propri paesi alla peggiore reazione.

Dall’altro lato, ciò che dobbiamo sempre ricordare quando si parla del Sud America e si guarda ai suoi processi politici dalle nostre latitudini, è che il rapporto antagonista tra le classi popolari e la reazione si articola su delle dimensioni di scontro estremamente esplicito, dispiegato e violento che per noi appartengono (almeno per adesso…) al passato. Nella difficoltà di reggere la durezza di questo scontro seguita al tramonto negli anni 90 dei grossi movimenti insorgenti latino-americani, la scommessa di molti movimenti sociali del continente di sostenere elettoralmente opzioni che, per quanto riformiste, garantiscono comunque l’agibilità politica minima necessaria per organizzarsi e far avanzare le proprie rivendicazioni non va sottovalutata, né liquidata come puro elettoralismo. I fuochi d’artificio esplosi dalle favelas di Rio de Janeiro dopo l’annuncio della vittoria di Lula sono la gioia di chi sa che, da oggi, i milicianos del clan Bolsonaro avranno qualche difficoltà in più ad entrare e sparare a vista su qualsiasi cosa si muova. L’esperienza delle mobilitazioni e dei movimenti che da decenni lottano in Brasile ha bisogno di spazi di elaborazione, formazione e avanzamento politico: garantire questi spazi, oltre a saperli sfruttare, sarà centrale per trasformare la disponibilità dei movimenti sociali brasiliani ad appoggiare Lula in una forza politica conflittuale ed organizzata, capace di contare al di fuori delle urne e di sostenere l’urto contro l’estrema destra latinoamericana e l’imperialismo statunitense e l’agenda che essi continueranno spietatamente ad imporre al continente.

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