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Stralci di inchiesta (9): la partita Iva – Intervista con un lavoratore nel campo assicurativo

Spesso associata all’evasione fiscale e dipinta come un bacino di consenso elettorale naturale per il forza-leghismo, ha in realtà risentito della frammentazione e dell’atipicità delle forme di lavoro autonomo; nella difficoltà e nella sfida di costruire quelle pratiche di associazione e vertenzialità sedimentate nel settore del lavoro dipendente. Come altre figure del lavoro autonomo di seconda generazione, la partita Iva storicamente precorre una serie di nodi dell’attuale società in rete: dalla sovrapposizione tra tempo di lavoro e tempo libero (e la conseguente reperibilità 24 ore su 24) e messa a valore di quest’ultimo; la necessità di adattamento ad esigenze della clientela sempre diverse e personalizzate; la soddisfazione fornita dall’operare “in proprio” per conseguire un determinato status sociale. Con tutte le contraddizioni derivanti dall’imperativo del farsi “impresa individuale” – laddove la canonica separazione tra proprietà e controllo di questa rientra dalla finestra col particolare e mutevole rapporto tra committente e lavoratore autonomo. 

In questa nuova intervista abbiamo ascoltato T., che ha lavorato per svariati anni come partita Iva presso diverse agenzie di assicurazione, e la cui testimonianza rappresenta un interessante confronto-scontro rispetto alle premesse teoriche appena accennate. Ci pare in particolare interessante sottolineare i passaggi dell’intervista nei quali si ragiona di produttività, della necessità di affinare una capacità di adattamento, del gioco tra forma contrattuale e prospettiva di assunzione, e dell’ambivalenza nella percezione soggettiva del lavoro: tra pragmatismo (“serve per mangiare”) e fonte di “orgoglio”, per “sentirsi importante”. Buona lettura.

 

 

(I.): Mi racconteresti la tua esperienza come partita Iva?

(T.): Io ho lavorato come partita Iva in tre aziende, tutte quante di assicurazioni. Alle Generali ho anche avuto la mia prima esperienza di lavoro dipendente, però a tempo determinato. Il lavoro di partita Iva, di vera partita Iva che ho avuto, è stato quello a Xxxx, dove avevo sì un fisso, ma un fisso vincolato al raggiungimento di determinati obiettivi. Ma questo in fase di assunzione non era venuto fuori… O comunque era stata minimizzata la difficoltà nel raggiungere determinati obiettivi perché era stato detto che nel caso in cui gli obiettivi non fossero raggiungibili o che a ridosso della fine del mese non si fosse vicini a raggiungerli ci sarebbe stato un aiuto da parte dell’agenzia a raggiungerli. Io più o meno ogni mese ce l’ho fatta a raggiungere gli obiettivi, ho sempre avuto il fisso… Però a me avere la spada di Damocle di non avere lo stipendio, non è una cosa che ero pronto a fare. Anche perché il fisso era molto basso, 500 euro. Io vivevo da solo, quindi era un lavoro che non mi permetteva la garanzia di poter pagare l’affitto, le bollette, che poi diciamo tutti lo facciamo per quello. Poi magari qualcuno lo fa per passione, ma io non ho mai lavorato in vita mia per passione. Ma sempre solo esclusivamente per pagarmi il cibo. Infatti poi da lì me ne sono andato, sono andato a lavorare alla Xxxxx, dove il fisso era esattamente la metà, 250 euro, ma avevo la garanzia… Avevo un portafoglio clienti e questo mi permetteva di avere sempre un fisso. Il portafogli clienti prevede le provvigioni, quindi ogni polizza che rinnovi hai la provvigione. Avendo un portafogli diciamo che ti si genera automaticamente uno stipendio più alto rispetto al fisso. In più il nuovo viene pagato anche di più, quindi bene o male riuscivo a raggiungere le stesse condizioni economiche con molta più tranquillità per arrivare a fine mese. Solo che io cercavo la crescita. Io avevo un portafogli molto piccolo, in una zona molto marginale di Modena (Correggio, Rubiera ecc… – quindi zona più agricola che industriale). Quindi un giorno non dico che sono arrivato al litigio perché volevo che mi venisse affidato un portafogli più importante, che non mi hanno mai voluto dare. Anzi, hanno promesso promesso promesso ma… Allora ho preso e sono andato alle Generali, dove mi hanno dato il solito contratto di prova a partita Iva per un anno, e poi al raggiungimento di determinati obiettivi avrebbero fatto prima il contratto a tempo determinato e poi a tempo indeterminato. Erano due mesi di formazione e dieci mesi di prova, in cui dovevi raggiungere determinati obiettivi. […] un anno è tanto, però diciamo che alla fine purtroppo le assicurazioni possono ragionare soltanto rispetto all’anno, perché i periodi sono troppo soggettivi. Se vai da giugno ad agosto è normale che le persone ci sono meno, quindi è difficile riuscire a vendere. Se vai tra gennaio e febbraio le polizze si fanno tendenzialmente tutte tra novembre e dicembre, quindi l’inizio anno è un periodo di magra. A fine anno è un periodo di alta. Quindi per riuscire ad avere il quadro di come va una persona è diciamo corretto, purtroppo, anche se è crudele nei confronti di chi lavora, valutarlo su tutto l’anno. Ma lì le condizioni erano abbastanza buone perché avevo un fisso abbastanza alto, di 700 euro, più provvigioni buone, quindi diciamo che lì ho iniziato a, non dico mettere qualcosa da parte, ma almeno uscire a bermi due birre nel week end senza stare a lavorare in pizzeria da asporto. Tutti i lavori precedenti che ho fatto sono stati sempre accompagnati dal lavoro in pizzeria da asporto. Alla fine di quell’anno con molta fatica sono riuscito a raggiungere gli obiettivi che dovevo raggiungere, anche con un grosso aiuto da parte dell’agenzia, perché in Generali funziona così (questo succede in quasi tutte le compagnie di assicurazione): ci sono alcuni dipendenti dell’agenzia, e alcune figure che sono dipendenti della compagnia assicurativa. Quindi diciamo: finché ero partita Iva, finché ero sub-agente partita Iva, io non è che ero dipendente, però diciamo che lo stipendio me lo pagava l’agenzia. L’assunzione sarebbe stata fatta direttamente dalla compagnia. Quindi era come se io avessi due capi: uno il titolare dell’agenzia, l’altro quello che controllava il mio budget – che era il “manager” predisposto all’interno della compagnia assicurativa. Ovviamente non sto nemmeno a dirti chi mi stava più simpatico. Ovviamente l’agente. I direzionali sono persone che non mi sono piaciute per niente, in generale. Anche per come si sono comportati con me, e per l’atteggiamento che hanno. Sono riuscito anche attraverso aiuti grossi da parte dell’agenzia – mi mancavano delle cifre per raggiungere il budget e l’agenzia sostanzialmente me le ha date. C’erano dei clienti direttamente dell’agenzia e loro hanno messo il mio codice come se la polizza l’avessi messa io. Sono riuscito quindi ad essere assunto a tempo determinato, con condizioni tuttavia che non credo fossero eccellenti. Ma si riusciva a portare a casa in qualche modo uno stipendio decoroso. Le condizioni contrattuali erano un fisso di 5oo euro, più premi in funzione della percentuale di raggiungimento del budget. E’ un budget annuale che viene suddiviso in dodicesimi, che corrispondono a ogni mese. Ogni mese, a seconda che hai raggiunto il 100, il 150 o il 200% a seconda dei vari scaglioni hai una percentuale di quello che tu hai venduto. Il problema è che se tu fai il 100% del budget ti viene riconosciuto lo 0 delle vendite. Se fai meno ti arriva la lettera. La logica è questa. Quindi fare meno (quello che ti chiedono di fare” il punto è proprio che se il tuo budget è di 10.000 euro e tu vendi 10.00 euro, la compagnia non ti da premi, e quindi il tuo stipendio sarà composto dai solo 500 euro di fisso, se invece vendi 150% quindi nella fattispecie 15000 euro allora verrà riconosciuta una percentuale del venduto seppur bassa) di quello che ti chiedono di fare non basta. Per campare devi fare il 180% per dirti. Queste erano le condizioni che loro chiedevano per l’assunzione. E questo budget non è che fosse a contratto, veniva deciso di anno in anno non solo nelle quantità, ma anche nei prodotti. Nel senso che tu dovevi vendere tot premi, tot polizze di quella determinata polizza, ma proprio quella. Se ne vendevi un’altra potevi non guadagnare niente.

(Infoaut): se tu dovessi descrivere il tuo lavoro dell’epoca?

(T.): Io stavo in ufficio, fare le telefonate e gli appuntamenti, dovevano essere almeno quattro al giorno perché quelli sono la cifra necessaria per riuscire a … compresi sia i vecchi clienti che già avevo iniziato a incontrare sia i nuovi che venivano per la prima volta. Incontrarli. Tornare in agenzia. Fare preventivi, prospetti di investimenti, risolvere problemi, incontrare altri clienti, vendere le polizze, gestire gli incassi… O supponiamo: un cliente ha una polizza investita in dollari, e in quel momento magari conviene investire in Yen, io lo chiamo e gli dico che magari gli conviene investire in Yen. Cose di questo tipo. Quindi sia gestione del portafogli sia sviluppo del portafogli. In più gestivo una subagenzia a Castelfranco, quindi stavo proprio lì seduto aspettando che entrasse la clientela, e risolvevo problemi (che potevano essere il rinnovo della polizza auto, un incidente, qualsiasi tipo di cosa…). […] Quando si sta in un’agenzia abbastanza grande poi ognuno ha il proprio ruolo: chi fa il front office, che parla col cliente, ha una conoscenza diffusa abbastanza basilare, poi ci sono degli esperti specifici per il campo a cui riferirsi. In generale ho trovato un’estrema competenza e disponibilità in questo senso. Se non sapevo come fare una cosa, non c’era problema, anche perché per loro se risolvi un problema gli porti dei soldi, quindi…

(Infoaut): Oggi invece cosa fai?

(T.): Oggi il mio lavoro non è tanto diverso, quindi faccio sempre il commerciale, la parte più difficile del lavoro commerciale che consiste nel trovare clienti. E ovviamente vendere. Trovare persone interessate e una volta che le hai trovate vendere. Però diciamo che prima era una situazione molto più complessa, lì ero abbandonato a me stesso, ero più abbandonato a me stesso, nel senso che andavo da solo dal cliente e difficilmente dovevo portarmi qualcuno dietro. Al massimo una trattativa era complicata perché una persona era insicura – ma non perché dal punto di vista tecnico ci fossero dei problemi. Adesso lavorando in una agenzia di informatica, che fa addirittura software custom, ovviamente ci sono alcune tematiche che io non sono in grado di proprio minimamente affrontare, io come gli altri commerciali all’interno dell’azienda. Di conseguenza ci si porta dietro il responsabile tecnico, che è una figura estremamente competente che dirigi lo sviluppo di qualsiasi attività tecnica all’interno dell’azienda, e attraverso di lui si riesce molto meglio ad avere risultati, ascolto ecc… Dal punto di vista contrattuale sono molto soddisfatto: guadagno bene, ho rimborso spese, buoni pasto, faccio un orario di ufficio abbastanza comodo, non ho grossi problemi. Vedo che è la situazione che bene o male c’è per tutti. Tra l’altro mi hanno assunto praticamente da subito, quindi diciamo non ho avuto grossi periodi di prova, e quindi mi sento molto soddisfatto. Non sono molto soddisfatto dal punto di vista dello stimolo. La crescita dell’accompagnamento a livelli di spinte commerciali: le campagne le devo pensare tutte io e non mi viene mai niente dall’alto. E’ come se all’interno della mia azienda la mia soddisfazione non fosse importante, cioè se non vado bene mi dicono “stai tranquillo”, non cercano di capire il fatto che io posso non essere contento per il fatto di andare bene. E’ come se mi sentissi poco importante all’interno dell’azienda. Una sensazione che non è assolutamente piacevole, visto che uno ci passa la gran parte del proprio tempo. Sarebbe carino sentirsi importante, ecco.

(Infoaut): Se dovessi dire episodi positivi e negativi nella tua esperienza?

(T.): Allora, se dovessi dire un episodio estremamente positivo c’è stato in Generali, proprio per questo dualismo dipendente/agenzia, nel momento in cui mi è scaduto il contratto a tempo determinato non mi è stato passato a indeterminato. Perché non avevo raggiunto il budget come ti dicevo: dovevo raggiungere il 150, avevo fatto il 120. L’agenzia, rendendosi conto che io facevo un lavoro comunque abbastanza importante, perché andavo a Castelfranco. Insomma avevo un discreto pacchetto di persone interessate… Insomma si sono resi conto che avevo anche discrete potenzialità. Ci ha tenuto molto a farmi stare con lei. Quindi mi ha proposto delle condizioni contrattuali, sempre a partita Iva, però per quello che l’agenzia si poteva permettere credo per me vantaggiose. Altre persone non hanno avuto lo stesso trattamento. Poi me ne sono comunque andato perché mi sono reso conto che la mazzata che avevo preso col non essere stato assunto era grossa per quel che mi riguardava. Quindi me ne sono andato per orgoglio ferito. L’esperienza negativa è esattamente quella, la stessa. Non confermare una persona a due settimane di distanza dalla scadenza del contratto a tempo determinato dicendo: “hai fatto tutto, ma noi ti avevamo chiesto il 150”, credo che non fosse una cosa molto rispettosa nei confronti di una persona… Che vabbè, non ho famiglia, non ho niente, però sono pur sempre una persona. A due settimane dalla scadenza non puoi non rinnovare, ecco.

(Infoaut): Ti è mai capitato di confrontarti con questioni etiche, o diciamo di lecito/illecito?

(T.): Sì, soprattutto per quel che riguarda il campo delle assicurazioni il confine tra lecito è illecito è estremamente sottile. Nel momento in cui vendi devi bilanciare bene tra i tuoi interessi e l’interesse della persona a cui vendi. E i tuoi interessi non corrispondono mai ai tuoi interessi, ma corrispondono agli interessi della persona che ti paga lo stipendio. Di conseguenza è molto facile arrivare a forzare la mano, molto facile. Cosa che io non so se non l’ho fatta, però posso dire di avercela sempre messa tutta per non farla. Ovviamente le influenze dall’alto ci sono, e soprattutto nel momento in cui ti dicono “se non fai questo non vieni assunto”, l’ansia preme e tu alzi un po’ la mano. Io non credo che, soprattutto avendo lavorato per una compagnia come la Generali, fregate non se ne vendono. Però il prodotto che ti paga di più è sempre quello meno conveniente per il cliente. Però magari si vendevano altre tutele che erano probabili o improbabili, adatte o non adatte, alla tua specifica situazione. Per dire: una polizza che preveda il caso di morte, non la venderei mai a una persona single. Se è single, se muore non succede niente. Se invece è padre di famiglia, a quel punto una polizza è importante. E’ questo il confine etico che ci può essere nella tua professione.

(Infoaut): Hai mai avuto rapporto col sindacato?

(T.): Ho avuto un rapporto con la Cgil nel momento in cui mi è finito il contratto, non sono stato rinnovato alle Generali. Per prendere l’assegno di disoccupazione. Ho fatto tutto tramite loro, e ho ricevuto un trattamento, speciale proprio. A livello umano, da una ragazza che si è comportato in modo molto caldo con me. Mi è venuta incontro, anche perché avevo una situazione un po’ particolare. Nel momento in cui non ero più dipendente, mi hanno subito assunto a partita Iva. Quindi in realtà un’entrata io ce l’avevo, che era molto bassa… Quindi io sono andato a chiedere l’assegno di disoccupazione pur avendo uno stipendio. Ho chiesto come si faceva, se ce la si faceva. […] Bisognava incrociare bene tutta una serie di tetti… Ci si stava, e loro sono riusciti a farmi avere tutta la disoccupazione. Quindi sono stato molto contento di come sono stato trattato dalla Cgil. E’ stata l’unica esperienza che ho avuto.

(Infoaut): Hai qualcosa da dire rispetto al rapporto con i tuoi colleghi?

(T.): Adesso, nonostante il gruppo ci sia, io non ne faccio parte, per una scelta personale non per esclusione. Nelle Generali no: c’era un gruppo che magari era meno gruppo che però col fatto che si era tutti in unico stanzone diciamo era bello. Io avevo il mio superiore, che non era l’agente, era un’altra figura che adesso è un po’ complesso spiegarla, diciamo il mio “tutor”, che all’inizio mi odiava perché non lo ascoltavo mai… […]

(Infoaut): Se dovessi descrivere il mercato dentro cui sei?

(T.): Adesso io lavoro con una società di sviluppo software, e il mercato attuale è molto difficile perché è molto tecnico. Quando lavoravo nelle assicurazioni mi rivolgevo a persone che non sono specializzate in assicurazioni. Adesso quando parlo con qualcuno parlo col responsabile informatico e io non ho le competenze di affrontare determinati livelli di discorso. Quindi vado da loro, spiego il pacchetto prodotti che abbiamo, i servizi che abbiamo, spiego come li facciamo, poi nel momento in cui si va nel tecnico devo per forza rivolgermi a qualcun altro e io mi occupo della parte prettamente commerciale. Scrivo un’offerta (e un’offerta non è una banalità – non è come quando facevo un preventivo alle assicurazioni che era tutto pre-impostato… un’offerta sono 38 pagine, dove metà è un documento tecnico che scrive il responsabile tecnico, l’altra metà sono io che scrivo condizioni contrattuali, condizioni di assistenza, parte economica, il margine lo decido io – confrontandomi con i miei capi ovviamente – però lo decido io. Quindi mi occupo prettamente della parte commerciale, prima facevo di tutto.

Nella nostra zona, io lavoro a Bologna ma mi occupo principalmente di Modena, dove ci sono aziende ceramiche o a livello agricolo, molte sono anche molto bene, ma hanno una cultura per cui tutto ciò che non è strettamente necessario a livello produttivo è superfluo. La logica dell’investimento, del servizio, quindi quella a lungo termine, dell’efficienza che ti migliora il lavoro e quindi ti migliora la produzione, è molto difficile farla passare. Quindi mi trovo di fronte a interlocutori, che sono i responsabili IT, che sono molto affascinati e molto stimolati da quello che gli dico. Però nel momento in cui c’è da parlare col titolare non ci parlo io, ci parlan loro, e molto spesso le cose si fermano. Perché non ci sono soldi, perché hanno comprato una nuova macchina, perché ha preso fuoco uno stabilimento, perché il responsabile IT si è dimesso… I perché possono essere infiniti.

Ah, questo non te l’ho detto: ho molto a che fare anche con le pubbliche amministrazioni, con cui per noi è molto più facile vendere per un insieme di motivi. E’ molto più facile riuscire ad avere un appuntamento – so che può sembrare un luogo comune, ma il dipendente pubblico tendenzialmente ha molto più tempo e quindi te lo dà molto più volentieri. Secondo perché uno dei core business dell’azienda è lo sviluppo dell’open source – quindi per esempio migrazioni da Microsoft office a Libre office o Open office o cose del genere. E adesso tra virgolette è un po’ la moda del cittadino chiedere open source perché è gratuito, pur essendo il guadagno economico piccolo. Poi dipende per chi. Se vai nel comune di Bologna che ha tanti dipendenti può essere alto, se vai – adesso non ci son più i comuni no, ci son le unioni di comuni… ecco se vai in una delle unioni di comuni, che magari ha duecento dipendenti, son convinto che si va in pare pareggio fondamentalmente, quindi il gioco non vale la candela. Però lo chiedono lo stesso perché è il popolo che lo chiede fondamentalmente. Per farli contenti… Questo fa capire anche un po’ la politica come ragiona: nonostante l’utile, si fa lo stesso per far star zitta la gente. Quindi è un mercato difficile quello dell’azienda e molto più facile quello della Pubblica amministrazione, principalmente per quello che è la fama del marchio.

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