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La guerra tra poveri non è una soluzione. E’ una scelta politica

Mentre procede lo sgombero di Scordovillo, c’è chi prova ancora una volta a costruire il racconto più semplice: mettere gli ultimi contro gli ultimi.

di Addunati

Da una parte le famiglie rom. Dall’altra chi aspetta da anni un alloggio popolare. Una contrapposizione che non nasce spontaneamente, ma è il prodotto di anni di politiche fallimentari e della scelta di scaricare sui più deboli il prezzo dell’assenza di una vera politica abitativa.
Sono decine gli appartamenti Aterp rimasti incompleti nel Quartiere Savutano, intere palazzine di edilizia pubblica mai terminate solo per giochi di mero calcolo politico, perché le famiglie beneficiarie di quegli appartamenti sarebbero state quasi sicuramente famiglie rom. E così il paradosso, oggi si sgomberano decine e decine di appartamenti occupati – compresi quelli occupati da famiglie rom – per reperire appartamenti da destinare ad altre famiglie rom.
Ed in questa isteria istituzionale, tra dichiarazioni pubbliche e corsa al selfie mentre le ruspe demoliscono le baracche del campo, si consuma l’ennesimo dramma sociale di questo territorio.
Noi questa logica la respingiamo.
Il nemico non è chi vive in una baracca.
Il nemico non è chi aspetta da anni una casa popolare.
Il nemico è chi ha lasciato che un ghetto esistesse per decenni e oggi pretende di risolvere tutto spostando il problema da un territorio all’altro.
Sul punto si segnala la Legge regionale 7 luglio 2026, n. 21, con la quale la Regione Calabria ha introdotto una disciplina straordinaria per consentire il progetto di superamento del campo di Scordovillo, prevedendo la possibilità di trasferire le famiglie anche presso case popolari situate in altri Comuni, superando così le graduatorie esistenti.
Ma spostare le persone non significa risolvere il problema. Significa, piuttosto, trasferire altrove le conseguenze di decenni di abbandono istituzionale, con il rischio concreto di alimentare nuove tensioni sociali nei territori interessati, con decisioni imposte dall’alto senza alcun coinvolgimento della popolazione e delle istituzioni.
È il classico meccanismo della guerra tra poveri.
Si alimenta la competizione tra chi è in graduatoria e chi viene trasferito. Tra cittadini di Comuni diversi. Tra persone che vivono tutte la stessa condizione di fragilità.
Così si distoglie l’attenzione dalle vere responsabilità: la cronica assenza di investimenti nell’edilizia residenziale pubblica, il progressivo smantellamento del welfare e l’incapacità delle istituzioni di garantire il diritto all’abitare.
Noi non accetteremo mai questa impostazione.
Non permetteremo che i lavoratori, i disoccupati, le famiglie delle case popolari e le famiglie rom vengano trasformati in nemici tra loro.
La chiusura di un ghetto è un obiettivo che condividiamo. Ma non può essere realizzata esportando il problema, dividendo le comunità o mettendo in competizione persone accomunate dallo stesso bisogno.
Servono più case popolari.
Servono investimenti pubblici.
Servono inclusione, lavoro, scuola e servizi.
Serve una sanatoria delle occupazioni abitative.
Perché nessuno conquista un diritto quando viene sottratto a un altro.
La guerra tra poveri conviene solo a chi non vuole mettere in discussione le responsabilità della politica.

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