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Le lezioni di Marzo

Tuttavia, osserviamo che in questi giorni sulla rete gira un’immagine che esemplifica differenze nel modo di praticare le lotte: da una parte gli operai della Peugeot di Parigi, che si scontrano con la polizia, e dall’altra un presidio mogio e rassegnato della Fiom fuori dai cancelli di uno degli stabilimenti Fiat italiani. Entrambi lottano per la difesa del posto di lavoro, ma le differenze balzano agli occhi ed offrono molteplici spunti di riflessione.

La mobilitazione dei lavoratori della logistica nella giornata del 22 marzo ha visto la determinazione  francese, in difesa dei diritti e della dignità, prendere campo anche in Italia, attraverso lotte concrete volte a mettere in ginocchio l’avversario, dove lavoratori di ogni provenienza, italiani e migranti, si sono uniti contro lo sfruttamento portato avanti dai padroni delle cooperative e della cooperativa con la C maiuscola, ovvero la Coop.

Dagli anni ottanta del secolo scorso, non si è fatto altro che parlare dello scemare delle lotte all’interno del mondo del lavoro, di sconfitta dei sindacati di lotta, della nascita della concertazione e di un modo di fare sindacato che ha deciso di governare il mondo del lavoro a braccetto con i padroni. Eppure la scomparsa del conflitto, almeno a livello quantitativo,  non è solo il portato di una cultura della rassegnazione che avrebbe infettato come un virus le classi subalterne, ma una decisione deliberata da parte dei sindacati confederali che per anni e anni hanno lasciato le singole lotte abbandonate a se stesse, senza mai tentare una strategia unificante per imporre un punto di vista altro da quello che la classe padronale ha di fatto imposto ai subalterni.

Con le mobilitazioni della logistica assistiamo ad un cambiamento di rotta importante, dove il significato della parola sciopero torna ad essere pregnante, declinato come si faceva agli albori del movimento operaio, quando lo sciopero era concretamente un’arma per far male al nemico. Questo è stato uno sciopero con cui, attraverso il blocco delle attività produttive,  si è voluto rivendicare diritti negati e quella dignità che caratterizza gli individui prima come persone e solo secondariamente come lavoratori.

Proprio la parola dignità era quella più utilizzata nei 4 picchetti fuori dai cancelli dai lavoratori della logistica, quella stessa dignità che ha permesso loro di mettere in ginocchio un paese intero, abituato alle comodità e alla “bellezza” dei centri commerciali. Dal 22 marzo ognun*  si dovrà chiedere come quella bellezza viene costruita, da chi e a quali condizioni. Il “teatro dell’agio e dell’opulenza” si realizza sulle spalle di chi lavora nei settori del carico e scarico merci in condizioni di semi-schiavitù o attraverso la distruzione dei tempi di vita di coloro che devono garantire le aperture straordinarie nei giorni festivi. Il fatto è che ci sono lavoratori che vengono sfruttati come schiavi per garantire immagine e guadagni ai nuovi padroni. E’ per quella pretesa di dignità che anche di fronte alle minacce della polizia non è stato fatto un passo indietro.

E’ da qui che bisogna ripartire: è necessario fare in modo che queste lotte non rimangano isolate ma che si estendano anche ad altri luoghi di lavoro, perché la strategia dei sindacati confederali non funziona più e dove ancora regge ha i minuti contati. Parliamo di quella strategia che chiede scioperi o altre forme di lotta per ottenere tavoli di trattativa al ribasso, i quali di fatto riescono a spostare la perdita del posto di lavoro di mesi o al massimo di qualche anno, attraverso un circolo vizioso chiamato ammortizzatore sociale. Questo approccio non è che una salvaguardia effimera, che porta inevitabilmente alla sconfitta.

Che questa lotta stia facendo paura, lo dimostra il silenzio dei mezzi di comunicazione di massa, nonostante un lancio di settimane e il fatto che se ne sia parlato solo per via degli scontri avvenuti sulla via Emilia e di un lavoratore che è stato investito da un camionista che voleva rompere i blocchi. D’altra parte, la ricerca del sensazionalismo è la caratteristica fondamentale di un giornalismo sempre più diffuso e sempre più deludente.

Tornando al sindacalismo ufficiale, la strategia dei confederali si è esplicitata durante il blocco dell’Interporto, dove la Cgil ha tentato di forzare le entrate per permettere ai suoi iscritti di lavorare. Lo sciopero all’Interporto è stato quindi il giorno del guado, dove tutti si sono finalmente schierati esprimendo in modo esplicito la loro posizione rispetto alla barricata: da una parte stavano i lavoratori con le loro legittime rivendicazioni, dall’altra i padroni con interessi contrapposti. Il 22 marzo è certamente una data che segna uno spartiacque, almeno in Emilia Romagna.

Testimonianze, raccolte all’interno di alcune grandi aziende del comprensorio modenese, parlano dei tempi in cui picchetti molto determinati venivano fatti davanti agli ingressi da quegli stessi sindacati che ora si defilano e fingono di non vedere e cercano di forzare gli stessi picchetti. Sono sindacati che ormai da lungo tempo non indicono uno sciopero degno di questo nome e che include personale di alta rappresentanza che si offende di fronte all’accusa di pompieraggio!

In conclusione, la giornata del 22 marzo porta con sé un bagaglio di esperienza e di conflitto molto importante. Chi si chiedeva se il mondo del lavoro fosse ancora in grado di mettere in campo lotte efficaci, con lo sciopero della logistica del 22 comincia ad avere qualche risposta. Certo, è fondamentale verificare quanto questa lotta riuscirà ad estendersi e a radicarsi sul territorio e in quale misura potrà essere veicolo di ricomposizione sociale, espandendosi anche ad altri settori del mondo del lavoro.

Un elemento molto significativo che caratterizza questa lotta, è che i lavoratori sostenuti dal sindacato di base S.I. Cobas sono stati capaci man mano di richiamare attorno a loro altre componenti sociali, che li hanno affiancati nelle mobilitazioni, negli scioperi e di fronte alle manganellate della Celere. Anche grazie alla loro disponibilità al dialogo, i lavoratori della logistica sono riusciti a costruire un raccordo con altri settori del precariato sociale, i quali hanno contribuito al successo della mobilitazione del 22.

Queste giornate, dunque, propongono una nuova riflessione sulla contrapposizione tra capitale e lavoro. Sarà opportuno iniziare ad inserire nelle nostre analisi elementi nuovi affatto trascurabili, considerando che non siamo di fronte ad un fenomeno a carattere episodico né tanto meno limitato ad una singola realtà produttiva.

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