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Israele apre le dighe e inonda la Valle di Gaza

Gerusalemme, 23 febbraio 2015, Nena News – I social network in questi giorni sono affollati di foto di un Medio Oriente sotto la neve: l’ondata di freddo che ha colpito la regione ha imbiancato la Spianata delle Moschee, tutta Gerusalemme, Betlemme fino al suo deserto.

La stessa ondata di freddo mostra la sua faccia molto meno romantica a Gaza: la tempesta di pioggia e neve ha messo in ginocchio una popolazione stremata da un inverno gelido e dalla mancata ricostruzione del post-attacco. Dal 26 agosto, giorno del cessate il fuoco tra Israele e Hamas, nella Striscia non è entrato niente: dei 5,8 miliardi di dollari promessi da una generosa comunità internazionale, attanagliata dai dubbi (“A che serve ricostruire se Israele distruggerà ancora?”, era il leitmotiv della conferenza dei donatori del Cairo dello scorso ottobre), è stato versato meno del 2%. Di materiali da costruzione, che dovrebbe giungere da Israele, nemmeno l’ombra.

Eppure sono oltre 90mila le abitazioni completamente distrutte o seriamente danneggiate, 110mila i gazawi ancora senza casa. Chi può ci vive ancora dentro, sfidando le temperature invernali, o in tende poste accanto alle rovine della propria abitazione. Chi non può è ancora rifugiato nelle scuole dell’Unrwa o in affitto in qualche angolo della Striscia. I generatori funzionano a fatica a causa della mancanza di gas e l’impianto centrale della Striscia, bombardato a luglio, è continuamente in stand by.

E in questi giorni di tempesta, alle foto di Gerusalemme sotto un suggestivo manto bianco facevano da contraltare quelle dei bambini di Gaza diretti a scuola con i piedi nell’acqua, a volte costretti nei sandali o in scarpe troppo vecchie per proteggerli dal freddo. In molte comunità il sistema fognario è al collasso e l’acqua non viene assorbita: interi quartieri sono sommersi dall’acqua. La protezione civile di Gaza ha prestato soccorso alle famiglie a cui era stato consegnata una casa mobile, strutture che con il maltempo sono affondate nel fango.

E ieri, letteralmente, ha piovuto sul bagnato. Non è stata però colpa delle piogge incessanti. La responsabilità del peggioramento della situazione è da imputare alle autorità israeliane, dicono nella Striscia, che ieri mattina hanno aperto una serie di dighe lungo il confine tra Israele e Gaza inondando la Valle di Gaza (Wadi Gaza) d’acqua. La Valle di Gaza si trova al centro della Striscia, tra il campo profughi di Nuseirat e al-Moghraqa. Due sono i fiumi che giungono nella valle, uno da Hebron e uno da Beer Sheva (in arabo Bir al-Sa’ba)

Il Ministero dell’Interno ha fatto sapere che la protezione civile ha evacuato oltre 80 famiglie perché le loro case sono state invase da fango e acqua, arrivata a tre metri d’altezza. Le famiglie evacuate sono state portate in rifugi delle Nazioni Unite nel campo profughi di al-Bureij e a Al-Zahra, quartiere al centro della Striscia. “Aprendo i canali si sono inondate moltissime case – si legge nel comunicato del Ministerto – Abbiamo dovuto evacuarle più in fretta possibile”.

La protezione civile ha avvertito del pericolo di una nuova apertura delle dighe da parte israeliana, se le piogge dovessero continuare: ne conseguirebbero altri danni, ha detto il portavoce Mohammed al-Midana, con l’acqua che ad alta velocità sta già attraversando la Striscia verso il mar Mediterraneo. A peggiorare la situazione la carenza di elettricità a causa dell’embargo che impedisce alle pompe delle fogne di portare via l’acqua dalle strade (ad oggi a causa dei danni dovuti ai bombardamenti e della mancanza di carburante, l’impianto della Striscia garantisce solo 6 ore di energia al giorno).

Non è la prima volta che, dopo ondate di maltempo, le autorità israeliane aprono le dighe e sversano l’acqua in eccesso su Gaza per evitare problemi a casa propria: è successo nel 2013, a dicembre, provocando danni a decine di case e costringendo molte famiglie palestinesi della zona a rifugiarsi altrove; e nel dicembre 2010, 100 famiglie furono evacuate.

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