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“Guerra alla guerra”: dopo l’assemblea nazionale in Val di Susa inizia un percorso di mobilitazione sui territori verso e oltre l’8 novembre a Roma

Riportiamo di seguito gli interventi introduttivi dell’assemblea nazionale tenutasi domenica 27 luglio durante il Festival Alta Felicità in modo da sottolineare le caratteristiche del percorso di mobilitazione contro guerra, riarmo e genocidio in Palestina proposto in tale occasione.

E’ stato aperto un canale telegram GUERRA alla GUERRA sul quale poter ritrovare il report dell’assemblea e i prossimi appuntamenti.

Abbiamo chiamato l’assemblea “Guerra alla guerra”: non vogliamo che sia soltanto uno slogan, ci siamo ispirati a ciò che si sta organizzando al di là delle Alpi, ma anche perché pensiamo che ciò di cui c’è bisogno oggi sia una guerra a un modello che è quello occidentale, imperialista, coloniale, capitalista, patriarcale e che rappresenta un modello di pace contro il quale dobbiamo batterci. Questo momento di assemblea pensiamo sia urgente per stimolare un dibattito collettivo su alcuni aspetti. La prima questione su cui ragionare oggi è su cosa possiamo costruire un’unità che è evocata da più parti per un percorso comune contro il riarmo, contro la guerra e contro il genocidio in Palestina. Non per un senso di unità di per sè, non per costringerci a trovare una sintesi di lettura geopolitica rispetto alla fase che stiamo attraversando, ma a partire da degli obiettivi comuni e ciò che riscontriamo come urgenza è quella di capire quali sono le condizioni che dobbiamo porre per creare un percorso, un movimento, che sia reale e incisivo contro il riarmo, contro la guerra e a sostegno della Palestina. Oggi pensiamo sia interessante chiederci quali siano queste condizioni, noi ne iniziamo a porre sul piatto alcune. 

La prima, è quella di ambire a un movimento che sia di massa, che possa offrire un immaginario e una proposta nella quale ci si possa riconoscere, che sia capace di coinvolgere sempre più persone al di là di chi già si mobilita; dobbiamo porci il problema di come si articola la guerra sui nostri territori e nelle nostre vite, quindi concretamente agire per opporsi con tutte le forme e le pratiche possibili; pensiamo anche che il nostro compito oggi, la nostra responsabilità, sia ricostruire fiducia, rapporti sociali reali, laddove dilagano delega, sfiducia, di opportunismo e strumentalità per restituire anche il senso della possibilità e della vittoria; lo abbiamo ripetuto nelle piazze di quest’anno nelle mobilitazioni per la Palestina, ce lo insegna la Palestina, dunque è ora di uscire dalla retorica dello slogan e essere conseguenti, chiarire chi è la nostra controparte, agire collettivamente. 

Per fare questo vorremmo tracciare una proposta che condividiamo qui, che vorremmo costruire insieme e che si compone di diversi aspetti. Innanzitutto, avviare percorsi sui territori e dai territori che possano costruire contesti ampi in cui ci sia la possibilità di confronto e attivazione per colpire gli obiettivi presenti su quei territori: dalle fabbriche di armi, alle basi militari, ai progetti bellici in ambito accademico, guardando a esempi virtuosi di chi oggi mette in campo iniziative per bloccare, sabotare la logistica della guerra; in secondo luogo, vogliamo guardare a un momento di mobilitazione nazionale a Roma che abbiamo immaginato per l’8 novembre, per fare si che sia una grande manifestazione nazionale che si ponga il problema di indicare e praticare degli obiettivi precisi che incarnano i nemici comuni. Il nemico è comune per noi, per chi abita nei quartieri popolari, per chi lotta contro una grande opera inutile, per chi resiste qui e altrove nel mondo; tutto questo per poi tornare sui territori perché pensiamo che un percorso come questo debba essere pensato sul lungo periodo e quindi continuare e avere altre tappe, altre possibilità di confronto per costruire effettivamente una forza e allargare e coinvolgere sempre più persone e darsi ulteriori tappe comuni

Per concludere, quello che ci teniamo a sottolineare è che pensiamo che questo momento non sia risolutivo, non pensiamo di avere la pretesa di vedere questo come l’unico percorso, questa come l’unica data. Sappiamo che ciascuno e ciascuna sta lavorando da mesi, da anni, sul proprio territorio per costruire dei percorsi che vadano in questa direzione. Pensiamo sia necessario però riuscire anche a condividere quelli che sono degli strumenti, delle pratiche, condividere dei percorsi, mettere a disposizione anche le proprie agende, supportare tutte le iniziative che vanno in una direzione effettiva, reale, per andare in un’ottica, in una prospettiva di lungo periodo, per renderci davvero incompatibili rispetto a quello che è il piano di riarmo, di militarizzazione, di guerra della nostra società. 

La chiamata che abbiamo provato a fare oggi non è facile ma, come uno degli slogan che abbiamo utilizzato  nelle nostre rotte territoriali a Roma, Quarticciolo, “non è facile ma è necessario”, dobbiamo riunirci per capire cosa possiamo fare in più, che pezzettino in più possiamo fare per contrastare la guerra e soprattutto interrogarci insieme, quale forme darci e come portare avanti una trasformazione ed essere incisivi. 

A dirla tutta penso che avremmo dovuto procedere al contrario. Avremmo dovuto innescare prima un processo di partecipazione e poi invitare tutti e tutte alle discussione ma è necessario scendere in piazza, é necessario praticare un obiettivo chiaro e leggibile dove tutti si possono riconoscere, è necessario trovare delle pratiche che possano dare la parvenza alle persone che vi partecipano di poter incidere su qualcosa. In questo senso guerra alla guerra. Avremmo dovuto procedere al contrario perché il nostro obiettivo non siamo noi seduti qui ma sono coloro che non riusciamo a mobilitare nonostante ce ne sia la voglia. In questo senso abbiamo amici dappertutto. A differenza di altre fasi, secondo noi, la maggioranza delle persone è contraria a quello che succede in Palestina, é contro la guerra. A differenza di altri momenti non dobbiamo convincere nessuno e se volete potrebbe essere piu facile. Invece, abbiamo di fronte una sfida quella di trovare le forme giuste, trovare la modalità perché le persone abbiano più fiducia nella politica. Il corteo deve essere una tappa, non solo il corteo che stiamo proponendo qua, ma tutte le proposte che sono state fatte negli scorsi mesi.Lo sforzo invece che dobbiamo fare è di capire come da un’indignazione, che può essere di tipo individuale, si possa passare alla condivisione di pratiche che danno la possibilità a tutti di partecipare per favorire un processo che possa essere incisivo.

Io credo che parte della frustrazione che condividiamo derivi da quello che mettiamo in campo che magari non va, ma dobbiamo partire da quelle pratiche e strumenti che dobbiamo mettere in condivisione, dal boicottaggio, al sanzionamento, che possano mettere in difficoltà la controparte che è comune a tutti e tutte. In questo senso c’è una composizione giovanile che in questi mesi ci ha anche aiutato a capire come essere incisivi. Penso alle pratiche di boicottaggio che sono state fatte all’università, queste devono continuare, e ci hanno insegnato come poter incidere, infatti molte facoltà di molte università hanno deciso di stracciare gli accordi con l’Università di Israele. Penso che sia fondamentale che ognuno riesca a fare il suo pezzetto bene e che riesca a parlare ai molti, che si costruisca un processo per cui anche personalità che oggi non hanno un’appartenenza possano trovare un megafono collettivo tramite il quale esprimersi. Penso che ognuno debba continuare a portare avanti le proprie lotte sui territori e trovare delle modalità cittadine per costruire delle pratiche di boicottaggio e di sanzionamento che ci fanno arrivare al corteo avendo costruito delle pratiche comuni contro la guerra. Il senso di quello che facciamo territorialmente ci serve per continuare a stare all’interno di una compagine sociale che non è sicuramente quella giovanile, che trova in Meloni, Trump ecc una risposta alla crisi pensando che quella compagine possa difenderli e rendere le loro vite più sicure, che potranno avere maggiori garanzie difendendo le industrie nazionali, che potranno difenderli dalla concorrenza degli stipendi da fame. Sono territori dove il conflitto e la violenza si dispiega in linea orizzontale e dove i vari dl Caivano servono per dividerci.

Oggi come Quarticciolo stiamo ancora lottando contro un modello di società e abbiamo vinto una piccola battaglia sul piano delle periferie, ma non è detto che vinceremo la guerra di questi 3 anni. Pensiamo che ci sia molto da fare e io credo che le lotte territoriali, come anche la nostra, siano in relazione all’economia di guerra, nella logica di guerra. Ciò avviene nella misura in cui c’è una guerra interna che continua ad aumentare le differenze tra chi sta in basso e chi sta in alto, tra chi decide e chi subisce le decisioni. Per costruire una forza e un movimento collettivo vanno quindi continuate e sostenute tutte le esperienze territoriali, dalle università alle scuole, dalle lotte sui territori, contro il modello di sicurezza, in modo da costruire un piano diverso, alternativo, di cosa vorremmo ci fosse nel nostro Paese. Non dobbiamo trascurare l’interrogativo: quale mondo vogliamo? Un primo passo può essere quello di ricominciare ad immaginarselo e questo vuol dire anche ripensare come vogliamo i nostri quartieri popolari, come vogliamo una riconversione industriale non per le armi, e scambiare strumenti in modo da metterli a disposizione per chi già sta sperimentando delle lotte, per dare voce a chi non ha voce. 

Queste sono le prospettive e lo spirito con cui partecipiamo a questa assemblea e vogliamo a partire da oggi dare spazio alle lotte territoriali per rappresentare un metodo di lavoro che ci diamo comunemente e che può essere parte della costruzione. Lo sforzo da fare non è unirsi per unirsi ma per dare spazio e energia a quello che ancora deve nascere. 

L’assemblea è stata coperta da Radio Blackout, attraverso la trasmissione in diretta dell’iniziativa e da Radio Onda d’Urto.

Qui il report dell’assemblea

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