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L’intreccio delle lotte tarantine: un movimento di resistenza territoriale alla logica del sacrificio

A seguito dell’ennesima morte sul lavoro, in questo caso parliamo di Loris Costantino, operaio della ditta di pulizie Gea Power che stava lavorando nello stabilimento dell’ex ILVA di Taranto, abbiamo deciso di pubblicare un’intervista fatta agli attivisti e attiviste del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti e della Convocatoria Ecologista Taranto, con cui abbiamo percorso i temi chiave delle lotte sul territorio tarantino.

I fatti dell’intervista si fermano alla fine dello scorso novembre. Già il 12 gennaio un altro operaio di ExIlva, il 46enne Claudio Salamida, era morto a causa del cedimento di una griglia metallica non fissata. Dal 2012, anno del sequestro giudiziario dell’impianto, sono morti 11 operai.

Il 2 Agosto 2012, l’irruzione dell’Apecar dei Liberi e Pensanti, nella piazza monopolizzata in assetto compatto dai sindacati confederali, venuti a difendere il lavoro, secondo la logica di un sistema di produzione che non aveva e non ha al suo centro né la tutela del lavoratore né quella dell’ambiente.

Che cosa sta succedendo: aggiornamenti ExIlva, con Virginia Rondinelli e Raffaele Cataldi

Raffaele, operaio cassaintegrato, è di ritorno dall’università di Genova al momento dell’intervista, dove ha presentato il suo libro Malesangue, edito da Alegre a gennaio 2025. Le studentesse e gli studenti dell’università, ci racconta, non sono disinteressati. Al contrario, mostrano attenzione e partecipazione verso una storia industriale e umana di cui in Italia si parla poco, e quasi mai, dando voce a chi la vive sulla propria pelle, ma “non abbiamo ricette”, dice, “possiamo solo raccontare la nostra esperienza”.

Alla domanda sulla condizione attuale degli impianti e del quadro politico su Ilva, Raffaele Cataldi e Virginia Rondinelli fanno fatica a rispondere, ci delineano infatti una situazione confusa: non si conoscono le reali condizioni della fabbrica, non si sa chi possa comprarla, né a quali condizioni. Le richieste dei cittadini che vorrebbero la chiusura dell’area a caldo vengono ignorate, mentre i sindacati chiedono la nazionalizzazione. Quest’ultima richiesta è stata respinta dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che ne ha sottolineato l’incostituzionalità, “come se prima del 95 non ci fosse la stessa Costituzione, come se Italsider non fosse stata nazionale”, commenta Virginia. Si dichiara come unica possibilità dello Stato quella di partecipare a una gara insieme ad altri privati, aggirando quindi l’ostacolo. Al bando di gara il presidente uscente Emiliano era d’accordo, mentre il nuovo, De Caro, al momento dell’intervista e dunque in campagna elettorale, si diceva contrario. Intanto, Michael Flacks, tale imprenditore statunitense, ha offerto 1€ per acquistare exIlva e “Urso, per rendere appetibile, ha detto che ne sono pronti dallo Stato 750 milioni, che sono sempre quelli sequestrati ai Riva, pronti per essere immessi e che dovrebbero servire per le bonifiche e l’amministrazione straordinaria”.

Nel frattempo, resta al centro del conflitto l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), concessa per 12 anni1. Secondo il governo, sarebbe la più avanzata d’Europa, secondo esperti e associazioni – che hanno presentato un ricorso insieme al Comitato – è invece la peggiore autorizzazione concessa a un impianto siderurgico dopo l’aggiornamento dei parametri europei su emissioni e Agenda 2030. Ma che cosa prevede? Lo chiediamo a Virginia, che ci racconta che l’AIA sull’Ilva garantisce la possibilità dell’impianto di continuare l’attività per altri 12 anni. In questo arco di tempo dovrebbe avvenire la dismissione della produzione a carbone e il passaggio a una produzione basata sui forni elettrici. Questo viene però previsto in assenza di un piano industriale, senza indicazione della collocazione degli impianti elettrici e senza un cronoprogramma certo. Nel dibattito emerge anche un conflitto tra territori, perché Genova sostiene che, se i forni elettrici devono essere realizzati, vadano concentrati a Taranto, con l’ipotesi di tre forni a Taranto e uno a Genova, lasciando comunque Taranto come area a caldo.

L’AIA non offre garanzie sulla tutela della salute, così come non le offriva in passato. Per sua natura è una concessione, una proroga che consente a un’azienda di continuare a insistere su un territorio, a condizione di adeguarsi progressivamente alle norme ambientali. Nel caso dell’Ilva, però, le prescrizioni dell’AIA non vengono rispettate dal 2008 e nessun gestore ha mai completato quanto previsto, nonostante l’autorizzazione continui a essere rinnovata.

Tra gli interventi indicati come risolutivi dall’AIA c’è la copertura dei parchi minerali, che viene utilizzata per sostenere che non sia più necessaria la pulizia delle aree circostanti. “In questo modo si confonde la semplice pulizia con la bonifica e la sanificazione, che sono operazioni completamente diverse. Lo spolverio, inoltre, non deriva solo dai parchi, ma anche dalla movimentazione interna degli impianti, dalle gru del porto e dai nastri trasportatori. Mancano sistemi di contenimento delle polveri e cappe di filtraggio nelle fasi emissive, tanto che le coperture dei parchi sono diventate rosse. Il suolo sottostante non è stato qualificato né impermeabilizzato e rimane invisibile e non verificabile. Pulire i davanzali, pulire gli spazi antistanti, le scuole non significa sanificare. La sanificazione e la bonifica sono un’altra cosa. Significa spazzare, appunto”, conclude Virginia sul tema.

Si afferma che l’80% delle prescrizioni sia stato completato, ma resta un 15–20% mai definito, di cui non si conosce il contenuto reale. Nel tempo continuano a emergere scoperte giudiziarie, con sequestri del NOE (Nucleo Operativo Ecologico) e il ritrovamento di chilometri di condotte sotterranee contenenti sostanze inquinanti non tipizzate, con possibili sversamenti in acqua. L’AIA prevede un sistema di controlli affidato a ISPRA, ARPA, ASL ed enti locali, ma l’ultimo gestore è stato indagato per truffa sulle emissioni, per assenza di manutenzione e per getto di sostanze pericolose, continua a raccontarci.

Per quanto riguarda i forni elettrici, questi non esistono concretamente: esistono solo disegni, bandi contestati e appalti bloccati da ricorsi. Non c’è alcuna certezza sulla loro realizzazione. I forni elettrici, inoltre, fondono a temperature tra gli 800 e i 1000 gradi, restando quindi impianti di area a caldo e continuando a essere emissivi. Esistono studi che ne valutano l’impatto ambientale e in altri territori, vedesi Piombino, sono già oggetto di contestazione. In aggiunta, i quattro forni Dri, impianti di preriduzione, andrebbero a gas, smentendo nuovamente la favoletta del piano di decarbonizzazione e “servirebbero soprattutto ad alimentare i forni elettrici dell’azienda a Nord”. 

In definitiva, l’AIA non chiarisce che tipo di acciaio si produrrà, a chi servirà e a quale prezzo, e non garantisce né indotto, né occupazione stabile, né compatibilità ambientale.

Dissalatore, con Alessandro Esposito

La presenza dell’ex Ilva è stata utilizzata come alibi per imporre scelte calate dall’alto, opere impattanti che scaricano sulla popolazione i costi ambientali, sanitari e sociali di un modello di sviluppo imposto. Oggi però il territorio tarantino non è minacciato solo dal siderurgico. Accanto all’ExIlva avanzano altri progetti che riproducono la stessa logica estrattiva, tra questi, due opere emergono per impatto e simbolismo: il dissalatore sul fiume Tara e la nuova discarica del quartiere Paolo VI.

Parliamo del dissalatore con Alessandro Esposito, attivista e ricercatore indipendente, il quale ci racconta che l’opera, finanziata con circa 126 milioni di euro, in parte fondi PNRR, viene giustificata con la carenza idrica, e si sostiene che l’acqua dissalata servirebbe alla popolazione e in parte all’agricoltura. Questa narrazione portata avanti da Acquedotto Pugliese però non tiene conto delle enormi perdite dell’inefficienza delle infrastrutture, dell’esistenza di invasi già costruiti e inutilizzati, come il Pappadai, e del consumo continuo di acqua da parte del settore industriale, che drena continuamente acqua a soddisfacimento dei propri bisogni produttivi. Quando AQP è stata interrogata su questo tema ha risposto che “la popolazione tarantina deve fare lo sforzo senza domandarsi il perché di questo sacrificio”. Alessandro nota quanto questo discorso fallisca non solo sul piano politico, nel definire il concetto di sacrificio, ma anche da un punto di vista di lettura della disponibilità delle risorse: “AQP interroga la crisi idrica come circoscritta alla Regione Puglia, quando sappiamo perfettamente che Acquedotto Pugliese ha un rapporto diretto nell’approvvigionamento delle acque anche con la Basilicata.” Nuovamente ci troviamo di fronte alla strumentalizzazione di un bisogno con una nuova opera, che, evitando la radice del problema, non risponde alla domanda: da che cosa deriva il bisogno di tutta quest’acqua?

E più andiamo avanti nell’analisi con Alessandro, maggiori livelli di complessità vengono fuori. Il progetto è strettamente legato al fiume Tara, che è già oggetto di sottrazione d’acqua per l’Ilva. Secondo AQP, l’Ilva dovrebbe ridurre i prelievi dal Tara e compensare attraverso il dissalatore. Ma “avendo a che fare con poteri come quelli legati al siderurgico, ogni limite è fatto per essere superato”, non c’è fiducia reale sui limiti e vincoli imposti a Ilva. Una sfiducia che è alimentata anche dalla visione della della cordata che costruirà l’impianto, in cui è presente la CISA spa, azienda legata alla gestione di discariche e con Albanese, amministratore delegato già indagato per smaltimento di rifiuti tossici e intralcio alla giustizia.

Oltre agli aspetti tecnici e procedurali, il Tara ha un valore che va ben oltre l’opera. È uno spazio di comunità condiviso da Taranto, Massafra e Statte, un luogo di relazioni, memoria, rifugio e socialità dentro un territorio “a cui ogni spazio è stato e continua a essere sottratto dai piani industriali”. È “un’oasi che all’interno del triangolo industriale resiste all’industrializzazione”, divenendo così anche uno spazio politico, che resiste allo sfruttamento della crisi socio-ecologica, e accoglie la comunità che lo attraversa e decide di unirsi a sua difesa.
Dopo essere stato pubblicato nel 2023, oggi il procedimento è nel suo punto peggiore, il cantiere è di fatto avviato e sono già iniziati sradicamenti di ulivi, piante da frutto e il taglio della vegetazione lungo il fiume. Anche l’ultima strada istituzionale, il ricorso al TAR da parte del Comune di Taranto, è stata abbandonata nonostante pareri negativi come quello di ARPA. Di fronte a questo scenario, l’unica prospettiva rimasta è una “riappropriazione conflittuale dello spazio politico”. Non c’è più interlocuzione con il Comune, che ha disatteso le aspettative della comunità, e quindi la mobilitazione si sposta direttamente sul territorio, sulla difesa del Tara “contro le ruspe e contro lo sradicamento non solo degli alberi, ma anche dei nostri corpi da quello spazio”. Questa viene indicata come la linea politica più importante, quella su cui storicamente si sono costruite le comunità in lotta.

In questo caso specifico, la comunità dissidente non ha visto un percorso lineare. Le prime istanze sono state portate avanti dalla Convocatoria Ecologista di Taranto, oltre a qualche soggetto partitico che ha prontamente voltato le spalle. In una prima fase di stallo i fondi PNRR destinati sembravano bloccati, ma a ripresa del procedimento amministrativo soggettività di Taranto, Massafra e Statte si sono attivate per costruire insieme una rete spontanea dal basso. In risposta alle lettere e posizioni dei comitati filo istituzionali, la linea politica della Convocatoria e della rete è netta: “dissalatore né qui né altrove”. E questa è stata portata avanti principalmente attraverso momenti di informazione e confronto, raccogliendo competenze tecniche che hanno costruito una contronarrazione rispetto a quella di AQP, e a laboratori che hanno accompagnato al monitoraggio scientifico in loco la riflessione politica collettiva. E anche chi crede che questa acqua serva, finisce a provare un senso di sfiducia, perché il progetto intacca lo spazio che le persone abitano e “c’è una cosa positiva a Taranto. Taranto è stata delusa continuamente e questo ha costruito un costante senso di dubbio”.

Discarica Paolo VI, con Michael Tortorella, Alessandro Esposito e Virginia Rondinelli

Tra i vecchi e nuovi progetti che dominano la zona di sacrificio tarantina compare anche quello della discarica — così ci tiene a chiamarla Michael Tortorella, attivista e dottorando in ‘Storie, politiche e culture del globale’ all’Università di Bologna,  — nel quartiere di Paolo VI. Il progetto prende avvio nel 2021 ma solo lo scorso maggio, a procedimento amministrativo concluso, emerge agli onori di cronaca.

L’iter, gestito dalla Provincia, ha visto l’approvazione di un impianto formalmente destinato al recupero di rifiuti inerti, che acquisirebbe gli scarti di edilizia per il loro riutilizzo, ma che di fatto viene percepito e vuole essere descritto come una vera e propria discarica. L’impianto, con un’estensione pari a circa cinque campi da calcio, sorge a ridosso del quartiere e in prossimità della zona protetta del Mar Piccolo. Il tentativo istituzionale di presentarla come un’opera sostenibile e di recupero, in una dimensione ambientalista, trova fallacia nelle criticità fin da subito sollevate. Il parere dell’ente Regione sulla tutela del paesaggio è stato infatti inizialmente negativo, ma ha poi imposto solo una riduzione minima del progetto, mentre ARPA ha espresso valutazioni — non vincolanti — sulle emissioni di polveri sottili PM10 e PM2.5 e sull’impatto del traffico, stimato in circa 20 mila camion l’anno. I proponenti giustificano l’intervento sostenendo che l’area sia già antropizzata, al centro di altri insediamenti industriali: “sembrerebbe normale coprire in maniera permanente queste aree a vocazione agricola”, aggiunge Virginia, “nel momento in cui una un’area è già contaminata, allora è quella giusta da continuare a compromettere, e questo è un principio che va assolutamente ribaltato”.

La reazione popolare che Michael ci racconta ha visto l’innescarsi di una mobilitazione spontanea di tutto il quartiere. I primi momenti di iniziativa risalgono a maggio, ma il picco della mobilitazione si è concentrato a luglio, in concomitanza con le vicende legate all’AIA di ExIlva: è riconosciuto il passaggio politicamente rilevante che quel momento ha rappresentato, vedendo emergere non solo la comunità storicamente mobilitata contro Ilva, ma una più larga, che rompe con “gli schemi di un ambientalismo borghese e istituzionale” e si afferma con “uno spirito che tiene conto e si radica all’interno della sensibilità del quartiere, andando oltre alle sole istanze tecniche, verso la politicizzazione dell’abitare quotidiano del quartiere”. 

La vertenza sembra aver aperto una relazione nuova con un quartiere storicamente marginalizzato. Paolo VI è un quartiere di estrema periferia in cui mancano servizi essenziali, luoghi di aggregazione, attività commerciali, in alcuni punti non arrivano i mezzi pubblici: un “quartiere dormitorio” dove “sembra di fare un salto indietro di decenni, come se anche il brutto dello sviluppo capitalistico a loro non interessi”.

Anche nella consapevolezza che l’iter amministrativo fosse sostanzialmente già definito, la necessità di rompere le contraddizioni della vita quotidiana ha spinto il quartiere a mobilitarsi comunque. E nel contesto che ci descrivono, questa mobilitazione assume un valore che va oltre la singola vertenza ambientale, e che accende, invece, la necessità di ricostruire relazioni radicate con le soggettività del territorio. 

Taranto per la Palestina e i blocchi contro Eni, con Michael Tortorella

Tutte le mobilitazioni che hanno e continuano ad attraversare Taranto si sono intrecciate sempre più chiaramente con il movimento per la Palestina, vedendo la nascita del coordinamento Taranto x la Palestina, che ha aperto uno sguardo più ampio sul ruolo strategico della città e delle sue infrastrutture. 

Il 24 settembre, due giorni dopo la prima giornata di sciopero generale, BDS Italia comunica la notizia che al porto di Taranto sta per attraccare la petroliera maltese Seasalvia, pronta a caricare 30mila tonnellate di greggio per l’aviazione israeliana, con destinazione il porto di Haifa. La mobilitazione in risposta prende inizio con un presidio, iniziativa che va oltre le aspettative e porta rapidamente a un confronto diretto con l’autorità portuale, responsabile degli attracchi delle navi. L’ente, ci racconta Michael, tenta inizialmente di scaricare le responsabilità, negando la concessione diretta, attribuendola a Shell: “elemento molto interessante rispetto alle relazioni tra le multinazionali del greenwashing e le infrastrutture locali, oggi funzionali alla costruzione del regime di guerra”.Shell ed Eni risultano coinvolte nell’autorizzazione dell’attracco, ma la pressione esercitata dal presidio porta il direttore di Eni, Giannese, a fare marcia indietro. 

Il 26 settembre, però, Taranto x la Palestina e USB ricevono la notizia dell’attracco della SeaSalvia, concesso da Eni questa volta. Scatta di nuovo un presidio, in una dinamica di rapida mobilitazione, che riesce a portare in pochissime ore 300 persone davanti al porto, numeri significativi per la città, ci sottolinea. Il giorno successivo la nave, alla fine, attracca, e mentre circa 2000 persone scendono in corteo a Grottaglie contro la Leonardo, altre 200 riescono a occupare il molo Eni insieme ai lavoratori portuali, bloccando le operazioni di greggio per diverse ore. Nel rimpallarsi le responsabilità, Eni e il Comune mostrano la complicità strutturale nel rendere il porto di Taranto “luogo necessario dentro le logiche di sostegno al genocidio palestinese e al regime di guerra”.

Un mese dopo, a fine ottobre, il movimento riceve la notizia che la nave non sarebbe più diretta verso acque palestinesi, ma arrivata in Egitto, dove il tracciamento termina. Alla riattivazione di questo, la nave risulta ad Ashdod, in acque palestinesi sotto il controllo israeliano: le circa 30mila tonnellate di greggio trasportate e passate per Taranto si traducono in carburante per i bombardamenti.

Lo stesso schema si ripete a novembre, ma in un contesto che porta con sé gli effetti, il “reflusso” del movimento globale, che incide ancora positivamente sulla capacità numerica di mobilitazione spontanea locale. Rimangono tuttavia centrali le alleanze nate e solidificate nell’intrecciarsi di istanze locali, dal dissalatore, alla discarica, partendo dall’Ilva, nel nome della solidarietà con la resistenza palestinese. La nave, di nuovo, non viene fermata e il Comune, nonostante la violazione della legge nazionale 185/1990 sul transito di materiali di armamento, ha continuato a votare contro lo scioglimento degli accordi con Eni, che rafforza nel frattempo il proprio ruolo strategico su Taranto come snodo nel Mediterraneo. “Nella nuova fase neocoloniale a Gaza, Eni ha un ruolo centrale sullo scenario del Mediterraneo e delle responsabilità politiche e giuridiche rispetto ai due attracchi della Seasalvia “. Ma Eni è anche “l’attore che riproduce sistematicamente la crisi socio ecologica a Taranto: se in città non c’è puzza di Ilva c’è puzza di Eni”. Nei ragionamenti che anche il movimento per la Palestina ha portato a fare risulta ormai inefficace “l’associazionismo ambientalista dominante che ha sempre cercato la pacificazione e la logica del compromesso rispetto alle questioni sociali”, mentre “l’emergere di nuove contraddizioni sistemiche, emotive ed esistenziali possono riscoprire una forza collettiva e fare i conti con determinate contraddizioni”.

Prospettive per Taranto

In questo quadro si inseriscono i Giochi del Mediterraneo, previsti tra agosto e settembre 2026, presentati, in una narrazione salvifica, come “la nuova chimera” che, con otto impianti sportivi permanenti dovrebbero garantire benessere psicofisico e coinvolgere le nuove generazioni – che da Taranto scappano – proiettando la città in una dimensione internazionale. Le contraddizioni emergono all’istante: una città priva di servizi essenziali e di spazi adeguati per accogliere gli atleti, al punto da ipotizzare l’utilizzo di navi da crociera. 

“Taranto è costantemente sotto pressione da diversi punti di vista. Abbiamo la più grande base militare della Marina, della NATO. Adesso si prevede l’ingrandimento. Abbiamo la più grande raffineria, abbiamo il più grande siderurgico: è chiaro che noi siamo non una zona di sacrificio, noi non contiamo proprio niente. I giochi del Mediterraneo andranno nella stessa direzione. Otto impianti permanenti per chi? Le nuove generazioni vanno via, non c’è una scuola agibile, non abbiamo un’università indipendente, le strade sono a pezzi, non abbiamo i trasporti, non abbiamo i servizi essenziali in pronto soccorso. Chi potrà fruire di queste mega strutture? è un contentino per alcuni, un’operazione di facciata.” I Giochi del Mediterraneo diventano il nuovo tassello di una narrazione che parla di sviluppo e modernizzazione mentre riduce tutto a città-vetrina, riproducendo le stesse gerarchie e gli stessi squilibri: “c’è un’incongruenza a livello di ascolto dei bisogni e delle istanze della popolazione. È chiaro che gli interessi vanno in un’altra direzione. Quello che noi possiamo provare a fare è intrecciare le lotte e rispondere, ognuno con la propria modalità”.

“Taranto è sempre stata un laboratorio, non solo di sacrificio, ma anche di resistenza e ripensamento radicale” e necessita – seguendo l’insegnamento della causa palestinese – di acquisire pieno significato letto dentro uno scenario mediterraneo più ampio in cui si intrecciano il Tyrrhenian Link in Sardegna e le grandi infrastrutture energetiche, la crisi idrica e le connessioni tra il dissalatore tarantino e quelli siciliani, un clima diffuso di militarizzazione e nuovi processi di colonizzazione. E contro le minacce degli interessi altrui risulta fondamentale solidificare i rapporti con le regioni vicine, in nome di quelle alleanze tra i territori in lotta: nelle lunghe rotte del gas con la Basilicata che condivide la vertenza contro Eni, con il Salento martoriato dalla TAP. Per le tarantine e i tarantini riconoscere i risultati ottenuti, le consapevolezze acquisite e le rotture prodotte è fondamentale per resistere alla pressione costante degli interessi in campo. Allo stesso tempo, prendersi cura di ciò che emerge, delle nuove soggettività, delle alleanze territoriali, che oggi, come la Palestina, ci restituiscono una chiave di lettura globale dei rapporti di potere, diventa una necessità politica. 

La mobilitazione contro la discarica, il rifiuto del dissalatore, per la difesa dell’acqua, dei fiumi, del mare attraversato dalla Freedom Flotilla, della terra: lotte che non si limitano a dire “no” a una singola opera, ma che interrogano in profondità la crisi socio-ecologica come crisi politica complessiva, che individua lo scacchiere di interessi più ampio, la direzione coloniale che attraversa i territori e li frammenta per renderli più governabili.

Il conflitto con ExIlva ha fatto di Taranto un laboratorio di dissidenza della classe operaia, ma ha anche e soprattutto prodotto un portato trasformativo che va oltre quel perimetro, generazionalmente. “Bisogna prenderci cura del nuovo, di ciò che sta emergendo”: dalla rottura del ricatto lavoro-salute e il rifiuto della fabbrica come inevitabile destino calato dall’alto, all’acquisizione di una una dignità collettiva e alla messa in discussione dell’intero modello di sviluppo su cui Taranto, e con essa il Sud locale e globale, è stata costruita. Un modello che non produce soltanto sfruttamento, ma morte, e al quale si può rispondere “solo se riuniamo tutti i Sud e i margini che sono in ogni parte”. Le lotte popolari che continuano a nascere nei quartieri tarantini parlano di cura, di salute, ma soprattutto di desiderio e possibilità di cambiamento. Ed è qui che la resistenza diventa spazio di immaginazione e trasformazione.

“Ci sono diritti già riconosciuti, il punto è che sembrano non valere in alcune aree, e bisogna che qualcuno si prenda la briga di militare costantemente contro questa illegittimità e forzatura.” 

A questo link è possibile trovare la raccolta fondi per il ricorso al Tar in difesa del fiume Tara: https://www.gofundme.com/f/raccolta-fondi-per-il-fiume-tara-ricorso-dissalatore 

  1. Lo scorso 25 febbraio, sotto spinta dell’associazione Genitori Tarantini e delle residenti del comune di Taranto, Statte e quartieri limitrofi allo stabilimento Ilva, il Tribunale civile di Milano “ha disapplicato parzialmente il provvedimento” AIA 2025 e ordinato “la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo” di ExIlva dal prossimo 24 agosto. Tale decreto non è esecutivo, lo diventerebbe qualora non venisse presentato ricorso ↩︎

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