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Meno tutela ambientale, più sicurezza per i monopoli energetici: le rinnovabili sotto scacco secondo Legambiente

A inizio marzo è uscito il nuovo Rapporto di Legambiente “Scacco matto alle rinnovabili 2026”. Come da qualche anno, presso la Fiera di Rimini KEY – The Energy Transition Expo, Legambiente riporta le proprie considerazioni riguardanti la “rinnovabilizzazione” dell’energia in Italia. 

Pubblichiamo questo commento al report frutto del ragionamento e confronto con diverse persone e attivisti nei comitati piemontesi perché ci sembra utile in vista della mobilitazione che si terrà sabato 9 maggio e domenica 10 maggio nel Mugello. La voce dei comitati che si attivano sui territori porta critiche ponderate alla cosiddetta transizione ecologica e sviluppa uno sguardo che complessifica la realtà. Un punto di partenza fondamentale da cogliere per costruire una proposta comune in merito alla gestione dei territori e alla crisi energetica.


Nel report si fa una disamina del numero di  progetti portati a termine nel Paese, di quali sono i blocchi principali che ne rallentano l’implementazione, delle possibili strategie per superarli e procedere verso l’obiettivo riconosciuto dall’associazione ambientalista come il principale, indipendentemente dagli effetti sui territori e slegato da uno sguardo complessivo rispetto al tema della necessità della transizione ecologica. Come riporta il documento, in Italia a fine 2025 le fonti rinnovabili hanno raggiunto una potenza complessiva di 81.479 MW, ovvero più di 2,1 milioni di impianti di energia green che nell’arco dell’anno 2025 hanno prodotto complessivamente 127,9 GWh, cioè il 41,1% della domanda elettrica nazionale.

Negli ultimi quattro anni la percentuale di rinnovabili è cresciuta moltissimo, accelerata da PNRR e in generale dalle politiche del Green New Deal europeo. Tuttavia, la strada per raggiungere gli obiettivi del Net Zero Emission assegnati all’Italia entro il 2030 è ancora lunga e tortuosa. Legambiente riporta che tale raggiungimento potrebbe avvenire in estremo ritardo: tra circa 11 anni, nel 2036. In particolare  il 2025 è l’anno che decreta una forte riduzione della costruzione di impianti rinnovabili, definito “un’annata andata male” secondo l’associazione ambientalista, da cui occorre ripartire per raggiungere gli obiettivi climatici.
La forte crescita degli impianti per la produzione di energia “pulita”, favorita da ingenti finanziamenti e incoraggiamenti pubblici, ha in realtà determinato un elevato interesse degli investitori finanziari dando luogo a speculazioni energetiche.

La diffusione di questi impianti e tecnologie, senza un sufficiente dibattito pubblico, trasparenza e partecipazione delle comunità coinvolte, genera contraddizioni, oltre a creare preoccupazione a chi intende salvaguardare i territori. Secondo gli ambientalisti del cigno queste opposizioni hanno giocato un ruolo centrale, configurandosi come uno dei blocchi all’espansione delle rinnovabili su larga scala, così come le lotte per contrastare questi progetti. 

Tornando al report di inizio marzo: oltre a denunciare gli ostacoli presenti nell’attuale gestione in materia di energia rinnovabile e verificarne le cause a monte, vengono esposti i progetti ancora non attuati e che dovrebbero essere implementati, una lunga lista d’attesa incagliata nella burocrazia italiana. Il documento propone un’ulteriore analisi riguardante le aree idonee e avanza 12 proposte operative destinate al Governo Meloni al fine di diffondere in maniera concreta tecnologie rinnovabili e garantire il raggiungimento degli obiettivi al 2030.

Presupposti e centralità delle rinnovabili, la lettura di Legambiente

Secondo Legambiente le rinnovabili large scale (indipendentemente dai loro effetti sul territorio, dalla dimensione degli impianti, dal modo in cui vengono prese le decisioni per individuare le aree idonee e dall’utilizzo per cui l’energia rinnovabile viene proposta) sono l’unica via per uscire dalla crisi climatica ed energetica. Il punto è che tale modello produttivo, inevitabilmente capitalistico, a suo modo estrattivista e fondato sull’incremento dei consumi, non consente di perseguire politiche energetiche fondate sull’efficienza (a partire dalla rete e nel contenimento dei consumi), sull’autoproduzione e sulla sicurezza e indipendenza energetica del Paese. Infatti, per andare nella direzione dell’autoproduzione energetica dal basso gli ostacoli sono molteplici e i singoli cittadini per effettuare una scelta sostenibile sono costretti a cercare il capitale iniziale senza nessun tipo di agevolazione statale. 

Per Legambiente invece il problema oggi è l’impasse in cui il territorio si trova in quanto la  burocrazia e gli organi di governo dettano tempistiche e ritmi troppo lassi per l’implementazione degli impianti. La soluzione per l’associazione sarebbe sostanzialmente quella di snellire tempi e procedure, anche ambientali, con una serie di regole semplificate, valide in ogni contesto, territorio e ambiente.

“Soluzione” a sostanziale beneficio delle grandi aziende, molto spesso legate a finanziamenti di società israeliane (come visto qui); società che impongono progetti ovunque e senza criterio con l’obiettivo di estrarre profitto dai territori, in quanto la loro mission è questa e non quella di contribuire alla transizione energetica e al contrasto del climate change. Anche molte società di energia fossile, come ENI, adottano la strategia di aprire nuove branche di società (come nel caso del progetto di Londa, dove avverrà la Marcia Popolare sabato 9 maggio) che si occupano di rinnovabili, confermando che gli obiettivi di impresa non sono ambientali ma economici, mirando a un riposizionamento nel mercato energetico tramite la creazione di nuovi monopoli. Non solo, questo tipo di società, attraverso il modello di contratto EPC (Engineering, Procurement, and Construction), spesso guadagnano solo dalla realizzazione e installazione degli impianti ma non dalla loro gestione o operatività, creando un mercato mancante di incentivi effettivi affinché questi progetti vengano disegnati a misura delle comunità coinvolte.

Analizziamo alcune delle 12 proposte

Tra le 12 proposte portate avanti da Legambiente in Scacco matto alle rinnovabili vi è, in primis e non a caso, la richiesta destinata al Ministero della Cultura e alla Presidenza del Consiglio di accelerare gli iter interni.

Si consiglia, nello specifico, di fissare dei termini massimi per le determinazioni in caso di pareri contrastanti, dando una priorità ai procedimenti più vecchi. Come se, stagionando negli anni, quei progetti potessero diventare magicamente migliori, meno impattanti (non solo secondo i dettami delle valutazioni ambientali) e più accettabili.

Si richiede un’accelerazione anche per quanto riguarda gli iter autorizzativi, al fine di snellirli e velocizzare la realizzazione degli impianti. Nel report però, non viene riportato e considerato che l’attuale quadro normativo già prevede molte semplificazioni procedurali, in fase di attuazione, e non è certo necessario auspicarne ulteriori. Per favorire le rinnovabili sono state infatti introdotte le “aree idonee” (nazionali e regionali); le “zone di accelerazione”, ovvero aree idonee ove saranno totalmente escluse le procedure di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale); modificate le soglie di potenza nominale per le procedure di VIA (la competenza statale, quella più lenta e farraginosa, è riservata ora solo per impianti superiori a 300- MWp); i progetti sotto i 10 MWp non saranno soggetti a procedure VIA.

Si consiglia poi di rivedere il Decreto Agricoltura, dando la possibilità di poter realizzare impianti a terra su terreni agricoli che non sono mai stati produttivi. Legambiente difatti sottolinea la “grave mancanza” della distinzione tra aree agricole produttive e non produttive, denunciando come parte dei terreni adiacenti ai campi coltivati siano in realtà marginali, degradati, contaminati (quindi non produttivi) e quindi sacrificabili. Prescindendo dal fatto che l’effettivo potenziale di produzione energetica di questi terreni sia ancora tutto da dimostrare, Il risultato sarebbe comunque quello di mettere a rischio aree non ancora cementificate e potenzialmente utilizzabili nel settore agricolo o ancora, bonificabili. Il vocabolario della produzione in questo caso è l’unico che viene riproposto per poter definire quali aree possano essere incluse nell’avanzata della tecnologia green.

Non poteva mancare nell’elenco un forte incitamento a “proteggere la transizione rinnovabile da intimidazioni e sabotaggi. Alla luce dei vari conflitti nati dall’imporsi di queste tecnologie, Legambiente propone fermamente di “riconoscere e contrastare l’escalation con strumenti di prevenzione e sicurezza per cantieri e operatori”. L’associazione, al posto di porsi delle domande riguardanti il perché questi progetti possano venire contrastati dalla popolazione e capire come questi progetti invece potrebbero essere utilizzati dai territori in maniera virtuosa per produrre energia a km0, porta avanti una richiesta di maggiore sicurezza, allineandosi con il governo attuale. Il dissenso viene quindi ignorato o definito ingenuo e ignorante.

Tra le 12 proposte si trova anche quella riguardante le aree di accelerazione. A seguito della sentenza n. 9155/2025 del TAR del Lazio, che ha esplicitato alcune delle motivazioni alla base dell’illegittimità del cosiddetto Decreto Aree Idonee (21 giugno 2024), e della sentenza n. 28/2025 della Corte Costituzionale, il Governo è intervenuto, attraverso il decreto-legge 21 novembre 2025, n. 175, noto come “Piano Transizione 5.0”, il quale integra le aree di accelerazione. Il decreto pertanto mappa le zone idonee per impianti rinnovabili dove è possibile semplificare le autorizzazioni.

La richiesta in questo caso è di rendere aree di accelerazione quelle zone già compromesse come le ex cave o i siti di bonifica, le aree a forte pressione ambientale (vicino ad autostrade, strade e ferrovie) e quelle dove gli impianti sono già presenti. Se per quanto riguarda i bordi delle autostrade e le superfici già cementificate, è condivisibile considerarle più “idonee” di altre, nonostante non ci siano generalizzazioni che tengano sufficientemente in considerazione la complessità dei territori e le loro peculiarità e diverse necessità valutabili solo caso per caso, non è accettabile includere tra le zone indicate nel decreto quelle già ampiamente sacrificate nel tempo, come nel caso di ex-cave o miniere o siti in via di bonifica.

Questi territori, che già in passato hanno subito forti impatti ambientali e sulla salute delle persone, non possono essere considerati luoghi destinati al sacrificio perenne. In modo particolare quando le bonifiche sono state rimandate per decenni per mancanza di fondi e per abbandono e la costruzione di energie rinnovabili servirebbe soltanto per chiudere definitivamente dei capitoli fondamentali della salvaguardia del territorio italiano.

La questione delle ex aree idonee oggi denominate aree di accelerazione è centrale nello scacchiere delle rinnovabili in Italia. La normativa sulle aree idonee, a detta del Rapporto, rappresenta un elemento in grado di incidere direttamente sulla capacità dell’Italia di programmare e realizzare nuova capacità rinnovabile.

Il tema è stato ampiamente dibattuto e ha visto numerosi comitati in prima fila per denunciarne l’incompatibilità con il proprio territorio: il caso della Sardegna è emblematico e riporta in maniera chiara l’imposizione da Roma rispetto alla prima impostazione che ne era stata data, ne sono conseguiti appelli a inviare emendamenti sul decreto 175, risultato di una storia di mobilitazione importante che abbiamo cercato di raccontare in questo reportage

Legambiente e i progetti contestati

All’interno del report viene elencata una serie di progetti che dovrebbero essere già attuati. Tra questi, due parchi eolici off shore in Puglia. Uno dei due è un impianto eolico off-shore nel Golfo di Manfredonia (FG) presentato nell’aprile 2012, un parco ampiamente contestato sia da varie giunte regionali che da pescatori e abitanti del territorio per gli enormi impatti che potrebbe avere sulle attività della zona, come la pesca e il turismo, e per le ricadute sull’ambiente marino tutto.

Si ricorda che la Puglia è considerata leader delle rinnovabili in Italia, la prima regione per produzione di energia da fotovoltaico e nelle prime posizioni per l’eolico. Il paesaggio pugliese è stato ampiamente deturpato e non sono pochi i casi di impianti poi rientrati all’interno di controversie legali e procedimenti giudiziari legati a irregolarità nelle autorizzazioni, lottizzazioni abusive e impatti ambientali non considerati a dovere. Si ricorda anche che gli impianti off-shore sono ampiamente contestati per la poca certezza legata agli impatti che possono causare sugli ecosistemi marini e sulle caratteristiche della zona interessata, quindi dell’ecosistema sociale tutto.

Un altro progetto che, secondo l’associazione, dovrebbe essere già in funzione è quello eolico off-shore Med Wind collocato tra Marsala e Favignana: anche questo è ampiamente contestato dalla popolazione locale e dalle amministrazioni. Favignana dice No al Parco eolico offshore Med Wind specifica le motivazioni alla base della contrarietà, ma anche il WWF il 20 marzo ha lanciato un allarme proprio a riguardo. Nel report Legambiente rivendica un attento percorso di condivisione territoriale per attuare il Med Wind: a volte però non importa la salsa con cui condisci la pillola, se questa rimane amara, qualcuno rimarrà indisponibile a ingoiarla.

Il dialogo e la comunicazione con chi abita i territori interessati dai progetti vengono messi al centro della strategia di Legambiente per l’implementazione delle rinnovabili, ma emergono in maniera lampante unicamente come veicoli per arrivare a un unico fine: quello di attuare gli impianti ed estrarre ulteriore valore da comunità già ampiamente marginalizzate.

Rinnovabili e guerra

Scacco matto alle rinnovabili riporta una grande delusione rispetto al calo del numero di progetti relativi a nuovi impianti rinnovabili avviati alla valutazione: il vento è cambiato e così anche gli investimenti e la portata della svolta green proposta dall’UE, già intravista come fallimentare. Al contempo il Piano RePower EU ha sancito un segnale forte in questo senso, indicando in maniera esplicita come le priorità dell’Europa siano cambiate nettamente in questi due anni: se servono i soldi per le armi è chiaro che da qualche parte si dovranno tagliare altri fondi e, mentre gli investimenti nel nucleare rimangono, le rinnovabili dovranno attendere. 

REPowerEU è un piano che di fatto protegge le reti che alimentano le industrie pesanti, incluse quelle belliche e viene alla luce nel 2022, a seguito della guerra russo-ucraina per porre fine alla dipendenza dalle fonti energetiche russe. Dopo qualche anno l’Unione Europea fa il salto di qualità con l’approvazione del piano Rearm Europe, nel 2025. Entrambi i piani dipendono dall’accesso a metalli e terre rare. La nuova piattaforma congiunta per l’acquisto di materie prime (lanciata nel 2025) serve sia a costruire pannelli solari (REPowerEU) che droni o sistemi missilistici (ReArm Europe).

I due piani competono per le stesse risorse limitate in tre modi specifici:

1. “Riprogrammazione” dei fondi RRF (Recovery and Resilience Facility): Una parte significativa dei fondi RRF destinati inizialmente alla transizione verde (REPowerEU) rischiava di non essere spesa entro la scadenza. La Commissione ha quindi permesso agli Stati di reindirizzare queste risorse non utilizzate verso progetti di “difesa e resilienza”. Questo significa che, in alcuni Paesi, fondi che avrebbero potuto finanziare l’efficientamento energetico o nuove reti rinnovabili vengono ora convogliati verso la produzione di munizioni o l’ammodernamento di infrastrutture a uso duale (militare e civile).

2. Il nuovo strumento SAFE (Security Action for Europe). Per finanziare i 150 miliardi di euro del fondo SAFE (parte integrante di ReArm), l’UE utilizza la sua capacità di debito comune sul mercato. Anche se questo non toglie fisicamente soldi a REPowerEU, satura la “capacità di indebitamento” dell’Unione. Molti economisti sottolineano che ogni euro preso in prestito per la difesa è un euro che non può più essere chiesto per finanziare il Green Deal o l’autonomia energetica. È una competizione per lo spazio fiscale.

3. La clausola di flessibilità del Patto di Stabilità: con il lancio di ReArm Europe (Readiness 2030), la Commissione ha attivato una “clausola di salvaguardia” che permette agli Stati di spendere oltre i limiti di deficit per la difesa (fino all’1,5% del PIL). Poiché i bilanci nazionali sono sotto pressione, molti governi si trovano a dover scegliere: investire pesantemente in parchi eolici e idrogeno (REPowerEU) o in sistemi di difesa aerea e droni?

Quando arrivano i venti di guerra, i buoni propositi svaniscono dalle priorità e avviene così anche con le energie sostenibili nonostante siano state un perno attorno a cui l’Europa si sia reinventata per riaffermare la sua unicità e avanguardia da vecchia potenza occidentale. Oggi la posta in gioco si sposta sul livello militare e la prima cosa da fare è riarmarsi. Ed è anche questo il motivo per cui i freni legati alla burocrazia italiana vengono identificati come preoccupanti: le conseguenze dei conflitti e delle guerre sulle economie dipendenti dalle energie fossili sono state nefaste in passato e si preparano a peggiorare.

Per disinnescare la rete di relazioni fossili secondo Legambiente l’unico strumento sarebbero le rinnovabili: troppo centrali per poter essere rallentate in un contesto geopolitico come quello attuale, in cui è sempre più evidente lo scoppio di una crisi energetica, ormai approfondita in maniera grave con la guerra in Iran da parte delle potenze imperialiste israelo-americane. Il problema sorge dal momento in cui non si specifica di che tipo di rinnovabili si stia parlando. Le rinnovabili estensive, calate dall’alto, senza alcuna valutazione di impatto ambientale e sulla biodiversità, gestite dalle grandi imprese, molto spesso le stesse società di energie fossili che aumentano così i margini di guadagno, sono infatti ingredienti fondamentali della ricetta per l’indipendenza e autonomia energetica che il nostro governo paventa senza riuscire a realizzare. La stessa responsabile del settore energia di Legambiente, Katiusha Eroe, afferma che “proprio alla luce dei continui conflitti, oggi parlare di rinnovabili assume un valore sempre più importante e centrale per arrivare all’indipendenza dalle fossili ed essere portatori di pace”. Manca dunque una riflessione più profonda che riguardi il sistema che viene riprodotto attraverso il meccanismo delle grandi rinnovabili che di regola procede senza concertazione reale e indipendentemente dal volere di chi abita i territori.

Ad esser criticato è anche il nuovo decreto bollette, che toglie risorse alle rinnovabili e all’efficienza energetica per darne al gas, arrivando a rimborsarlo e quindi esentarlo dalla tassa sul carbonio prevista dal sistema ETS (Emissions Trading System). La guerra in Medio Oriente, come già il genocidio in Palestina e prima ancora la guerra russo-ucraina, ha evidenziato quanto i flussi di energia siano centrali a sostenere le guerre e al tempo stesso come le economie mondiali si reggano sull’estrazione e sullo scambio di queste risorse. L’Europa, nonostante sia paladina della svolta green, porta avanti la necessità di aumentare e accumulare la produzione energetica attraverso le rinnovabili, ma al tempo stesso mantiene saldi i propri nessi energetici che ne tengono in vita le fondamenta e che si basano sul consumo di gas, petrolio e includono paradossalmente il nucleare nella tassonomia verde come attività sostenibile, rinnovabile.

Sicuramente oggi più che mai, vista la perenne crisi ecologico-energetica in cui versiamo, proiettare lo sguardo sull’autoproduzione energetica è una delle vie fondamentali per immaginarsi ancora un futuro che sia vivibile e soprattutto libero dalle logiche di guerra e accaparramento che, in maniera lampante, caratterizzano il sistema di accentramento, potere e imperialismo proprio delle potenze attuali.

È evidente il corso delle scelte politiche energetiche, decise dal mercato finanziario, messe in atto dagli USA ed esportate in Europa, rispetto al ritorno del fossile: la materia prima in grado di giustificare e mettere in moto la redditizia fabbrica della guerra. È evidente anche come queste politiche mettano al centro non solo il fossile, facendo ritornare in auge persino il carbone (vedi il continuo rimandare alla chiusura delle centrali a carbone in America e poi qui in Italia), ma anche il nucleare: energia per definizione dual-use e oggetto stesso di guerre (vedi la famosa minaccia del nucleare iraniano).

Tuttavia, rilanciare in maniera incondizionata verso un’accelerazione delle rinnovabili non toglie dall’impasse: il sistema energetico vigente crea e accumula a sua volta una serie di crisi che vanno da quella climatica, a quella dei prezzi della benzina e quindi a una crisi economica generale, alla crisi ecologica. Proporre come soluzione una distesa di rinnovabili che non fa i conti con i bisogni dei territori ripropone le stesse pratiche estrattiviste e di accaparramento delle energie fossili.

I comitati territoriali che difendono il proprio territorio dalla speculazione energetica legata alle rinnovabili lo sanno bene e stare dalla loro parte vuol dire stare a fianco di chi difende i territori da qualsiasi logica di sfruttamento: difendere i propri luoghi non diventa meno importante in tempi di guerra. Anzi, significa supportare una costellazione di sacche di resistenza capaci di riflettere collettivamente su alternative concrete a un sistema energetico incompatibile con un futuro vivibile fuori dalle molteplici crisi.

Legambiente ricorda poi che il 2025 ha segnato un traguardo storico per la crescita delle rinnovabili in Europa, nonostante – aggiungiamo noi – gli interessi europei propendano per altre produzioni (come la riconversione in chiave bellica). Nel 2025 le rinnovabili hanno infatti coperto circa il 46-47% della produzione elettrica europea. Dopo 3–4 anni di crescita continua, il 2025 segna però una battuta d’arresto, le nuove installazioni sono scese a circa 6,2–7,2 GW, con un calo tra -6% e -8,2% rispetto al 2024. I dati ci riportano il fatto che la capacità totale installata continua comunque a crescere (semplicemente più lentamente). 

Le rinnovabili hanno coperto circa il 41% della domanda elettrica italiana nel 2025. Il punto è che ora non è più sufficiente installare impianti, bisogna gestire un sistema energetico molto più complesso con interventi sulla rete e impianti di conservazione. Senza pianificazione e una gestione in ottica di mantenimento la crescita della capacità installata di produzione energetica da rinnovabile non risolve quindi il problema.

Prossimi passi 

Ancora una volta ciò che emerge attraverso il report è il punto di vista che caratterizza questa associazione e molte delle realtà ambientaliste ed ecologiste: quello di un certo dogmatismo climatico, il quale pone al primo posto la diminuzione delle emissioni nazionali di gas climalteranti, ignorando però le necessità e i bisogni dei territori che subiscono mega-progetti di impianti large scale avanzati dalle grandi imprese in un contesto di speculazione energetica. Se viene utilizzato questo approccio dogmatico ove non importa qual è la strada da percorrere per arrivare all’obbiettivo, si ricade nella stessa logica che giustifica le guerre: “il fine giustifica i mezzi”.

Legambiente ripone eccessiva fiducia nella soluzione tecnologica, le pale eoliche e i pannelli fotovoltaici, quale unica strada per coniugare l’abbandono del profitto fossile con la contemporanea salvaguardia di investimenti futuri in progetti energetici altrettanto remunerativi. Un soluzionismo tecnologico che non tiene conto delle caratteristiche ambientali e paesaggistiche di migliaia di ettari di quei territori predestinati allo sfruttamento intensivo. Territori che si trovano, quelli sì, sotto scacco.

Questa ricetta, che esclude per ragioni ritenute superiori la partecipazione decisionale di chi vive quelle aree (solo ai fini migliorativi), è propria di associazioni erettesi a paladine dell’ambiente, che nel tempo si sono scostate da un sentire e un volere popolare, dimenticando l’ambientalismo popolare su cui si erano fondate. Una scelta che comunque fa il gioco dei governi che richiamano la necessità di proporre un mix energetico condito di rinnovabili per poter garantire “sicurezza” e “differenziare” la provenienza dei rifornimenti energetici.

Lo ribadiamo a scanso di equivoci: le rinnovabili sono certamente indispensabili ma devono diventare strumento diffuso di produzione di energia dal basso e di proprietà collettiva. La direzione verso cui tendono oggi è quella di favorire la speculazione energetica delle grandi imprese, impattare i territori e gli ambienti soffocando le comunità resistenti; occorre dunque fare appello a quel freno d’emergenza laddove sono maggiormente avanzati i mega progetti che devastano o portano eccessivo detrimento a questi territori. In questo reportage viene delineato il quadro – sicuramente parziale – degli impatti di una grande concentrazione di impianti eolici e fotovoltaici come sta avvenendo in Toscana. 

Oggi ancor di più, in piena crisi energetica, queste questioni devono indurre ad approfondire riflessioni sulle scelte e sulle politiche energetiche che vorremmo in alternativa a quelle che impongono “zone di sacrificio” per consentire alle solite ed ecocide aziende lauti profitti. Partire dalle rinnovabili con un approccio critico e non tecno-fideistico è ancora una volta centrale per ampliare gli orizzonti e il campo di analisi economico, politico e ambientale, per mettere a fuoco dinamiche più complesse. Queste tecnologie e i vari modi in cui queste possono essere impiegate ci propongono uno spaccato di come l’energia e i sistemi energetici possono essere concepiti, come sono plasmati e come possono plasmare i territori.

Nella geografia dei paesaggi e nelle loro trasformazioni, siano esse causate da impianti fossili o rinnovabili che provocano frantumazione delle comunità, sottrazione di terreni, speculazione, intravediamo le stesse logiche di profitto e devastazione da debellare. Con una crisi energetica che si prospetta essere di lunga durata e con la spinta anacronistica verso un ritorno del nucleare, le rinnovabili devono essere rilanciate, ma come strumento di autoproduzione e autonomia energetica da un sistema che schiavizza territori e popoli.



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