
Rompere il silenzio. Noi non abbiam paura del bosco la notte
Breve reportage della due giorni di mobilitazione nell’Appennino Mugellano per una transizione popolare, ecologica e sovrana.
Il 9 e 10 maggio sono stati un weekend di lotta per chi ha a cuore il Mugello e si batte contro la speculazione energetica sui territori.

Questa due giorni comincia sotto un sole splendente verso mezzogiorno quando nella piazza della stazione di Contea, provincia di Firenze, sull’Appennino Mugellano della montagna fiorentina, si inizia a imbastire un pandino verde acqua con vari cartelli: “No guerra alla terra”, “I crinali della montagna fiorentina non sono siti industriali”, “Più intelligenza naturale, meno intelligenza artificiale” e ancora, “Non siamo in vendita, territori e comunità uniti per la pace contro il riarmo energetico”. Questi cartelli indicano come le ragioni di questa manifestazione abbiano abbracciato un insieme di questioni che vanno ben più in là dei confini mugellani e della “sola” difesa dell’ecosistema appenninico: la lotta parte da uno sguardo ampio in grado di connettere lo sfruttamento dei territori e la produzione energetica intensiva con la guerra e le dinamiche globali.
Intorno al pandino inizia a radunarsi una piccola folla, si fa pranzo insieme e si ultimano gli striscioni per partire. Verso le 14 sono più di cento le persone che partono dirette a Contea per raggiungere Londa, il comune in cui dovrebbe sorgere uno dei parchi eolici contestati, quello proposto dalla società Hergo Renewables, di ENI.. Un evento unico: questi piccoli comuni non hanno l’abitudine di vedere le loro strade attraversate da centinaia di persone in marcia per un modello di gestione dei territori diverso. La lotta contro la speculazione energetica e lo slancio derivante dalla partecipazione di tanti comitati, scesi in piazza per la stessa ragione, ha permesso tutto questo.

Il serpentone di persone con cartelloni, striscioni e slogan blocca il percorso ad automobili e motociclisti: un momento per far conoscerele ragioni della Marcia, un momento di scambio in cui riconoscere chi è amico dei crinali dell’Appennino. Tanti gli interventi delle realtà presenti in appoggio al Mugello: dal Movimento No Base al collettivo per un Nuovo umanesimo ecologista, La Comune, La Comunità delle Piagge, rappresentanti di GKN e di tanti altri Comitati dal Pratomagno, dal Casentino e da Firenze ma anche Associazioni come Italia Nostra e l’Associazione Atto Primo Salute Ambiente e Cultura che si battono per una Transizione Energetica senza speculazione. Il corteo con canti e cori arriva infine a Londa, davanti al Comune. Sulla scorta delle scosse telluriche prodotte dall’attivazione popolare, l’obiettivo che il Comitato Crinali Liberi Londa si pone è costringere il sindaco e il Consiglio comunale di Londa a uscire una volta per tutte dall’ambiguità verso il progetto e prendere una posizione che riconosca la volontà della comunità, rivendicata sotto il Comune stesso nella partecipata assemblea al termine della marcia.




A complicare questo percorso è lo stato di ricattabilità in cui l’Appennino è stato posto: marginalizzato, in via di spopolamento e con un’economia locale volontariamente depauperata. In questo vuoto artificiale di alternative, il modello di “sviluppo” che si vorrebbe imporre, per quanto chiaramente inadatto a offrire prospettive concrete e basato sullo sfruttamento del territorio, viene subìto come l’unica strategia praticabile. La mancanza di un tessuto sociale coeso capace di reagire con incisività all’assalto è sempre attraente per chi sa di lavorare contro il territorio stesso; per converso, la resistenza a queste aggressioni offre opportunità di ricomposizione, l’occasione per i vari attori locali di ricomprendersi come parte di un territorio in lotta, non più solo corpi estranei in rapporto di subordinazione.
L’esempio emblematico di questo processo rimane la lotta NOTAV: la forza espressa dal basso ha obbligato amministrazioni e sindaci a schierarsi, fino in alcuni casi a divenire parte organica del movimento. Similmente diversi comuni sardi – come Boruta, Calangianus e Villanovaforru – hanno manifestato anche a livello istituzionale la completa opposizione a progetti di parchi eolici analoghi a quello di Londa motivati dalla speculazione energetica; mentre sempre nell’Appennino, sul versante marchigiano, il sindaco di Caldarola ha ribadito la propria posizione di contrarietà al progetto “Wind Energy Gagliole”, nonostante il parere positivo dato da Legambiente sui grandi impianti in montagna. Le istituzioni locali, pur rimanendo terreno di contesa in cui si lotta ad armi impari, non sono dunque inespugnabili. Argomento questo, di cui si è discusso proprio a Villore all’assemblea di novembre presso Il Santo, accolti da don Alessandro Santoro, quando si è deciso di organizzare questa marcia popolare.

E’ proprio davanti al Comune di Londa, dicevamo, che si è tenuta l’assemblea conclusiva, ricca di interventi di realtà dalle Marche alla Basilicata, che hanno permesso di confrontarsi sul tema della speculazione energetica, della difesa dei territori e, ancora una volta, sulla centralità del mettersi in contatto, costruire alleanze e continuare a lottare insieme per porre una fine alle dinamiche di speculazione e guerra che si ripercuotono sugli ecosistemi dove si abita, si lavora, si vive. Proprio a supporto di quest’ultimo punto l’idea di creare una “carta costituente per la transizione popolare, ecologica e sovrana” è stata accolta come uno strumento utile a esplicitare la proposta che sta insita nella contrapposizione a questi progetti di speculazione energetica ma anche come strumento per ampliare la rete, perché ciò che succede a Londa è unito con ciò che succede a chilometri di distanza.
La lunga giornata è terminata alla Faggiola, una casa colonica attraversata da anni da scout, giovani, turisti e abitanti delle valli mugellane; quella che chi abita nei dintorni definirebbe “un’istituzione” o soprattutto un luogo emblematico dove ritrovarsi. Il rifugio sarebbe fortemente impattato dal progetto eolico, le pale sorgerebbero proprio davanti a esso, deturpando il paesaggio, avendo un impatto sonoro importante e mettendo a rischio l’ecosistema attorno. Qui l’energia rinnovabile su larga scala ha un solo significato: cancellare ogni possibilità di futuro perchè diverrebbe snaturata l’essenza del territorio stesso, la quale risponde ai bisogni che altrove non sarebbero soddisfatti. Attività come l’essere immersi nella natura, la ricerca del silenzio assoluto, ma anche il portare avanti un’attività locale che arricchisce il territorio e ne diffonde la bellezza non sarebbero più contemplate.




Il giorno seguente Virginia, una giovane agricoltrice che lavora e vive in un’azienda agricola locale, racconta le conseguenze che causerebbe alla sua attività e alla sua vita un progetto di tale portata: lei e la sua famiglia negli anni hanno portato avanti un’economia agricola a basso impatto e una piccola attività di ristorazione per un turismo sostenibile. Anche qui le pale distruggerebbero il futuro dell’attività, condannando chi nel tempo ha deciso di scommettere sul proprio territorio senza abbandonarlo, senza svenderlo o snaturalizzarlo. Un territorio che consuma pochissima energia e vive del Parco Nazionale Foreste Casentinesi di cui è Comune e che può per questo autoprodurla e autoconsumarla senza consumo di suolo e devastazione della montagna.
La seconda giornata è servita proprio a raccogliere le preoccupazioni e le prospettive che si possono mettere in campo per farvi fronte in maniera collettiva. Sotto il battere della pioggia, le storie di chi vive queste valli si sono andate a intrecciare con un futuro incerto a cui non ci si vuole abbandonare con rassegnazione. Sono territori difficili: poca fiducia e tanto senso di impotenza, eppure queste due giornate sono state piene di energia positiva e hanno dimostrato che è possibile dire no alla speculazione di grandi Società come ENI sui crinali dell’Appennino di Londa.
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