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27 giugno e 3 luglio 2011: 15 anni di lotta e di resistenza

Ci sono date che non appartengono al passato. Date che, ogni anno, tornano a ricordarci non soltanto ciò che è accaduto, ma ciò che siamo ancora chiamati a fare. Il 27 giugno e il 3 luglio 2011 sono due di queste.

da Notav.info

Quindici anni fa il potere politico ed economico decise di trasformare la Val di Susa in un laboratorio di militarizzazione per imporre un’opera rifiutata da un’intera comunità. Non fu soltanto l’apertura di un cantiere: fu il tentativo di spezzare un movimento che da oltre vent’anni aveva dimostrato come fosse possibile organizzarsi dal basso, difendere il territorio e mettere in discussione un modello di sviluppo fondato sulle grandi opere inutili e sulla devastazione ambientale.

La mattina del 27 giugno 2011 migliaia di agenti delle forze dell’ordine assaltarono la Libera Repubblica della Maddalena. Il presidio, costruito e vissuto per settimane da abitanti della valle e persone arrivati da tutta Italia, venne sgomberato con un imponente dispiegamento di mezzi, ruspe e un uso massiccio di lacrimogeni. Fu l’inizio dell’occupazione militare della Clarea, destinata a diventare il simbolo dell’imposizione dell’opera.

Ma quel giorno il Movimento No Tav non venne sconfitto.

Già poche ore dopo lo sgombero la risposta si diffuse ben oltre la Val di Susa. Assemblee, cortei spontanei, blocchi ferroviari e stradali, presidi e occupazioni attraversarono Torino e molte città italiane. Alla sera migliaia di persone si ritrovarono a Bussoleno in una delle assemblee popolari più partecipate della storia del movimento. La decisione fu collettiva e immediata: tornare alla Maddalena.

Quella promessa prese forma il 3 luglio. 

Da ogni parte d’Italia decine di migliaia di persone raggiunsero la Val di Susa. Un corteo enorme, composto da abitanti della valle, comitati territoriali, realtà sociali, lavoratori, studenti, giovani e anziani, si mosse verso la Clarea. Da Exilles, Chiomonte e Giaglione partirono percorsi differenti che finirono per stringere d’assedio il cantiere appena aperto. Molti riuscirono a riconquistare la baita della Maddalena, cuore del presidio sgomberato pochi giorni prima. Per ore il Movimento resistette all’utilizzo indiscriminato di migliaia di lacrimogeni, spesso sparati ad altezza d’uomo, alle cariche e alla violenza delle forze dell’ordine. I boschi della Clarea divennero il teatro di una battaglia che ha segnato la memoria collettiva di un’intera generazione.

Fu una giornata che mostrò con chiarezza due verità.

La prima è che nessuna militarizzazione può produrre consenso. Per imporre il Tav fu necessario blindare un’intera valle, trasformare un territorio in una zona rossa permanente e difendere il cantiere con migliaia di agenti, reti, recinzioni e filo spinato.

La seconda è che un movimento popolare può andare ben oltre i confini del proprio territorio. Il 3 luglio non arrivò “la solidarietà” in Valsusa. Arrivò un pezzo di Paese che aveva riconosciuto nella lotta No Tav qualcosa che riguardava tutti e tutte: la difesa dei beni comuni, il rifiuto delle grandi opere imposte, la possibilità concreta di opporsi ai rapporti di forza costruiti da governi, imprese e interessi economici.

Quelle giornate hanno avuto un costo enorme. Centinaia di feriti, decine di arresti, anni di processi, misure cautelari e condanne esemplari hanno cercato di riscrivere la storia attraverso la repressione del dissenso. Ma nessun tribunale è riuscito a cancellare ciò che milioni di immagini e migliaia di testimonianze hanno raccontato: la sproporzione della violenza esercitata dallo Stato per imporre un’opera contestata e la determinazione di una comunità in lotta che non ha mai smesso di resistere.

Quindici anni dopo il cantiere continua a divorare risorse pubbliche mentre i costi dell’opera aumentano senza sosta e gli impatti ambientali diventano ogni giorno più evidenti. Intanto la devastazione della Clarea prosegue, insieme alla distruzione di habitat, sorgenti e biodiversità, in nome di un’infrastruttura che continua a sopravvivere più per ragioni politiche che per una reale e fondata utilità.

Ricordare il 27 giugno e il 3 luglio 2011 non significa dunque lasciarsi andare alla nostalgia.  Significa riconoscere che quelle giornate hanno lasciato un’eredità ancora viva.

Hanno insegnato che la forza del Movimento No Tav risiede nella capacità di resistere, di ricostruire continuamente legami, organizzazione e conflitto. Hanno dimostrato che la repressione del dissenso non può fermare una lotta, tanto meno cancellarne le ragioni. Hanno mostrato che esistono momenti in cui una comunità decide di non arretrare, anche quando il prezzo da pagare è altissimo.

Oggi, mentre nuovi territori vengono sacrificati alle grandi opere, alle basi militari, agli impianti energetici imposti e alle infrastrutture pensate per alimentare un modello economico sempre più insostenibile, quelle giornate continuano a indicare una strada.

La memoria, per il Movimento No Tav, non è mai stata un esercizio celebrativo. È uno strumento di lotta.

Ed è proprio perché il 27 giugno e il 3 luglio appartengono ancora al presente che continuano a rappresentare un patrimonio collettivo da difendere, praticare e rilanciare.

Perché la Clarea non è soltanto un luogo della memoria. È luogo e simbolo di resistenza attiva e concreta.

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pubblicato il in Crisi Climaticadi redazioneTag correlati:

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