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Associazione a delinquere? No! Associazione a resistere / Video verso l’udienza del 18 maggio

Il tentativo della Procura e della Questura di Torino di criminalizzare e silenziare le lotte sul territorio prosegue senza sosta.

Al centro dell’attacco c’è il cosiddetto processo “Sovrano”, che vede decine di compagni e compagne del centro sociale Askatasuna, dello Spazio Popolare Neruda e del Movimento No Tav accusati di associazione a delinquere.

Dopo anni di dibattimento, il processo di primo grado si era concluso con un risultato politico e giuridico fondamentale: l’assoluzione completa per il capo di imputazione di associazione a delinquere. La sentenza aveva riconosciuto che le realtà coinvolte sono soggetti politici che agiscono alla luce del sole e che le loro azioni, pur nella conflittualità, non sono finalizzate a creare un’organizzazione criminale, ma a raggiungere obiettivi politici collettivi.

Tuttavia, la Procura di Torino non ha accettato questa lettura. Con un atto di accanimento che punta a scardinare l’agibilità politica del dissenso, ha impugnato la sentenza, dando il via al processo d’appello iniziato il 22 aprile. L’appello mira a ribaltare non solo l’assoluzione per il reato associativo, ma anche quelle relative a numerosi episodi di lotta avvenuti in Val di Susa.
L’impianto accusatorio della Procura si basa su un teorema pericoloso: sostiene che l’attività politica e sociale di questi anni sia stata solo una “copertura” o una maschera per celare un’organizzazione criminale. Per la Procura, ogni pratica di conflitto sociale che esca dai binari della legalità formale deve essere inquadrata forzatamente come reato associativo.

È un attacco che non colpisce il singolo atto, ma l’appartenenza stessa a un movimento e a una comunità collettiva.

La prima udienza d’appello ha mostrato chiaramente la determinazione della Procura nel voler riaprire i giochi. L’accusa ha chiesto la riapertura del dibattimento, sostenendo che i giudici di primo grado non abbiano valutato correttamente le intercettazioni e non abbiano applicato il criterio dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio” nel condannare i singoli episodi di lotta.

Le difese hanno sollevato due questioni preliminari cruciali, entrambe rigettate dalla Corte:

  1. i vizi di notifica: una questione sostanziale legata alla nullità di diverse notifiche, supportata da recenti sentenze della Cassazione.
  2. l’istanza di astensione: era stata richiesta l’astensione di una delle giudici del collegio, poiché si era già pronunciata per accuse di reato simili nei confronti di un imputato in altro processo No Tav. Si entra ora in una fase delicata. Nella prossima udienza, prevista per lunedì 18 maggio, i giudici decideranno se accogliere le richieste della Procura di riascoltare testi e analizzare nuove intercettazioni o se procedere direttamente con la discussione.
    Questo processo non riguarda solo i singoli episodi contestati, ma il futuro della militanza politica a Torino e in Val di Susa. È un tentativo di legare insieme vicende diverse — come lo sgombero di Askatasuna e le mobilitazioni No Tav — in un’unica narrazione repressiva.
    Non lasciamo soli i compagni e le compagne sotto processo. Monitoriamo quello che accade nelle aule del tribunale di Torino e restiamo attenti ai canali di informazione indipendente.
    Associamoci per resistere insieme a questi attacchi.
    Resisteremo un metro, un minuto più di loro.

da Associazione a Resistere

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