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Cronache di polizia: la stampa embedded e la fobia delle regie occulte

L’ultimo articolo de La Stampa, a firma di Caterina Stamin, sulle inchieste contro i movimenti sociali giovanili torinesi, è un esempio lampante di come, in Italia, il giornalismo di cronaca stia scivolando sempre più verso un linguaggio e una prospettiva di derivazione poliziesca e giudiziaria.

Nell’articolo si individua in “Aska” la fantomatica regia dietro ogni protesta torinese, confermando una tendenza pericolosa: ridurre i movimenti politici e sociali a operazioni criminali pilotate. In questo modello narrativo, il dissenso non è mai spontaneo, ma sempre “manovrato” da organizzazioni segrete. La cronaca si riduce a un inseguimento ossessivo delle fonti di polizia, alla ricerca di figure da schedare.

L’inchiesta, significativamente intitolata “Aska, le nuove leve”, utilizza tre nomi scelti dalla redazione per raccontare il centro sociale come il “cuore nero” di un presunto coordinamento che starebbe dietro alle mobilitazioni studentesche e antifasciste, ai presidi contro il CPR, ai cortei per la Palestina, alle proteste contro la Tav e il G7. Tutte mobilitazioni che, ben oltre Torino, stanno coinvolgendo migliaia di giovani in ogni angolo d’Europa e del mondo.

La narrazione è sempre la stessa: dietro le proteste, dietro le piazze, ci sarebbe una “centrale occulta” che dall’alto manovra le “nuove leve” dell’antagonismo. Un cliché che ritorna da decenni, ogni volta che una generazione si affaccia nello spazio pubblico per mettere in discussione modelli di sviluppo, politiche securitarie, guerre di conquista.

Ciò che sfugge — o meglio, viene scientemente occultato — in articoli come questo è la dimensione massificata e transnazionale di queste mobilitazioni . Le piazze per la Palestina stanno riempiendo le capitali di tutto l’Occidente. I cortei studenteschi contro la scuola-azienda attraversano l’Europa, dagli atenei di Parigi alle scuole italiane. Le proteste contro la devastazione ambientale non nascono certo in un centro sociale torinese, ma sono il frutto di una consapevolezza globale sulla crisi climatica e sulla responsabilità delle grandi potenze economiche, come dimostrano le mobilitazioni contro il G7.

Questo approccio, così attento a individuare “teste pensanti” da colpire per disinnescare i movimenti di massa, non è frutto di un errore ingenuo. È una precisa scelta di campo di un giornalismo embedded che non si limita a riportare i fatti, ma li filtra attraverso la lente delle procure e delle questure politiche, contribuendo a costruire mostri mediatici e capri espiatori. La costruzione del “nemico pubblico”, già vista con il Movimento No Tav , è un meccanismo mediatico e politico che trasforma soggetti o movimenti di dissenso in “minacce alla sicurezza”, isolandoli dalla legittimità sociale per giustificare misure repressive. È una strategia di delegittimazione che trasforma conflitti politici in problemi di ordine pubblico.

La copertura mediatica ossessiva dell’Operazione Sovrano (2019-2022), coordinata dalla Procura di Torino contro il CSOA Askatasuna, il Movimento No Tav e altri attivisti, è emblematica di questo modo di agire. Un maxi-processo con 112 reati contestati, richieste di 88 anni di carcere e risarcimenti milionari. A distanza di anni, il tribunale ha assolto tuttə gli imputatə per il capo d’accusa di associazione a delinquere, dichiarando infondata l’ipotesi della “regia” criminale (“perché il fatto non sussiste”). Sono rimaste solo condanne per reati specifici, a dimostrazione del crollo dell’intero impianto accusatorio e una fitta narrazione giornalistica tossica e criminalizzante: non gli sembrava vero avere un argomento così acchiappa click! È evidente che oggi ci troviamo di fronte allo stesso schema: criminalizzare, isolare, colpire preventivamente chi si oppone.

Non è un caso che l’Italia sia scivolata fino alla 49esima posizione nella classifica mondiale della libertà di stampa (Reporters Sans Frontières, 2025), dietro Paesi come Botswana e Sudafrica. In Italia, fare giornalismo di inchiesta, che scavi nel potere politico, economico e industriale, è diventato sempre più difficile. Più semplice, più comodo, è fare il cronista embedded, allineato alle veline di questura, trasformando ogni fenomeno di dissenso in una questione di ordine pubblico e inseguendo la chimera della “regia occulta”.

Questo modo di raccontare i conflitti sociali non è solo intellettualmente disonesto: è pericoloso. Alimenta un clima culturale e politico in cui le ragioni di chi protesta vengono oscurate, mentre si costruisce il consenso attorno alla repressione.

La domanda da farsi dovrebbe essere un’altra: perché in Italia un giovane che manifesta viene descritto come un potenziale terrorista, mentre chi lucra sulla distruzione dei territori e sui traffici d’armi siede indisturbato nei salotti della politica e dell’economia? Chi scrive questi articoli sa benissimo da che parte sta.
Ancora più grave è il fatto che tre giovani attivistə, studentə universitari, siano statə espostə con nome e cognome sulle pagine di un quotidiano nazionale prima ancora che sia iniziato un processo. Questa non è informazione: è criminalizzazione preventiva. È la costruzione del nemico pubblico in chiave mediatica. Si salta il processo e si procede direttamente alla gogna, alimentando una narrazione di colpevolezza sociale che anticipa (e condiziona) qualsiasi dibattito pubblico e giudiziario. Quando si sbatte il “mostro” in prima pagina, si crea una frattura tra il diritto di manifestare e il diritto di esistere nello spazio pubblico senza essere marchiatə come pericolosə. È questa la dinamica più tossica della repressione: trasformare giovani militanti in bersagli sociali, cercando di isolarli e annientarli pubblicamente.

Eppure, a dispetto di questa strategia di delegittimazione, la realtà continua a smentire chi cerca di imporre il silenzio. La verità non si fabbrica negli uffici delle questure né si scrive nelle redazioni compiacenti: la verità abita nelle piazze, nelle lotte, nelle comunità che si organizzano e resistono. Nessuna narrazione tossica potrà fermare chi sceglie di stare dalla parte di chi lotta contro l’ingiustizia, contro la devastazione dei territori, contro le guerre e le frontiere. Perché ogni tentativo di isolarci non farà altro che rafforzare le ragioni che ci spingono a tornare, insieme, nelle strade.

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