
Lo Stato penale divora lo Stato sociale: l’ennesimo decreto sicurezza criminalizza i giovani
Dalla povertà al disagio giovanile, dall’immigrazione alle periferie: ogni problema sociale viene trasformato in una questione di ordine pubblico. L’ultimo disegno di legge del governo Meloni ribalta un principio cardine della giustizia minorile e conferma una deriva in cui il carcere sostituisce il welfare e la repressione prende il posto delle politiche sociali.
da Osservatorio Repressione
Che la sicurezza sia diventata il principale terreno di costruzione del consenso della destra italiana non è più una novità. Più interessante è osservare come, provvedimento dopo provvedimento, stia cambiando la natura stessa dell’intervento pubblico. Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri sull’imputabilità dei minori non rappresenta infatti un episodio isolato, ma si inserisce coerentemente in una strategia legislativa che, dal Decreto Caivano al decreto sicurezza, fino all’estensione del fermo preventivo ai luoghi della movida annunciata appena pochi giorni fa, sta progressivamente spostando il baricentro dell’azione dello Stato dal terreno delle politiche sociali a quello della repressione penale.
Quando Carlo Nordio ha definito questo provvedimento «il tassello finale di una serie di interventi», probabilmente ha detto più di quanto intendesse. In realtà non si tratta affatto di un punto di arrivo, ma dell’ennesimo passo di una trasformazione che dura da anni e che oggi appare sempre più evidente: di fronte a qualunque forma di disagio sociale, la risposta dello Stato non è più costruire strumenti di inclusione, ma ampliare gli strumenti della punizione.
La modifica proposta dal governo interviene su un principio che ha sempre caratterizzato la giustizia minorile italiana. Fino a oggi, nei confronti di un ragazzo tra i quattordici e i diciotto anni, il giudice era tenuto ad accertare la capacità di intendere e di volere prima di procedere penalmente. Era una garanzia coerente con l’impianto del processo penale minorile introdotto nel 1988, costruito sull’idea che l’adolescenza costituisca una fase particolare dello sviluppo della persona e che l’intervento della giustizia debba perseguire innanzitutto finalità educative e di recupero.
Il nuovo disegno di legge capovolge completamente questa impostazione. D’ora in avanti il minore sarà considerato automaticamente imputabile e sarà eventualmente la difesa a dover dimostrare il contrario. Si tratta di un’inversione dell’onere della prova che non ha soltanto un valore tecnico, ma assume un preciso significato culturale e politico. Lo Stato smette di interrogarsi sulla condizione del minore e presume, come regola generale, la sua piena responsabilità penale. È un cambiamento che modifica il rapporto tra cittadino e potere pubblico, restringendo ulteriormente quello spazio di garanzie che aveva sempre distinto la giustizia minorile da quella ordinaria.
Le motivazioni addotte dal governo sono rivelatrici. Nella relazione illustrativa si sostiene che i giovani di oggi raggiungano un livello di maturazione più elevato rispetto al passato e che questo giustifichi una presunzione generalizzata di imputabilità. Ma la stessa relazione collega esplicitamente l’intervento alla presunta recrudescenza della delinquenza minorile, riproponendo una rappresentazione emergenziale che negli ultimi anni è diventata il principale motore delle politiche securitarie.
È ormai evidente il meccanismo politico che accompagna questi provvedimenti. Ogni stagione ha il proprio nemico sociale. Per anni sono stati i migranti, descritti come la principale minaccia alla sicurezza nazionale. Successivamente è stata la volta degli attivisti climatici, degli studenti, dei movimenti sociali, dei manifestanti contro il genocidio a Gaza. Oggi il bersaglio privilegiato sono le cosiddette baby gang, i “maranza”, le periferie urbane, trasformati in simbolo di una presunta emergenza criminale che giustificherebbe continui interventi repressivi. La costruzione del nemico precede sempre l’approvazione di nuove norme penali, alimentando una percezione di insicurezza spesso del tutto sproporzionata rispetto ai dati reali sull’andamento della criminalità.
In questo modo il diritto penale smette di essere l’estrema risposta dello Stato e diventa il principale strumento attraverso cui governare fenomeni che hanno origine economica, sociale ed educativa. La dispersione scolastica, il disagio adolescenziale, la marginalità delle periferie, l’abbandono dei servizi territoriali, la povertà educativa e l’assenza di politiche giovanili non vengono affrontati nelle loro cause strutturali. Vengono invece reinterpretati come problemi di ordine pubblico, ai quali si ritiene di poter rispondere attraverso l’inasprimento delle pene, l’anticipazione dell’intervento repressivo e l’ampliamento dei poteri delle forze di polizia.
È il paradigma dello Stato penale descritto ormai da decenni da studiosi come Loïc Wacquant. Man mano che arretra il welfare, cresce l’investimento nelle istituzioni repressive. Alla riduzione degli strumenti di protezione sociale corrisponde l’espansione del sistema penale. Non si governano più le disuguaglianze riducendole, ma controllandone gli effetti attraverso polizia, carcere, misure preventive e nuove fattispecie di reato. Il carcere diventa così il complemento dello smantellamento dello Stato sociale e la sicurezza sostituisce progressivamente la giustizia sociale come principale promessa rivolta ai cittadini.
In questo quadro il nuovo disegno di legge sui minori non è una semplice riforma processuale. È il tassello di una strategia molto più ampia, nella quale ogni conflitto sociale viene tradotto in questione criminale e ogni risposta politica assume la forma della repressione. È la stessa logica che ha prodotto il Decreto Caivano, che ha esteso il fermo preventivo, che ha moltiplicato le zone rosse, che ha irrigidito le norme contro il dissenso e che continua ad attribuire al codice penale il compito di risolvere problemi che il diritto penale, per sua natura, non può risolvere.
La vera inversione di paradigma, dunque, non riguarda soltanto la presunzione di imputabilità dei minori. Riguarda il ruolo stesso dello Stato. Uno Stato che rinuncia progressivamente a prevenire il disagio, a investire nella scuola, nei servizi sociali, nella salute mentale, nelle politiche abitative e nell’inclusione, per concentrare le proprie energie nell’espansione del controllo, della sorveglianza e della punizione. Quando il welfare viene sostituito dal codice penale, non siamo di fronte a una politica della sicurezza. Siamo di fronte all’affermazione di uno Stato penale nel quale la repressione diventa la risposta ordinaria a qualsiasi questione sociale.
Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.








