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L’unica sovranità energetica è quella decisa dal popolo: Meloni e il nucleare una favola ridicola

Due referendum popolari hanno sancito il NO al nucleare in Italia. Una premessa obbligata dalla quale partire per leggere le forzature del governo Meloni sul tema: riaprire le centrali puntando sui “nuovi” Small Modular Reactors sarebbe la soluzione per l’indipendenza energetica. Tutte balle, scusate il francesismo. 

Da alcuni anni a questa parte il governo italiano si trova stretto in una morsa: da un lato, soddisfare gli interessi delle aziende fossili dando il via libera a progetti rimasti fermi per decenni (come quello in Basilicata di estrazione di petrolio) e cementare le amicizie di Meloni oltremare (le visite della presidente con l’ad di Eni in Algeria e il Piano Mattei, ne sono un esempio); dall’altro, mostrare all’Europa che l’Italia sta al passo con i tempi del Green New Deal e della transizione energetica. In tutto ciò la guerra in Ucraina prima e il blocco di Hormuz poi hanno imposto una dipendenza dal gas e dalle risorse di proprietà del vero padrino del Belpaese, Trump, con l’obbligo di rispettare il diktat di zero importazioni dalla Russia. Nel dover far contenti tutti Meloni ha creato un bel inguacchio in cui non fa contento nessuno men che meno la popolazione italiana che vede semplicemente lievitare le proprie bollette in base all’andamento del prezzo del gas legato alla borsa di Amsterdam con prospettive nefaste a fronte della crisi energetica data dalla guerra imperialista. L’energia è un esempio emblematico del processo di finanziarizzazione al quale i governi sono legati a doppio filo in questa fase, il che significa per noi pagare affinché le grandi società energetiche possano continuare a fare profitti e speculare e che i fondi bancari internazionali possano “mettere a lavoro i soldi”. Una realtà dei fatti chiara e limpida per la maggioranza degli italiani che, a ragione, si chiedono perché non poter tornare a rifornirsi dalla Russia o perché dovrebbero mettere a disposizione i propri terreni agricoli per espropri in funzione della cosiddetta transizione energetica o come mai le bollette del riscaldamento aumentano senza aver nessun motivo reale se non quello di contribuire a far fare profitto ai grandi monopoli energetici. Non esiste alcun piano per la sovranità energetica italiana e non sarà il nucleare a renderla possibile, elenchiamo di seguito un paio di punti. 

Sovranità energetica dei miei stivali

Un dato molto semplice: miniere di uranio in Italia non esistono. Occorrerebbe importare dunque la materia prima dal Niger, Kazakistan, Canada, Australia. La filiera mondiale è governata da Rosatom e nel 2024 in piena guerra in Ucraina l’UE ha importato dalla Russia il 23% dell’uranio arricchito. 

E, udite udite, nemmeno gli SMR esistono. Esiste un lavoro di ricerca in questo senso, esistono alcuni casi, ma all’oggi non ci sono dati che dimostrino un bilancio favorevole in termine di costi-benefici per questa nuova tecnologia, esistono dati che dimostrano soltanto il contrario. Lo dice anche Legambiente: “Il progetto SMR più avanzato al mondo era NuScale, negli Stati Uniti: costi di produzione stimati tra 250 e 354 dollari per MWh, valori del tutto fuori mercato. Il progetto è stato cancellato. Gli unici tre SMR oggi in funzione nel mondo raccontano la stessa storia: lo Shidao Bay 1 in Cina è entrato in funzione 16 anni dopo l’annuncio iniziale, con costi aumentati del 200%. I due piccoli reattori galleggianti russi hanno superato il 300% del budget previsto”, non serve essere dei fini economisti per valutare che non sia una soluzione né economicamente conveniente né realistica per raggiungere gli obiettivi climatici, posto che il nucleare non è “sostenibile” sul piano ecologico, nonostante venga falsamente propagandato come tale dai suoi promotori. Esiste però una narrativa secondo cui gli SMR sarebbero i reattori che ci abbasseranno le bollette, una grande stupidaggine detta più volte anche dal ministro Pichetto Fratin, perché oggi come oggi il kilowattora nucleare in tutto il mondo costa di più di quello fotovoltaico. D’altronde è così per un motivo molto semplice: qualunque centrale nucleare che va a fissione (dato che la fusione è ancora tutta un’altra chimera) ha bisogno di impianti di sicurezza, sistemi di refrigerazione e di controllo che ne costituiscono il costo, questo influisce sul costo finale molto più che la materia stessa, ossia l’uranio.

Guardando alla Francia come caso studio, il rapporto Lazard 2025 enuncia alcuni dati interessanti: “il fotovoltaico industriale è collocato a 38-78 dollari per MWh, l’eolico a 37-86, il nucleare di nuova costruzione a 180. Tre volte tanto. Dal 2009 a oggi il fotovoltaico è crollato dell’84%, l’eolico del 55%, mentre il nucleare è salito del 47%”, viene riportato dall’articolo de La Nuova Ecologia. Se in Francia l’elettricità costa meno non è il risultato del nucleare di per sé ma perché la rete elettrica è maggiormente nazionalizzata rispetto a quella italiana e nel mix elettrico l’Italia contiene il 45% di gas contro il 6% francese, il che fa aumentare i costi vertiginosamente. 

Il nuovo disegno di legge di Pichetto Fratin, passato alla Camera e in attesa dell’approvazione in Senato, è una delega in bianco per l’accentramento dei poteri a livello governativo per andare nella direzione di semplificazione delle norme, bypassare le resistenze territoriali, convogliare i poteri di controllo e di verifica sulla sicurezza nelle mani di chi decide dove e quando eventualmente fare nuove centrali nucleari, quindi al Governo, esautorando ulteriormente i poteri delle amministrazioni regionali e comunali. 

Il gravoso problema del passato nucleare non viene minimamente tenuto in conto infatti non esiste traccia di un’ipotesi di soluzione per lo stoccaggio delle scorie, il Deposito Unico Nucleare è finito nel dimenticatoio e molte regioni italiane fanno i conti con il lungo processo di decommissioning e di gestione delle scorie, per non parlare dei soldi che paghiamo alla Francia per tenere in caldo le nostre scorie in esubero e che, prima o poi, dovranno rientrare in Italia. Inoltre, anche con la fissione dei piccoli reattori le scorie continueranno a essere prodotte, l’unico modo per non produrne più è non utilizzare il nucleare. 

Le novità della propaganda

Un elemento di novità si può vedere nella propaganda cucita ad hoc per fare breccia sul tema ecologico: il nucleare viene costantemente accoppiato al tema delle fonti rinnovabili. Invece il nucleare non è né sostenibile né rinnovabile, e viene invocato essenzialmente da coloro che vogliono cambiare tutto pur di non cambiare niente. Se ci si fa caso chiunque in questi mesi abbia parlato di nucleare lo ha fatto tirando in causa la necessità delle rinnovabili e della transizione energetica: da Pichetto Fratin al rettore del Politecnico di Torino il futuro sarebbe green a colpi di scorie, espropri, opere imposte, nocività, aumento dei rischi per la sicurezza della popolazione. 

Il punto è a chi serve e per cosa serve questa energia? 

E’ banale e tutti lo sanno: guerra e transizione tecnologica. La fame di energia oltre a venire utilizzata per dare una parvenza di serietà al governo quando parla di indipendenza e autonomia energetica è utile a foraggiare le aziende del big tech. Non a caso negli Usa i piccoli reattori sono un must have per le grandi aziende del settore tecnologico e non solo: scrivevamo qui “Il fondatore di ChatGpt Sam Altman è alla guida di Oklo, azienda che produce reattori compatti di ultima generazione a fissione veloce che è cresciuta in Borsa del 400 per cento negli ultimi due mesi. Inoltre, il Ceo ha appena investito 375 milioni di dollari in Heliot Energy, start up che conta di sviluppare la fusione nucleare in grado di produrre energia entro il 2028. Anche Jeff  Bezos ha contribuito alla ricerca in questo senso (di profitti) avviando il finanziamento di 500 milioni di dollari per X Energy Reactor, azienda che sviluppa piccoli reattori modulari. Google non è da meno, infatti ha siglato un accordo di valore mondiale, così lo ha definito, con Kairos Power, start up californiana del settore nucleare di ultima generazione”. E’ chiaro che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale necessiti di una quantità di energia che all’oggi viene soltanto stimata ma che accarezza numeri da capogiro. Non a caso anche qui da noi le aziende energetiche stanno orientando i loro investimenti futuri nei data center e non più negli impianti rinnovabili, evidentemente un bel cubo di server energivoro rende molto di più che dare la possibilità di essere realmente indipendenti provvedendo a installare pannelli solari sui tetti delle case dei cittadini. La regione Lombardia fa scuola in questo senso trovandosi già nella situazione di non avere più spazio nella rete elettrica per aggiungere nuovi data center, tendenza che probabilmente si svilupperà anche altrove. 

Qual è il nostro piano? 

Occorre puntare alla riorganizzazione dell’infrastrutturazione energetica, pretendendo una reale sovranità dal basso, quindi il controllo della gestione e del consumo energetico. L’autonomia energetica non può che passare dal controllo dal basso attraverso le mobilitazioni, una pianificazione e una contesa del potere su chi detiene il controllo dei prezzi per ottenere che si paghi ciò che si consuma. Un orizzonte quasi utopico? Va compresa la materialità della questione energetica sviluppando un programma che è quello che chi in questi anni si è mobilitato a partire dai territori ha indicato con chiarezza: transizione energetica senza speculazione, difesa dei territori presi d’assalto dalle grandi aziende – molto spesso legate a investimenti israeliani – , pretesa di decisionalità in merito alla pianificazione energetica sulla base dei bisogni locali per impianti energetici di prossimità e non in funzione delle servitù energetiche. E’ una questione fisica oltre che di buon senso. Rivendicare reale sovranità e autonomia è l’unica via da seguire.

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