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L’amor mio non muore

È difficile trovare parole quando nemmeno l’animo riesce a raccontare un sentimento come questo. Nella notte tra sabato 23 maggio e domenica 24, Barabba se n’è andatə. In questo momento di profondo dolore, vorremmo condividere i primi pensieri e l’amore che ci tiene unitɜ.

Nonostante le domande che ci poniamo siano più delle risposte che abbiamo, non sarebbero mai comunque abbastanza: sappiamo che ogni vita è intrecciata alle altre, e che ciò che rende possibile o impossibile esistere non è mai un fatto privato o individuale.

Rompere le catene dell’isolamento è sempre stato un faro che ci ha guidato e che oggi più che mai siamo chiamatɜ a seguire con tutto il significato che porta con sé.

Viviamo in un sistema che rende la vita insostenibile. Per questo rifiutiamo che il dolore venga trattato come colpa individuale o come sintomo da medicalizzare e isolare. Ciò che viene definito “problema personale” è spesso il risultato di ingiustizie che condizionano le nostre vite. Se la ferita è sistemica, la guarigione è collettiva.

Nessunə è una macchina da riparare: conoscere le nostre contraddizioni e le nostre fragilità, metterle insieme in discussione, è già una forma di lotta in costante trasformazione. Rifiutiamo il concetto di performatività e fallimento secondo parametri imposti da questo sistema marcio: ci vogliamo unitɜ, capaci di costruire con rabbia e con gioia, per noi, per chi non è più con noi e per chi verrà dopo. Ciò che ci lascia Barabba è un modo di pensare, di relazionarsi e di lottare che continua a vivere nelle persone che ha incontrato e per quelle che conosceranno chi era.

Non abbiamo strumenti pronti da offrire, perché non esiste una cassetta degli attrezzi universale, esiste però l’amore di una comunità che prova continuamente a crearne di nuovi.

Non ci importa quante salite o discese ci saranno. Ci importa percorrere insieme questa strada, trasformarla, cambiarne la struttura, crearne una nuova. In questo processo, il valore che dobbiamo ricercare non è la perfezione, ma l’umanità. È nell’umanità che si sviluppano il desiderio e l’ambizione di un mondo diverso, di una vita libera. Oggi rinnoviamo questo impegno: trasformare il dolore in responsabilità collettiva, la solitudine in alleanza, la memoria in direzione politica. Per chi resta, per chi lotta, per chi non c’è più.

Per Barabba, per te che hai intrecciato le nostre vite con la tua presenza, i tuoi pensieri, i tuoi gesti. Quello che ci hai lasciato non è una fine, ma una direzione: la possibilità di continuare a costruire comunità, cura e lotta. Hai seminato possibilità anche quando il mondo non ne lasciava, la tua voce continuerà a vivere nelle nostre. Ci stai insegnando che nessunə si salva da solə. Custodiamo ciò che ci hai lasciato e lo trasformiamo in responsabilità collettiva, in cura reciproca in possibilità di vita. Resti nelle nostre storie, nei nostri gesti, negli orizzonti a cui guardiamo. Camminiamo anche per te, con te, nelle tracce che hai lasciato in ognunə di noi.

Non pensate che sia finita così, ovunque tu sarai ci saremo sempre noi a testimoniare che non hai perso.

da Spine Catania

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